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Bpm: il 2009 presenta molte sfide

Pubblicato: 25 mar 2009 da Ferry Boat

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Quella della Banca popolare di Milano è una situazione in forte evoluzione per diversi aspetti. Il gruppo, una delle maggiori banche d’Italia, si trova, infatti, da tempo a gestire una battaglia su più fronti in un contesto già complesso come quello bancario nella crisi più importante dell’ultimo secolo. Oltretutto la Banca popolare di Milano si trova in un contesto altamente competitivo come quello lombardo dove compete gomito a gomito con gruppi di statura internazionale come Unicredit e Intesa Sanpaolo. Alle sfide di una crisi che ha impattato prima specificamente il settore finanziario e ormai da mesi anche quello economico la Bpm si presenta poi con un certo sbilanciamento degli impieghi che, in condizioni di crisi, potrebbero dimostrarsi un investimento rischioso.

La banca ha anche investito molto nella crescita accrescendo la rete di 60 unità con sportelli di Unicredit (38), della Popolare di Mantova (8) e con l’integrazione di altre 14 nuove agenzie: il totale fa 816 sportelli raggiunti dal gruppo senza un impatto eccessivo sul conto economico. Per limitare i costi il gruppo ha comunque deciso drastici tagli delle spese che nel caso del personale hanno portato una flessione dei costi di 11,1 milioni di euro a causa soprattutto di un elevato turn over e della riduzione della parte variabile delle retribuzioni.

Il gruppo potrebbe decidere di tagliare ben 750 posti di lavoro di cui 400 a seguito dell’efficientamento della sede centrale. In merito domani si terrà un primo incontro con i sindacati che in queste ore si preparano a quella che sicuramente sarà una lunga e aspra battaglia. Oltretutto, va ricordato, che la Bpm è una popolare e che i dipendenti sono anche i principali azionisti del gruppo in un intreccio di sigle sindacali che da sempre costituisce il vero soggetto forte nella proprietà del gruppo. In ballo c’è la stessa compattezza della Bpm e la poltrona della presidenza retta da tempo, ma non senza incertezze, da Roberto Mazzotta.

Il prossimo 25 aprile si deciderà del rinnovo dei vertici della banca e già in passato ci sono state tensioni. L’invito all’unità fatto dallo stesso Mazzotta oggi comunque potrebbe essere qualcosa di più di una ricandidatura: potrebbe essere anche un sincero invito alla compattezza in un momento difficile.

Sicuramente i licenziamenti in vista non semplificano le cose; il crollo dell’utile del 76,8% rispetto al dato del 2007 (quota 75,3 milioni di euro) nemmeno.

Quello che comunque ha pesato soprattutto sulla banca nel 2008 è stato l’attività finanziaria del gruppo (includendo in essa anche la gestione del patrimonio di vigilanza e degli accantonamenti per i finanziamenti alle imprese) in quanto il lato strettamente commerciale appare ancora solido.

Il totale degli accantonamenti ha raggiunto i 273,3 milioni di euro raddoppiando quasi rispetto al 2007 (un incremento di oltre 122 milioni di euro per l’esattezza) a causa del deterioramento di crediti e attività finanziarie per 115,9 milioni di euro. Il gruppo ha poi impegnato 43 milioni di euro nel dossier Italease e ha dovuto registrare 45,5 milioni di euro di perdite da investimento per l’impairment di Anima e CR.Al.

Fattori che hanno indebolito anche la base patrimoniale del gruppo, già parecchio sbilanciata sugli impieghi appunto, e che hanno costretto la banca a fare ricorso a Tremonti Bond per 500 milioni di euro. Con una differenza però sostanziale rispetto a tutti gli altri grandi gruppi che finora hanno chiesto questi prestiti dello Stato. Nel caso della Popolare di Milano è stato deciso di varare non solo una manovra di indebitamento, ma anche una via di uscita dallo stesso debito.

Il gruppo ha varato l’emissione di mandatory, ossia di bond con conversione in titoli obbligatoria, che dovranno coprire le esposizioni dell’istituto favorendo un rapido rientro dalla posizioni debitori nei confronti del ministero del Tesoro. Quanto questi bond pagheranno gli investitori è ancora da stabilire, non meno comunque di 4 euro (ossia del valore nominale delle azioni che poi è anche il prezzo di questi giorni).

Alla fine dell’operazione i gruppo prevede nel lungo periodo di raggiungere un core tier 1 ratio di oltre il 7,5 per cento. Nell’ottica di un miglioramento anche qualitativo del proprio patrimonio il gruppo ha deciso di lanciare un’opa sui titoli di tier 1 emessi in passato: un’operazione che in qualche maniera è resa più conveniente dal loro ampio deprezzamento e che prevede un’offerta nell’area del 50% del valore nominale.

La Bpm alla fine di queste impegnative manovre sicuramente dovrebbe risultare assai più forte. La recente crescita degli impieghi (+10,5% a 32,9 miliardi) e della raccolta diretta (+7,8% a 35 miliardi di euro) indicano senza’altro una situazione molto dinamica. Il pagamento di una cedola da 10 centesimi è comunque un segnale di fiducia dato al mercato. Anche se, visti i ritracciamenti di oggi, il gruppo dovrà dimostrare di avere intrapreso la via giusta con risultati più “tangibili” almeno in termini di redditività.

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