
Fino a che punto il paracadute pubblico resisterà? È questa la domanda che gli osservatori di mezzo mondo si pongono a 24 ore dall’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca. Il Martin Luther King Day oggi ha riparato Wall Street da una terribile giornata di contrattazioni per le borse europee. La Gran Bretagna ha infatti gelato i mercati con un secondo importante intervento da 50 miliardi di sterline in favore del proprio sistema bancario e dei suoi attivi.
Quasi in contemporanea una delle più grandi banche del Paese, la Royal Bank of Scotland (Rbs), dichiarava una perdita monstre da circa 28 miliardi di sterline che spingeva in pesante ribasso tutto il comparto del credito europeo. Alla base di tutto la costossima conquista di Abn Amro che oggi è diventata una barzelletta nei circoli finanziari. Dire, come ha fatto il premier britannico Gordon Brown, che l’istituto ha fatto degli investimenti irresponsabili in passato non può che sembrare un eufemismo.
Di fatto il Tesoro del Regno Unito ha dovuto metterci immediatamente una grossa pezza per evitare che l’emorragia diventasse letale. Non molto tempo fa Alistair Darling, il ministro dell’Economia d’Oltremanica, aveva iniettato 41 miliardi di euro nel sistema bancario per rafforzare (o salvare o comprare) Hbos, Lloyds e la stessa Rbs. Oggi sono servite ulteriori garanzie per 50 miliardi di sterline e la conversione di 5 miliardi di sterline in titoli Rbs.
Il Tesoro UK ha infatti rinunciato a cedole da 600 milioni di sterline l’anno e ha deciso di convertire le proprie azioni privilegio in azioni ordinarie Rbs riversandole sul mercato a un prezzo inferiore dell’8,5% rispetto a quello di venerdì scorso. In altre parole gli ha fatto un altro prestito. Cosa vuole in cambio Gordon Brown? Vuole che Rbs incrementi i propri impieghi nell’economia inglese di circa 6 miliardi di sterline in modo da sostenere la ripresa.
Nel frattempo a Francoforte le complesse manovre di salvataggio messe in piedi dal Governo Federale rischiano di saltare a causa di questo ulteriore scivolone. Le triangolazioni tra Deutsche Bank e Deutsche Post si aggrovigliano mentre i denari pubblici preparati per la grande impresa tedesca rischiano di non bastare. Il punto è infatti proprio questo. Quanto servirà che gli stati continuino a finanziare il sistema bancario internazionale? Le imprese ne trarranno davvero vantaggio?
Domani Nicolas Sarkozy incontrerà i rappresentanti delle maggiori banche francesi dopo un secco scambio di vedute su bonus e dividendi fra l’Esecutivo da un lato e il Credit Agricole e Societe Generale dall’altro.
Il Governo ha spiegato seccamente che non intende distribuire la seconda tranche dei propri aiuti (circa 10,5 miliardi di euro) a istituti che non abbiano stretto la cinghia tagliando i bonus dei manager e i dividendi. Probabilmente - ed è questa forse la migliore novità - Sarkozy parlerà ai banchieri anche di auto francesi e di come indirizzare gli aiuti in maniera da concentrarli sul territorio.
Intanto anche in Italia la discussione sulla ripatrimonializzazione delle banche continua, anche se con toni assai meno diretti che nel resto del Vecchio Continente. Qualcuno ha persino letto nella recente trasferta di Alessandro Profumo negli Emirati Arabi alla ricerca di nuovi soci un altro tentativo di fuga dal “pesante abbraccio” dello Stato. Un tentativo identico alla manovra di Barclays che, con una puntata in Medio Oriente, sfuggì alla nazionalizzazione.
Fra tante incertezze dunque il mercato ha riscoperto la paura di nuovi shock del sistema bancario. Il pericolo sembrava almeno in parte fugato dalle montagne di denaro che i vari stati hanno messo a disposizione. Evidentemente era ancora troppo presto. Ma se le banche sembrano sempre di più un pozzo senza fondo, c’è il rischio concreto che quando chiuderanno le fabbriche le tasche di Pantalone siano già vuote da tempo.