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Segnali di ripresa da parte di alcuni comparti

Pubblicato: 06 apr 2009 da AleOne

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Nel corso delle ultime settimane sono emersi alcuni dati incoraggianti per quello che riguarda l’economia americana. Intendiamoci, si tratta di dati che nella migliore delle ipotesi possono fare pensare che nel primo trimestre del 2009 la recessione Usa toccherà il fondo e che una modesta, forse modestissima crescita la si potrà vedere solo a partire dall’ultimo quarto dell’anno, niente di miracoloso quindi, ma in ogni caso un cambiamento incoraggiante dopo mesi in cui le figure macroeconomiche non facevano altro che rincorrere nuovi record negativi. Essenzialmente i fronti sui quali si sono registrate novità positive sono quelli del settore immobiliare e quello dei consumi. Chi per abitudine è portato a pensare in positivo si fregherà le mani, lo scoppio della bolla immobiliare ed il calo dei consumi sono stati infatti i motivi alla base dell’avvio della fase recessiva prima negli Usa poi nel resto del mondo, quindi il fatto che i segnali di recupero provengano da questi fronti non può che fare ben sperare.

I più pessimisti osserveranno tuttavia che mancano all’appello ancora segnali altrettanto incoraggianti dalle banche, che stentano a riattivare il circuito del credito, e dal mercato del lavoro, dove settimanalmente si registrano impennate preoccupanti del numero di richieste di sussidi di disoccupazione. Cercando di essere realisti e di collocarsi quindi nel mezzo tra chi vede già la fine del tunnel e chi invece è sicuro di essere ancora sull’ottovolante della crisi viene da dire che è vero che i segnali di rallentamento della fase recessiva sono forse per il momento troppo flebili, ma è altrettanto vero che questi segnali sono emersi in modo autonomo, senza l’ausilio di quei puntelli che il governo Usa sta sistemando per sostenere l’economia (i sostegni al settore automobilistico, al comparto bancario e delle carte di credito, al credito scolastico).

Ma vediamo in dettaglio quali sono gli elementi nuovi sul fronte macro. A febbraio le vendite di case esistenti sono salite negli Stati Uniti del 5,1%, a 4,72 milioni di unità, il maggiore incremento dal luglio 2003. Le attese erano per un calo a 4,45 milioni di unità. A spiegare l’inversione di trend rispetto ai mesi precedenti l’andamento dei prezzi: quello medio è sceso del 15,5% (165400 dollari), il secondo maggior ribasso da quando viene tenuta questa statistica. Diverso invece l’andamento dei prezzi degli immobili residenziali che mostrano a gennaio secondo la Federal Housing Finance Agency un incremento dell’1,7% su dicembre (ma una flessione tendenziale pari al 6,3%). Sempre nel mese di febbraio si è rivelato in crescita anche il dato sulla vendita di nuove case (unita’ abitative unifamiliari di nuova costruzione), salito del 4,7% a 337000 unità in netto contrasto con le attese che erano per un valore di 300mila a fronte delle 309mila del mese precedente. Ed a febbraio si è registrato anche un aumento a sorpresa degli ordinativi per i beni durevoli. Dopo sette mesi di contrazione il dipartimento del Commercio ha reso noto che gli ordini di beni durevoli nel secondo mese dell’anno sono aumentati del 3,4% a 165,6 miliardi di dollari (maggiore incremento dal dicembre 2007), a fronte di una flessione del 7,3% registrata a gennaio. E a febbraio sono saliti anche i consumi: quelli personali (PCE, Personal Consumption Expenditures) hanno infatti registrato una variazione positiva nell’ordine dello 0,2% (+1% a gennaio).

In base al quadro delineato, che ipotizza un miglioramento della condizione del mercato immobiliare e dei consumi, indicatore da seguire con attenzione è l’indice calcolato dal Philadelphia Stock Exchange (o Phlx, il più antico mercato borsistico negli Usa, fondato nel 1790) relativo al settore immobiliare (housing index, rappresentativo di società quotate attive nel comparto immobiliare). Sul grafico del Phlx housing è evidente il rallentamento dell’esteso trend ribassista subito dal top di luglio 2005 (dai massimi storici di luglio 2005 ai minimi di fine 2008 l’indice ha ceduto l’80% circa), rallentamento che ha portato alla creazione di una potenziale figura a doppio minimo. I prezzi sono scesi infatti lo scorso novembre a quota 55,81 per poi rimbalzare a dicembre a 94,74 e scivolare poi nuovamente a marzo a 54,31. Se la reazione in atto dai minimi di marzo riuscirà a superare la resistenza di area 95 (dove passa la media mobile a 200 sedute) la figura a doppio minimo verrà completata e sarà possibile parlare di tentativo di inversione del trend ribassista del settore immobiliare. Ovviamente, almeno nella fase iniziale, sarà scontato il considerare una eventuale reazione come un fenomeno correttivo rispetto all’ampio ribasso precedente, tuttavia se le quotazioni trovassero la forza per salire oltre i 105 punti, lato superiore del canale ribassista seguito dall’indice a partire dal top di inizio 2007, sarebbe lecito iniziare a parlare di una vera e propria inversione di tendenza. Difficile immaginare che in quel caso il mercato azionario rimarrebbe insensibile alle mutate condizioni di quello immobiliare. L’avvio di una fase di ripresa per il settore delle case rappresenterebbe la fine di un incubo per i consumatori americani e potrebbe essere il primo segnale concreto di inizio della fase di ripresa.

Tracce dei segnali positivi sul fronte dei consumi si riscontrano anche sui grafici dei titoli dei retailer statunitensi. In particolare Wal Mart (che a febbraio ha battuto le attese degli analisti facendo registrare un incremento delle vendite del 5,1% al netto del carburante) e Kohl’s (+1,8% le vendite a febbraio) mostrano un andamento grafico potenzialmente rialzista, ma anche Safeway. Sul grafico di Wal Mart è evidente il tentativo di creazione di un doppio minimo poco al di sopra dei 46 dollari, dove i prezzi sono giunti lo scorso ottobre per poi tornarvi a gennaio dopo un rimbalzo a quota 59,23. La rottura di questo picco confermerebbe la figura rialzista, prospettando il ritorno sui massimi dello scorso settembre a 63,85 dollari. La violazione del supporto a 46 dollari segnerebbe la fine del tentativo di rimbalzo e l’avvio di un nuovo impulso ribassista, probabile specchio di un peggioramento della tendenza dei consumi privati. Quadro grafico analogo per Safeway, con un potenziale doppio minimo al di sopra del supporto a 17 dollari, disegnato tra novembre 2008 e marzo. La rottura della resistenza a 24,31, top dell’8 dicembre scorso, completerebbe la configurazione prospettando movimenti in area 31 dollari almeno. Ancora migliore il contesto grafico all’interno del quale si muove Kohl’s Corporation. Dopo aver toccato ad ottobre 2008 la base del canale ribassista tracciato dal picco di aprile 2007 le quotazioni hanno preso la strada del rialzo superando a metà marzo anche la media mobile a 200 sedute, ora supporto a 39 dollari circa. La rottura di quota 47, lato superiore del canale ribassista citato, confermerebbe l’esistenza di un trend positivo di natura non solo correttiva, di un tentativo di rialzo che potrebbe contrastare efficacemente la discesa degli ultimi due anni. Se i livelli di resistenza indicati per questi giganti del retail usa venissero messi sotto pressione nelle prossime settimane, allora sarebbe lecito sostenere il quadro ipotizzato in precedenza secondo il quale, almeno negli States, nonostante l’uscita di dati macro ancora negativi, in realtà l’economia reale sta registrando un rallentamento della crisi.

Certo, una ipotesi di questo tipo, proprio adesso che i mercati sono bombardati da previsione pessimistiche dai maggiori organismi internazionali (secondo l’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo, le economie dei 30 maggiori paesi membri subiranno nel 2009 una contrazione del 4,3%, a fronte di una stima precedente di un calo dello 0,4%, mentre per la Banca Mondiale il Pil globale nel 2009 dovrebbe scendere dell’1,7% e quello di Eurolandia del 2,7%) richiede da parte dell’investitore che voglia farla propria una notevole dose di prudenza. Ma il suggerimento che si può ricavare dall’analisi degli indici sul mercato immobiliare o sui titoli del settore retail non è infatti quello di buttarsi a capofitto sugli investimenti azionari ma semplicemente di non farsi trovare impreparati quando i segnali descritti (la rottura delle resistenze critiche per questi “anticipatori”) dovessero verificarsi. Quasi tutte le previsioni pessimistiche per il 2009 sono affiancate da altre molto meno negative per il 2010. Ormai il primo quarto dell’anno in corso è alle spalle, e si sa che le borse anticipano, spesso anche di un semestre, mutamenti significativi del trend dell’economia reale. Del resto i principali paesi sono ufficialmente in recessione solo dall’ultimo quarto del 2008 mentre i listini scendono ormai dalla fine del 2007, ovvero le borse hanno iniziato a sentire puzza di bruciato molto prima che questa si diffondesse negli uffici studi dei principali organismi internazionali.

Il fatto che le stime più autorevoli parlino di un rischio di strascico della recessione più lungo per l’Europa rispetto agli Stati Uniti non dovrebbe preoccupare troppo l’investitore. La recessione si è manifestata negli Usa prima che da questa parte dell’Atlantico ed è possibile che anche i segnali di ripresa si vedano a partire dagli States. Gli indici azionari delle due aree geografiche si muovono tuttavia senza tenere conto di questi ritardi temporali (casomai tracce se ne possono trovare sull’andamento della forza relativa) e quindi se la borsa Usa dovesse intraprendere un corso positivo come conseguenza del migliorato quadro congiunturale è molto probabile che anche quelle europee seguano la stessa direzione pur in assenza di segnali sul fronte dei dati macro (o meglio su comparti anticipatori) altrettanto positivi.

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