
L’incontro informale di Bruxelles di ieri sulla crisi si è concluso con un coperchio sulla pentola delle montanti diffidenze fra Est e Ovest d’Europa. Alla fine i capi di Governo del Vecchio Continente hanno dovuto affidare agli uffici stampa delle dichiarazioni generiche di collaborazione per sventare quello che rischiava di essere un summit di rottura: un vero revival della cortina di ferro.
I politici dell’Unione appaiono ancora una volta compressi fra opposte esigenze nazionali e diffidenze reciproche, così alla fine la Germania di Angela Merkel è riuscita a bloccare il piano generale di aiuti all’Est europeo che l’Ungheria aveva chiesto. Era stato infatti proprio il premier ungherese Ferenc Gyurcsany a proporre un fondo Ue di garanzia per i paesi dell’Est: l’ammontare? Circa 160-190 miliardi di euro per garantire che l’Eldorado dell’Europa orientale non trascinasse nel proprio tracollo i grandi investitori occidentali (come le italiane Unicredit e Intesa Sanpaolo).
La risposta è stata un collaborativo no. I fondi da 24,5 miliardi di euro appena varati dalla Bei e dalla Banca Mondiale proprio per aiutare l’Est Europa possono bastare. La decisione europea di rimpolpare con 500 miliardi di dollari le casse del Fondo monetario internazionale proprio per questo scopo è sufficiente. Non a caso è stata messa a punto proprio a Berlino durante il meeting del G20 del 22 febbraio. D’altra parte, ha sottolineato astutamente la Merkel, le situazioni di paesi come la Slovacchia o la stessa Polonia (che stanno bene o male affrontando la crisi) non si possono paragonare a quelle dell’Ungheria o della Lettonia (che sono invece in grande affanno). Nuovo no ai protezionismi da parte dell’Unione europea e la promessa di una stretta vigilanza sul mercato del credito dei paesi dell’Europa orientale. Settori delicati come quello dell’auto hanno già registrato uno schema di intervento coordinato di dimensione continentale.
In realtà l’impressione è che alla fine si siano voluti tacitare dei contrasti interni all’Europa prima del prossimo G20 di Londra. Non a caso molti hanno parlato in vista di questo vertice di Europa divisa in due. Gli interventi francesi contro la delocalizzazioni degli impianti automobilistici hanno irritato molti paesi dell’Europa orientale spaventati da una fuga degli investimenti nei loro impianti. Gli attriti con il presidente di turno dell’Unione Europea il ceco Mirko Topolanek erano stati inusuali. Il premier polacco Donald Tusk aveva poi riunito nove paesi dell’Est nella propria ambasciata di Bruxelles poco prima dell’incontro dell’Europa a 27 di ieri: si era temuta una spaccatura che probabilmente è stata solo frettolosamente ricomposta. Sicuramente le diplomazie dei grandi d’Europa avranno molto da fare negli prossimi giorni. Siamo solo all’inizio, però, e c’è il timore che le valute deboli dei nostri vicini non reggano all’impatto di questa crisi secolare. A quel punto anche le banche tedesche, francesi, italiane potrebbero subire gravi danni.