La sfida dei credit default swap riparte dal Big Bang

pubblicato: mercoledì 08 aprile 2009 da riva

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Il nome un po’ inquietante del protocollo destinato a regolamentare i famigerati credit default swap è Big Bang. Per capire l’importanza di questi nuovi meccanismi di regolamentazione di uno dei mercati più coinvolti nell’attuale crisi economica e finanziaria bisogna però fare un passo indietro. Cos’è un credit default swap? Il credit default swap è in pratica un’assicurazione contro il fallimento (default) di una società o di uno stato, una sorta di polizza che degli investitori (in genere banche e professionisti della finanza) sottoscrivono per evitare di rimanere con il cerino in mano nel caso in cui la società o la nazione di cui ha comprato titoli o obbligazioni per un qualche motivo non faccia fronte al proprio debito.

Si tratta in pratica di un mercato di dimensioni imprecisate ma che dovrebbe “coprire” transazioni che la Banca dei regolamenti internazionali stima in 57 mila miliardi di dollari! Secondo indiscrezioni di stampa un rapporto riservato al Governo Usa affermerebbe che Aig (American International Group la più grande compagnia assicurativa del mondo più volte rifinanziata dal Governo Usa durante questa crisi) avrebbe venduto 375 milioni di Credit Default Swap per un totale di 19 mila miliardi di dollari. Una cifra che da sola, se si convertisse in perdita, basterebbe a far fallire gli Stati Uniti e che supera il loro debito pubblico che, come noto, è il più grande del mondo e si aggirera sui 14 trilioni di dollari.

Non molto tempo fa Andrew Cuomo, procuratore generale di New York, ha chiesto di visionare i dati relativi proprio ai credit default swap di Aig. Una richiesta che non ha sopreso nessuno visto che la stessa Aig ha incassato da Washington finanziamenti per 173 miliardi di dollari e ne ha versati (a titolo di risarcimento di credit swap appunto) circa 93 miliardi, solo tra settembre e dicembre, nelle casse di banche connazionali ed estere fra le quali spiccava il nome di Goldman Sachs (12,9 miliardi ricevuti).

Molti degli asset tossici che sono nominati di frequente dalla stampa sono appunto credit default swap (cds), molti dei derivati di cui si è tanto parlare per il grave indebitamento di regioni e comuni italiane con strumenti di “finanza creativa” contengono al loro interno dei credit swap. Eppure in sé questi strumenti dovrebbero rappresentare una sorta di polizza assicurativa e da molti operatori sono usati come un indicatore dell’andamento delle società più importanti: il credit swap di questa società sale? Vuol dire che la società è nei guai o addirittura che sta per fallire (aumenta infatti la domanda di copertura e quindi il prezzo delle polizze pagare per salvaguardarsi). Il problema è proprio la trasparenza, la trasparenza e le dimensioni di un mercato fuori misura e fuori dal controllo dei regolatori finanziari delle varie nazioni (Sec e Fed in primis, ma anche molti altri anche europei).

In pratica questi credit default swap rappresentano contratti tra parti siglati fra operatori esperti ai piani alti della finanza globale e in mercati non regolamentati. Questi strumenti contrattati nei mercati over the counter (ossia appunto non regolamentati, quindi con scarsa canonizzazione dei contratti, scarsa trasparenza e soprattutto scarse garanzie) avevano fornito in anticipo indicazioni interessanti sul crollo di colossi come Lehman Brothers e Bear Stearns e oggi sono sempre più al centro dell’attenzione.

Non per una prudente strategia di investimento però. I credit default swap fanno infatti tremare, come detto, la finanza globale. Sebbene infatti essi siano accordi tra controparti teoricamente solventi il caso più clamoroso di Aig ha dimostrato che può anche non essere così. E allora? Allora intanto cerchiamo di mettere un po’ di trasparenza in un circuito molto ambiguo. L’organo deputato a questa riscrittura delle regole del gioco e alla creazione di standard universali per questi contratti è l’Isda (International swaps and derivatives association), una sorta di organizzazione di esperti e operatori di questo complesso mercato che ha in pratica partorito il Big Bang di cui sopra.

Dietro questo nome poco rassicurante per un impianto che dovrebbe ridimensionare e chiarire un settore chiaramente uscito fuori controllo si nasconde un insieme di norme e indicazioni che già oltre 2000 soggetti hanno sottoscritto. L’accordo è stato implementato proprio oggi e ad esso si affida la difficilissima sfida dei nuovi confini della finanza globale. In un certo senso è l’epilogo dell’epoca di Alan Greenspan che non aveva mai voluto regolamentare i mercati dei derivati (la crisi di oggi fa temere che sapesse che buchi terribili questi strumenti celassero). In un altro senso è la speranza che da una voragine che neanche il Governo Usa potrebbe colmare e garantire si riesca a recuperare un valore che il mercato spera esista ancora. Non tutte le società sono destinate al fallimento infatti, così come non tutti i cds sono carta straccia. C’è forse da sperare ancora, altrimenti non resterà che un default senza garanzie.

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