La Fed punta sui Treasuries: voglia di reazione sui mercati

pubblicato: giovedì 19 marzo 2009 da riva

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Il violento scossone dato dalla Fed ai mercati è un gesto insieme disperato e volitivo. La triplice decisione di mantenere per un periodo “esteso” i tassi d’interesse in prossimità dello zero, di varare un piano di riacquisto di titoli del Tesoro Usa (Treasuries) da 300 miliardi di dollari, di incrementare le esposizioni della banca centrale americana in mutui e altri asset affini di circa 1,15 trilioni di dollari, ha iniettato una forte dose di adrenalina nel cuore del sistema finanziario globale. Il commento della maggior parte degli osservatori è stato: la Fed ormai è pronta a tutto. Il che significa appunto, da un lato che la situazione è disperata e i piani per il salvataggio del mercato immobiliare e finanziario fanno acqua da tutte le parti, dall’altro lato che Ben Bernanke è pronto a tutto per ostacolare questa aspra recessione economica.

Gli effetti sul mercato delle sue ultime decisioni sono stati da fibrillazione. L’indice mondiale MSCI World ha fatto il più grande rally al rialzo dal 2006 a oggi, trascinato da banche e big delle materie prime. Il biglietto verde, in automatico, è precipitato proiettando il cambio euro/dollaro verso quota 1,37 e facendo schizzare anche lo yen giapponese. L’oro ha incassato un robusto rialzo di 50 dollari e il petrolio ha reagito rabbiosamente superando a New York i 50 dollari al barile: qualcuno ha cominciato a temere un periodo di “iperinflazione” nel dopo-crisi. Il future sul bund tedesco è stato da subito comprato a piene mani e ha preso la via dei massimi recenti a 125,5.

Secondo alcuni osservatori le scelte della Fed sono nate da diverse considerazioni. Il crollo dei mercati azionari, la recessione economica e la crisi di diversi mercati emergenti avevano creato troppe tensioni fuori controllo sul dollaro e sui Treasuries Usa, Washington aveva bisogno direttamente di puntare sui buoni del tesoro americano dopo anni di concentrazione degli investitori stranieri (Giappone e Cina in cima) sul debito statunitense. Ovviamente il rientro in patria di una parte consistente del debito Usa risponde anche a importanti istanze politiche. La necessità imperativa di riattivare con tutti i mezzi un mercato immobiliare boccheggiante e l’annesso sistema finanziario, ristrutturando al contempo un sistema di garanzie pubbliche affidabile, non hanno avuto minore importanza.

In molti hanno descritto la crisi in atto come uno squilibrio fra paesi emergenti (Cina soprattutto) troppo vocati alla produzione e al risparmio e un’economia degli Stati Uniti lanciata a rotto di collo verso consumi insostenibili e drogati dall’afflusso di capitali esteri. Uno spostamento del baricentro del debito americano verso Washington (o se si preferisce verso New York) è in qualche modo implicito negli schemi interpretativi forniti dalla Fed e dall’Amministrazione Obama nel corso delle ultime settimane.

La decisione di Bernanke di investire 300 miliardi di dollari in Treasuries implica, però, non solo delle scelte di contenimento, ma anche degli elementi di fiducia nel rapido way out degli Stati Uniti dalla crisi grazie a misure aggressive e decise. I buoni del Tesoro Usa che la Fed si appresta a comprare sono infatti concentrati nelle scadenze tra i due e i dieci anni e questo significa che Bernanke punta su una ripresa dell’economia a stelle e strisce in un anno o due. Un piano di acquisto di Treasuries così poderoso non poteva che suggerire una fiammata del mercato azionario e un, seppur labile, ritorno al capitale di rischio. Oggi in chiusura la sbronza sembra già finita e i mercati stanno rapidamente tornando su livelli prossimi a quelli di apertura: a ben guardare, però, dietro l’euforia dell’ultimo rally, c’è anche una forte voglia di reazione. Un tentativo di recupero da non dimenticare.

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