
La delegazione italiana di governo, Confindustria, Abi e Ice ha sicuramente dato l’occasione a Vladimir Putin di mandare un segnale forte al mondo in un periodo in cui l’economia globale trema e i mercati più a rischio subiscono i danni maggiori. Proprio questo il caso della Russia. Osannata per anni mentre il petrolio volava e Gazprom diventava un gigante capace di tenere in scacco energetico il Vecchio Continente, la Federazione ex-comunista ha rischiato un’implosione senza scampo nel corso dello scorso anno e ancora oggi è alle prese con una crisi drammatica.
Soltanto venerdì scorso il ministro dello Sviluppo economico Elvira Nabiuluna ha annunciato un calo del Pil russo del 7% nel primo trimestre: dato nelle previsioni, ma ugualmente grave, come il tasso di disoccupazione ormai sopra l’8% che implica milioni di lavoratori per le strade. I tempi in cui le contrattazioni sulla Borsa di Mosca venivano sospese di continuo sembrano passati. Il collasso del sistema bancario e finanziario derivante dalla fuga degli investitori sembra anch’esso scongiurato. Sicuramente, però, i problemi sono ancora gravi, come dimostra anche il fatto che Vladimir Putin ieri abbia dovuto rassicurare un parlamento (in gran parte costituito dai suoi uomini) ricordando che l’intervento anti-crisi da 90 miliardi di dollari è sufficiente a mantenere il Paese sui binari.
L’Italia è uno dei paesi al mondo più interessati a questo salvataggio dell’economia russa dalla crisi. L’anno scorso l’import da Mosca ha superato i 16 miliardi di euro con un incremento del 10,10% mentre l’export ha toccato quota 10,46 miliardi di euro (+9,5% anno su anno).
L’Italia è uno dei maggiori partner della Russia e vanta storicamente dei rapporti preferenziali con Mosca, soprattutto a causa dei forti legami dell’Eni e dell’Enel. rapporti che si sono approfonditi nel tempo anche grazie a investimenti più variegati e articolati che spaziano dalla meccanica alla moda, dall’industria leggera ai servizi. Non meno importante, fra alti e bassi, il ruolo di apripista svolto da diverse banche italiane. Unicredit e Intesa Sanpaolo soprattutto, ma anche il colosso assicurativo triestino Generali, vantano un ruolo di primo piano nel Paese.
Fa bene, però, il numero uno di Confindustria Emma Marcegaglia a chiedere una maggiore accessibilità del mercato russo agli investitori stranieri. Nonostante colossi come Enel ed Eni abbiano in qualche caso avuto delle corsie preferenziali nell’accesso al mercato russo, molte delle commesse più importanti e dei bandi più ricchi sono spesso rivolti agli investitori locali, presentano costi maggiori per gli stranieri o sono del tutto preclusi.
Eppure, riporta oggi Il Sole 24 Ore, le esportazioni dall’Italia sono triplicate nel corso degli ultimi sette anni e alcuni distretti industriali dirigono fino a un terzo della propria produzione al mercato russo. Né mancano gli investimenti di Mosca nel Bel Paese come dimostra il fatto che 4,7 miliardi di fatturato sono prodotti in Italia da società a controllo russo.
Il vero volano di sviluppo, però, rimane l’energia. Si tratti di progetti faraonici e un po’ a rilento come il gasdotto South Stream o dell’ingresso di Gazprom nel down stream degli idrocarburi con alleanze mirate con le varie società dei servizi sparse sul territorio italiano, la chiave di volta resta ancora il petrolio, il gas e i loro derivati. Certo c’è anche Finmeccanica che produce jet con la Sukhoi o la Fiat che stringe alleanze con la Sollers. Ci sono anche Indesit e Ariston che mettono su nuovi impianti (crisi permettendo) e per questo la “missione di sistema” di questi giorni ha il valore di una catapulta per l’impresa italiana in questa economia un po’ in affanno. La speranza è ancora una volta esserci domani, quando Mosca si riprenderà e sarà di nuovo uno sbocco importante per la nostra industria.
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