Il Consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca ha recentemente reso noto l’Economic Report del Presidente (l’ultimo di Bush quindi), studio a cadenza annuale contenente le previsioni sull’andamento dell’economia Usa. Le stime consegnate al congresso prevedono, dopo un calo atteso nel 2008 dello 0,2%, una crescita del Pil reale dello 0,6% nel 2009, del 5% nel 2010 e nel 2011, una inflazione all’1,7% nel 2009 e 2010 e dell’1,8% nel 2011, un tasso di disoccupazione del 7,7% nel 2009, del 6,9% nel 2010 e dell’5,8% nel 2011. I tassi sui titoli di stato a tre mesi dovrebbero essere dello 0,7% nel 2009 per poi salire al 2% nel 2010 ed al 3,5% nel 2011. Se le stime trovassero conferma nella realtà già il 2009 dovrebbe essere negli Usa l’anno della ripresa, con la recessione che già a partire da metà anno potrebbe lasciare il posto ad una fase di recupero.
Nella prima parte dell’anno verrebbero quindi toccati i minimi per quello che riguarda la crescita ed i massimi per la disoccupazione mentre nella seconda parte dell’anno dovrebbero svilupparsi dinamiche tali da permettere un saldo positivo per quanto riguarda la crescita del Pil. Ed i tassi di interesse potrebbero comportarsi in modo conseguente, scendendo ancora nel corso di quest’anno per poi risalire successivamente. Ma è ragionevole pensare che queste stime siano plausibili? Proiezioni non provenienti da organi ufficiali sono decisamente più pessimiste per gli Stati Uniti, e prevedono, dopo il calo del 5% nell’ultimo trimestre del 2008, un calo dell’1,5% nel 2009.
La stessa Federal Reserve, nelle minute dell’ultimo Fomc, ha mostrato di attendersi per il 2009 una contrazione dell’economia più marcata di quella precedentemente prevista, adesso in un range tra il -0,2% ed il +1,1%.
E di revisione delle stime si parla anche per l’Unione Europea. Secondo Eurostat nel 2009 è probabile un crollo del Pil dell’1,9% (-2% per l’Italia), mentre il 2010 potrebbe concludersi con una crescita dello 0,4%. La disoccupazione dovrebbe salire al 9,3% (8,2% in Italia) nel 2009, mentre l’inflazione dovrebbe scendere all’1,2%. Lo stesso presidente della Bce, Jean Claude Trichet, ha dichiarato che il 2009 sarà un anno “molto difficile” aggiungendo che nel mondo e in Europa la crescita sarà sostanzialmente inferiore alle attuali proiezioni economiche di numerosi istituti. Se da un lato gli sforzi fatti dagli organismi ufficiali per tentare di dare un quadro realistico della crisi è lodevole, dall’altro è chiaro che le variabili in gioco sono talmente tante e le loro relazioni così mutevoli (solo l’estate scorsa tutti gli osservatori erano convinti che il problema maggiore nei mesi a venire sarebbe stato quello dell’inflazione, rischio che ormai tutti ritengono, almeno nel breve, disinnescato) che fare previsioni sull’entità e durata della fase recessiva è uno sforzo che rischia di essere coronato da poco successo.
Ha forse allora ragione il ministro dell’economia Giulio Tremonti quando afferma, riferendosi all’Italia ma il suo pensiero si può applicare anche agli altri paesi, che le stime sul Pil sono solo esercizi congetturali poichè le economie si trovano ad attraversare una crisi che non è parte di un ciclo ma una “discontinuità sistemica”? Difficile negare che le parole del ministro dell’economia un certo fondo di verità lo abbiano: nel corso del 2008 è stata tutta una rincorsa da parte di istituzioni e governi nel rivedere (al ribasso) le stime di crescita per i trimestri successivi. I mercati finanziari sono estremamente innervositi dalla mancanza di punti di riferimento stabili e sembrano ormai rassegnati all’idea che la realtà possa dimostrarsi peggiore di quella immaginata da chi produce ipotesi per il futuro. E’ noto che la mancanza di certezze si traduce quasi immancabilmente per i mercati finanziari in aumento della volatilità e trend al ribasso.
Solo su di una cosa appare una certa convergenza di opinioni, ovvero che il momento di contrazione non dovrebbe prolungarsi oltre il 2009, ed anzi che nel 2010 la crescita potrebbe tornare ad essere robusta, almeno negli States. Ma i mesi che separano i mercati dalla metà dell’anno, momento in cui dovrebbero fare la loro comparsa i primi dati anticipatori di un miglioramento della congiuntura, sono ancora molti, ed i comunicati in uscita in questi giorni da banche ed aziende che parlano di dati di bilancio deludenti rischiano di estinguere anche quelle fievoli speranze di ripresa in base alle quali gli indici azionari avevano tentato un rimbalzo nella primissima parte dell’anno.
C’è un rischio elevato che, a meno di novità inattese, gli investitori non vogliano scommettere in questa fase sul mercato azionario e preferiscano invece mantenersi liquidi, o tutto al più dirottare le proprie risorse su investimenti meno rischiosi come i bond governativi o l’oro. Alla luce di queste aspettative sembra probabile che il future Bund, che sta consolidando in area 125, possa operare la rottura dei massimi di quota 126,5 e tentare un balzo verso i 130 punti almeno mentre l’oro, salito di più del 25% dai minimi di ottobre a quota 686 potrebbe, in caso di rottura dei 900 punti, ripetere la stessa performance in tempi relativamente brevi riportandosi sui massimi del 2008 a 1030 dollari l’oncia.
Le borse si giocano dunque il tutto per tutto in questi giorni: se le quotazioni dovessero scivolare al di sotto dei minimi di novembre (i 741 punti dello S&P500, i 1295 del Nasdaq Composite, i 2128 dell’Eurostoxx 50) sarebbe molto probabile assistere alla ripresa del trend ribassista di medio termine, con obiettivi distanti dai precedenti minimi il 20% almeno. Le speranze che dalla attuale fase di incertezza ne possa ancora scaturire una di rimbalzo significativa non sono tuttavia ancora del tutto spente. E’ normale infatti che dopo un lungo ribasso i tentativi di rimbalzo, come quelli visti sia ad ottobre sia a novembre, siano caratterizzati da una mancanza di coerenza che li rende di difficile lettura: gli operatori, scottati dalle recenti esperienze, tendono a monetizzare i guadagni non appena questi si presentano, evitando di tenere le posizioni per periodi significativi. L’andamento del mercato diventa quindi molto erratico, con fughe in avanti e bruschi ripensamenti.
Solo il mantenimento per un periodo abbastanza lungo al di sopra di un livello considerato critico, in questo caso i citati minimi del 2008, può convincere gli investitori a cambiare atteggiamento ed a dare vita ad un vero e proprio trend. Ecco anche perchà discese sotto i minimi del 2008 sarebbero da guardare con timore: esse significherebbero che il tentativo di rimbalzo messo a segno dai minimi di novembre non è destinato ad avere un seguito e che il trend ribassista tornerà a comandare. Il livello al di sotto del quale è consigliabile soprassedere, almeno momentaneamente, all’investimento in azioni, è quindi identificabile nei minimi del 2008.
Quali sono invece le soglie oltre le quali sarebbe possibile tornare a dare fiducia all’investimento in azioni? Nel caso dell’indice S&P500 sarebbe la rottura di quota 930, linea che unisce i picchi di inizio novembre e inizio gennaio delimitando un testa spalle rialzista, ad inviare un primo segnale incoraggiante che se confermato oltre 980, area di transito della media mobile a 100 giorni, potrebbe portare al test dei 1150 punti (media a 200 giorni e 50% di ritracciamento del ribasso dal top di ottobre 2007). Una linea analoga transita nel caso dell’indice Nasdaq in area 1640 Oltre questa ed alla rottura della media a 100 giorni passante a 1755 il Nasdaq potrebbe tentare la ricopertura del gap ribassista del 6 ottobre 2008 con lato superiore a 1947. Nel caso dell’Eurostoxx 50 sarebbe la rottura di quota 2580 a fornire un primo indizio in favore di un miglioramento di sentiment da parte del mercato con i prezzi che oltre i 2700 punti potrebbero mettere a segno il test di quota 3100 almeno. Venendo allo S&PMib, indice che evidenzia una forza relativa cedente rispetto sia rispetto ai panieri Usa sia rispetto a quello europeo (fatto questo evidenziato dalla violazione già avvenuta per il nostro indice dei minimi del 2008 a quota 17803), la soglia oltre la quale sarebbe lecito iniziare a tornare a dimostrare interesse per un (marginale rispetto al totale disponibile) investimento in azioni si colloca in area 20500. Segnali di conferma di una ritrovata positività si avrebbero alla rottura di 22400, con target sui 26000 punti. Se gli altri indici principali dovessero confermare la ripresa del trend ribassista scendendo sotto i supporto del 2008 per lo S&PMib verrebbe confermata la ripresa del trend ribassista di medio periodo, quello in atto dai massimi del 2007, trend che potrebbe spingersi ora fin sui 15000 punti, base del canale che e’ possibile ipotizzare dai massimi del marzo 2000 (serie storica sintetica fornita da Borsa Italiana per il periodo antecedente il giugno 2003, data di introduzione dell’indice).
Quartana
26 gen 2009 - 18:18 - #1Bell’articolo.
Spero proprio che a metà anno ci sia la ripresa!
P.S.: Tremonti ha ragione
ice
26 gen 2009 - 23:28 - #2io però non ho capito come mai in risposta a risultati del mercato USA per il mese di dicembre migliori delle aspettativa…il dollaro sia calato altri 5 centesimi sull’euro!?!?!
Aleone
27 gen 2009 - 00:21 - #3La reazione ai dati macro lascia un po’ perplessi. Il leading index e’ infatti risultato in crescita dello 0,3% a dicembre battendo le attese che erano per un calo dello 0,2% (questo indice fornisce una previsione dell’attivita’ economica nei trimestri successivi) ma soprattutto grazie al contributo della componente relativa all’offerta di moneta. Un economista del Conference Boars, che ha rilasciato il dato, ha infatti dichiarato che e’ previsto un calo dell’occupazione nel primo trimestre del 2009 che potrebbe portare il tasso di disoccupazione sopra il 9%. Anche per quello che riguarda il dato sulla vendita di case esistenti, in rialzo a fronte di attese in calo (4,74 milioni a dicembre a fronte di attese di 4,4 milioni), esiste una componente preoccupante, ovvero quella relativa al prezzo delle case, sceso nel solo mese di dicembre in media del 15,3% rispetto al 2007.