Ai mercati finanziari l’incertezza non piace. Questo è un dato di fatto, nel dubbio infatti, si sa, le borse scendono. Negli ultimi mesi tuttavia, tutte le volte che è sembrato che i listini stessero cercando di creare una base per mettere a segno un rimbalzo, quando sembrava che il peggio potesse essere alle spalle, è sempre caduta una tegola dal cielo che ha fatto ripiombare gli operatori nello sconforto (e le quotazioni delle azioni di conseguenza). Ultima tegola in termini di tempo quella lasciata cadere dal direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, che in un discorso pronunciato a Dar el Salaam ha dichiarato non solo che il mondo “è in grande recessione” ma anche che le attese del Fondo sono che la crescita mondiale possa rallentare fino al di sotto dello zero quest’anno. Se questa previsione si rivelasse corretta si tratterebbe del peggior risultato dalla fine della seconda guerra mondiale. Solo fino a pochi mesi fa, a fine 2008, le stime per la crescita globale erano ancora positive, con i paesi a maggiore tasso di sviluppo che sembravano in grado di evitare al mondo lo smacco di un passo indietro.
Alla base dei timori del Fmi l’effetto combinato del calo dei consumi e della fiducia delle imprese sulla domanda globale. Se tuttavia il male maggiore fosse quello di una crescita mondiale negativa forse i mercati finanziari potrebbero anche farvi fronte: gli interventi dei maggiori governi, sia quelli già implementati sia quelli in via di definizione (in vista del G20 di Londra del 2 aprile i paesi membri dell’Unione Europea si sono detti pronti ad appoggiare il raddoppio dei fondi a disposizione del Fondo monetario internazionale, che passerebbero quindi da 250 a 500 miliardi di dollari, in modo che questo abbia le risorse appropriate per aiutare i paesi maggiormente colpiti dalla crisi come ad esempio le economie dell’Europa dell’Est), dovrebbero infatti essere in grado di rallentare prima ed invertire poi il corso della crisi. A spaventare i mercati è tuttavia qualche cosa di diverso: Strauss-Kahn ha dichiarato infatti che le banche rischiano di dover far fronte ad altre perdite, e questo perchè non tutte le attività a rischio sono ancora state rese note. Le nuove perdite bancarie potrebbero corrispondere ad una “grossa somma”. Ecco, questa è l’incognita che pesa maggiormente sui listini azionari. Il rischio che lo tsunami che ha travolto le banche (ed indirettamente quindi l’economia reale, che trae dai crediti di queste ultime la sua linfa vitale) non sia ancora passato fa gelare il sangue agli operatori. E se anche una voce autorevole come quella di Axel Weber, Presidente della Bundesbank (e membro del consiglio delle BCE) dice che “l’economia mondiale sta andando incontro ad un forte rallentamento, mentre le turbolenze dei mercati finanziari presentano ancora un ulteriore rischio al ribasso” non c’è di che stare tranquilli. Quanto sia ancora elevata l’allerta nei confronti del sistema bancario lo testimonia il rimbalzo messo a segno dagli indici lo scorso martedì: non appena sui mercati è iniziata a circolare la notizia che Vikram Pandit, amministratore delegato di Citigroup aveva fatto girare internamente alla banca un documento dove si affermava che i risultati nel primo scorcio del 2009 sono incoraggianti (il primo trimestre potrebbe risultare il migliore da due anni a questa parte) le quotazioni dei titoli bancari sono schizzate al rialzo, con la stessa Citigroup arrivata a guadagnare più del 25%, Bank of America il 20%, JP Morgan il 13%. L’effetto positivo si è trasmesso rapidamente anche sul nostro mercato, con Unicredit ed Instesa Sanpaolo, solo per citare i due maggiori rappresentanti del comparto, con guadagni largamente superiori al 10%. Movimenti come quello di settimana scorsa confermano il fatto che i mercati finanziari non si muovono a senso unico ma che anche la tendenza più decisa si evolve attraverso una serie di movimenti di progresso nella direzione del trend e di parziale ritracciamento. Gli investitori devono sempre tenere presente questa caratteristica alla base dello sviluppo di una tendenza per evitare di essere travolti dall’emotività e rimanere quindi intrappolati in movimenti di breve termine, inizialmente promettenti ma che portano poi a risultati disastrosi sul portafoglio.
In altre parole, se vi sono elementi chiari in favore di una evoluzione di una tendenza in un senso o nell’altro, come purtroppo sembrano esserci almeno stando alle menzionate proiezioni fatte da rappresentati di organismi istituzionali, in favore di un prolungamento della crisi ben dentro il 2009 e con una gravità maggiore rispetto a quella precedentemente stimata, diventa molto pericoloso lasciarsi convincere ad operare in direzione opposta. Questa regola di base vale sicuramente per quel risparmiatore che valuta il risultato del proprio investimento sul lungo periodo. L’estensione del trend ribassista dell’indice S&PMib negli ultimi due anni circa, dai massimi di area 44300 ai recenti minimi di 12300 circa (per un totale di circa 32000 punti, ovvero un ribasso maggiore del 70%) dimostra la fondatezza di questo approccio. Nel corso della fase discendente ci sono stati almeno 4 tentativi di reazione degni di nota (le cosiddette fasi di “ritracciamento”), ma ogni eventuale ingresso sull’indice (o su strumenti collegati, quindi derivati, Etf o titoli appartenenti al paniere con una correlazione positiva rispetto all’indice) sarebbe stato destinato a risultati fallimentari. Meglio quindi rassegnarsi, se come sembra probabile il peggio per la fase recessiva globale che stiamo attraversando non è ancora alle spalle, gli indici azionari sono destinati a fare registrare nuovi minimi in futuro prima di poter tentare, quando le condizioni inizieranno a migliorare (magari con il solito anticipo di qualche mese, visto che le borse hanno la vista lunga e spesso sono in grado di anticipare i punti di svolta del ciclo economico), una ripresa.
Certo, le quotazioni attuali sono estremamente basse, in alcuni casi decisamente convenienti se confrontate con la solidità patrimoniale di alcune società e sulla loro capacità di produrre utili, tuttavia queste considerazioni, in molti casi, sono vere già da parecchi mesi, e questo non ha impedito ai valori di borsa di scendere ulteriormente. Diverso il discorso invece se si abbandona l’ottica del lungo termine per percorrere la strada del “trading”, di una operatività più dinamica dove l’investitore si rende disponibile a seguire costantemente l’andamento del proprio portafoglio. In questo contesto la situazione attuale potrebbe fornire, almeno stando alla lettura dei grafici, delle interessanti opportunità di acquisto. I minimi toccati il 9 marzo a quota 12332 dall’indice S&PMib (che, si badi bene, sono i nuovi minimi storici), si collocano sulla base del canale discendente tracciato dai massimi dello scorso maggio. In analisi tecnica si parla di “canali” quando una tendenza o una sua parte si sviluppa all’interno di due linee parallele, oscillando alternativamente tra quella superiore e quella inferiore. Il rimbalzo deciso messo a segno da quel supporto (una seduta come quella del 10 marzo non la si registrava dal 24 novembre scorso) sembra confermarne la significatività. Immaginando che l’indice tenti ora di recuperare il lato superiore del canale ed ipotizzando una velocità di salita simile a quella evidenziata nel corso delle passate correzioni il target si colloca in area 17000/18000, quota che potrebbe essere raggiunta tra la fine di aprile e la metà di maggio.
Insomma, anche se presumibilmente è prematuro ipotizzare l’avvio di un tentativo di correzione significativo (solo oltre i 15000 punti l’indice confermerebbe un allentamento delle pressioni ribassiste) e se di fondo il quadro rimane orientato al ribasso, nel breve termine si potrebbe aprire una finestra abbastanza ampia all’interno della quale tentare qualche operazione al rialzo. Ovviamente Piazza Affari non potrà muoversi in modo autonomo, ma sarà condizionata dal comportamento delle altre principali piazze finanziarie. Per i mercati dell’area dell’euro l’indice più rappresentativo, il Dax, sembra confermare la possibilità di un rimbalzo. I prezzi hanno testato infatti con i minimi del 9 marzo a 3588 i 3/4 di ritracciamento del rialzo disegnato dal marzo 2003. Fintanto che area 3600 verrà rispettata l’indice potrà tentare di recuperare i 4300 punti almeno, dove si collocano il gap ribassista del 17 febbraio e la linea di tendenza ribassista tracciata dal top di settembre 2008. Il superamento di area 4300 sarebbe poi una ulteriore prova di forza che, pur senza segnare una vera e propria inversione di tendenza (quella avverrebbe nella migliore delle ipotesi solo oltre i 5200 punti) potrebbe portare al test di area 4700. Giunti a questo punto l’investitore che si fosse convinto a tentare, magari solo con una piccola parte del capitale a disposizione, di tornare a giocare in borsa, seppure in un’ottica “speculativa” si domanderà quali sono i titoli sui quali puntare per cavalcare un eventuale rimbalzo. La risposta a questo quesito non è facile, la stagione delle trimestrali e delle chiusure del bilancio 2008 è nel vivo, molte società stanno presentando i conti e le previsioni per il 2009, tutti dati che dovranno essere valutati con grande attenzione prima di decidere in che direzione muovere i propri capitali.
Una prima cernita dei soggetti interessanti, ferma restando poi la necessità di fare una scrematura in base alla presentazione dei conti (un metro di giudizio forse molto semplicistico per valutare lo stato di salute delle società che presentano i bilanci in questa difficile congiuntura economica potrebbe essere quello di valutare la consistenza del dividendo proposto in base a quello dell’anno precedente, privilegiando chi è in grado di retribuire gli azionisti in misura almeno uguale che in passato), potrebbe essere fatta in base al Beta. I titoli con Beta elevato dovrebbero essere quelli in grado di fare meglio dell’indice se effettivamente questo andasse incontro ad una fase di rimbalzo. Tra questi si trovano, e non è certo una sorpresa, molti dei soggetti maggiormente penalizzati dai recenti ribassi di borsa (Beta elevato significa capacità di amplificare i movimenti dell’indice sia nelle fasi positive sia in quelle negative): Intesa Sanpaolo ed Unicredit tra le banche sono quelli con il Beta maggiore, valori elevati li evidenziano anche Telecom Italia, Fiat e Tenaris. Al di fuori della cerchia dei “big”, ma rimanendo sempre in un contesto di liquidità elevata, si segnalano Cir, Beni Stabili, Maire Tecnimont e Safilo. Tutti questi, soggetti interessanti in caso di rimbalzo, temporaneo o prolungato dei listini, diverrebbero strumenti estremamente rischiosi da tenere in portafoglio in caso di discesa al di sotto dei minimi di settimana scorsa, evento che renderebbe poco probabile le possibilità di assistere al proseguimento della reazione.