E’ tornato l’ottimismo a Wall Street, capace di mettere a segno un brillante rally grazie alla fiducia innescata dalla presentazione del piano Obama teso a far ripartire il mercato del credito. Il governo statunitense investirà tra i 75 e i 100 miliardi di dollari del fondo di salvataggio da 700 miliardi nell’acquisto di titoli “tossici” dalle banche. Il piano prevede inoltre investimenti misti e privati per assorbire asset sofferenti ancora nei bilanci delle banche per almeno 500 miliardi di dollari che, grazie alla leva finanziaria, potrebbero arrivare a 1000 miliardi, pari a quasi la metà di quelli attualmente contabilizzati dalle banche. Emblematico il rialzo di lunedì scorso del 7,08% per lo S&P500. Si e’ trattato della terza migliore performance per l’indice Usa nell’ultimo decennio. Mentre gli economisti discutono per decidere se la recessione si accontenterà di rovinare il 2009 o se estenderà anche al 2010, come paventato dal presidente dell’Europgruppo (e primo ministro del Lussemburgo) Jean-Claude Juncker che prevede una moderata ripresa economica solo a fine 2010, le borse sembrano aver quindi deciso che i minimi raggiunti possono per adesso bastare.
Del resto lo S&P500 dai minimi di marzo a quota 666 è salito del 25% circa, un rimbalzo che non può più essere considerato per la sua entità solo come una reazione episodica motivata dall’eccesso di ribasso (in gergo “ipervenduto”) precedente. Il rialzo dell’indice dei 500 maggiori titoli statunitensi si è lasciato alle spalle la linea di tendenza ribassista tracciata dal top di settembre 2008, inviando pertanto anche un primo segnale tangibile che qualche cosa è cambiato a livello grafico. E’ quindi il momento di abbandonare gli indugi e tornare a cavalcare l’investimento azionario? La cautela è d’obbligo e per raffreddare gli animi basta citare la statistica. I due casi precedenti di rialzi giornalieri superiori al 7% per lo S&P500 risalgono al 13 ottobre 2008 ed al 28 ottobre 2008. In entrambi i casi le sedute di forte rialzo sono state seguite dal raggiungimento di un nuovo massimo nei giorni successivi ma nessuna delle due ha fornito lo spunto per rialzi duraturi. In passato quindi la comparsa di sedute dalla volatilità eccezionale al rialzo non si è dimostrata capace di invertire la tendenza ribassista del mercato. Questa volta tuttavia le cose potrebbero andare diversamente. Oltre alla citata rottura di una linea di tendenza significativa vi sono altri elementi che sembrano supportare l’ipotesi di una fase di reazione estesa, almeno per la borsa Usa. L’indice della volatilità sulle opzioni legate allo S&P500, noto come Vix, si è allontanato dai massimi storici toccati ad ottobre 2008 e sta premendo da alcune settimane contro i forti supporti di area 35/40. La violazione di questo sostegno, che non farebbe altro che dare un seguito alla fase calante in atto dallo scorso ottobre, confermerebbe il rientro delle eccezionali pressioni in vendita che hanno gravato sull’indice di borsa nell’ultimo anno.
Interessante anche il confronto con il più reattivo Nasdaq Composite. In termini statistici i due panieri, S&P500 e Nasdaq mostrano un Beta, ovvero una misura della “reattività”, calcolato nei confronti dell’MSCI World, rappresentativo della borsa mondiale, molto simile, tuttavia è indubbio che il Nasdaq sia più lesto rispetto allo S&P500 a seguire una nuova rotta quando cambia il vento di mercato. Lo S&P500 infatti non evidenzia per il momento nessuna potenziale figura di inversione a differenza del Nasdaq Composite dove è facile riconoscere la presenza di un potenziale doppio minimo. Gli analisti tecnici sono sempre molto circospetti nell’attaccare il cartellino di una avvenuta inversione di tendenza in un grafico dove i prezzi passano semplicemente da una condizione ribassista ad una rialzista. I cosiddetti “V” bottom e “V” top certamente esistono, ma meno frequentemente di quanto si sia portati a pensare spinti dall’emotività del momento. Difficilmente infatti una tendenza viene invertita in modo repentino (lasciando quindi sul grafico una “V”), molto spesso dopo i primi tentativi di reazione vi sono dei ripensamenti da parte del mercato che portano alla costruzione delle classiche figure di inversione, le più conosciute i doppi minimi o i testa spalle rialzista. Alla base di questi comportamenti ricorsivi del mercato c’è la psicologia della massa: dopo una lunga discesa il primo tentativo di interrompere il ribasso viene accolto con euforia dagli operatori che tuttavia hanno troppa paura, ancora condizionati dalla recente fase negativa, per tenere saldamente in mano le posizioni. Quello che succede di solito è quindi che il primo rimbalzo abortisce dopo aver ritracciato una porzione compresa tra 1/4 ed 1/3 del movimento precedente: sui media si parla a questo punti di “prese di profitto”, ovvero chi ha comprato non crede fino in fondo alle possibilità che le cose cambino e dopo un po’ si libera delle posizioni. Se il ribasso conseguente queste vendite viene contenuto dai minimi precedenti (o scende poco al di sotto) la seconda ondata di compratori acquista maggiore fiducia e si spinge oltre il limite segnato dal precedente rimbalzo.
Nel caso dello S&P500 per il momento vi è il minimo di marzo a quota 666, inferiore rispetto a quello di novembre a 741, ed un rimbalzo che per il momento ha ritracciato il 20% circa di quanto ceduto dal top di maggio 2008. Il quadro sul Nasdaq Composite è decisamente diverso, in questo caso vi sono due minimi allineati sugli stessi livelli, quello di novembre 2008 a quota 1295 e quello di marzo a 1265, ed il rimbalzo delle ultime settimane ha già ritracciato più del 20% del ribasso dal picco dello scorso maggio. Altro dettaglio di non trascurabile importanza il superamento da parte dell’indice tecnologico della media mobile a 100 sedute in corrispondenza della seduta del 23 marzo, media non superata invece ancora dallo S&P500. Il “doppio minimo” sul grafico del Nasdaq verrebbe completato con il superamento del picco intermedio tra i due punti di flesso, ovvero il top della reazione successiva al primo test di 1295, resistenza a quota 1665. La rottura di questo livello lascerebbe ben sperare non solo per il destino del Nasdaq ma di tutta la borsa Usa in generale, dal momento che storicamente l’indice tecnologico funziona da “lepre” anche per gli altri. E considerando che l’indice di correlazione, calcolato a tre mesi, tra S&P500 e MSCI World vale 0,8 circa (ovvero correlazione molto significativa) si capisce che una ripresa duratura della borsa verrebbe seguita da vicino anche dai listini del Vecchio Continente.
Una figura molto simile a quella in preparazione sul grafico dell’indice Nasdaq la si può ritrovare anche sul grafico del Crb, l’indice sulle merci calcolato dal Commodity Research Bureau di Chicago. Dopo aver toccato un minimo a dicembre a quota 208 il Crb è infatti rimbalzato a gennaio a 244 per poi scendere nuovamente a febbraio a quota 200 (area dove transita anche la linea di tendenza tracciata dai minimi del 1971 e passante per quelli del 2001). Movimenti nuovamente al di sopra di area 240/50 anticiperebbero l’avvio di una fase di rimbalzo anche per il prezzo delle merci, rimbalzo che è difficile immaginare possa avvenire senza la convinzione da parte dei mercati che la parte peggiore della fase recessiva è alle spalle.
Chi sembra infine essere in procinto di disegnare un potenziale cambiamento di trend è il dollaro, che contro euro sta disegnando a partire dallo scorso ottobre un potenziale doppio minimo. Il cambio euro dollaro è sceso in area 1,233 una prima volta lo scorso ottobre a seguito di un ribasso esteso (partito dal top di luglio a 1,60 circa) che ha ritracciato il 50% circa del rialzo dai minimi di fine 2000. Dopo una prima impennata, culminata a dicembre a quota 1,47, le quotazioni sono scese nuovamente a quota 1,246 a marzo per poi dirigere ancora al rialzo. In caso di superamento del picco di dicembre la potenziale figura a doppio minimo, con base in area 1,235/1,245 troverebbe conferma prospettando il proseguimento del rialzo con target almeno i massimi del luglio 2008. Da un semplice confronto visivo tra il grafico del cambio euro dollaro e quello dell’indice Nasdaq si ricava una notevole similitudine (l’indice di correlazione calcolato per le due serie storiche nel lungo termine vale circa 0,7 e non è mai sceso negli ultimi 5 anni al di sotto dello 0): in pratica la borsa negli ultimi anni è scesa in concomitanza con un dollaro forte e ha guadagnato in corrispondenza di fasi di dollaro debole. Il completamento del doppio minimo da parte del cambio sarebbe quindi un ulteriore indizio importante per chi volesse tornare ad investire in borsa con decisione. Il contesto grafico sui singoli indici e quello intermarket appaiono quindi abbastanza chiari: le prospettive in favore di un rimbalzo esteso dei listini ci sono anche se, è bene sottolinearlo, mancano ancora alcune importanti conferme.
E non solo è possibile determinare quei valori oltre i quali le conferme verrebbero inviate, il principale forse la resistenza a quota 1665 sul grafico del Nasdaq, ma anche quelli al di sotto dei quali le speranze di assistere ad una ripresa significativa verrebbero abbandonate. Nel caso degli indici di borsa si tratta dei supporti di quota 666 sullo S&P500 e 1265 per il Nasdaq, ma segnali negativi verrebbero anche al di sotto dei 200 punti per quello che riguarda l’indice Crb delle merci o di quota 1,23 per l’euro dollaro. A seguito di questi segnale sarebbe prudente abbandonare eventuali strategie rialziste in essere e rassegnarsi ad assistere ad un nuovo scivolone dei listini.