Chi mastica un po’ di analisi tecnica ha sentito sicuramente parlare delle “figure di inversione”. Lo studio dei grafici si concentra sull’individuazione della tendenza dei mercati (secondo questa disciplina i prezzi si muovono infatti seguendo un “trend”, o tendenza, e non seguono quindi un percorso casuale come vorrebbero alcune teorie economiche, la più nota quella del “random walk”), ovvero sulla direzione seguita dai prezzi degli strumenti rappresentati, cercando inoltre di cogliere quei segnali che possano fare pensare che tale tendenza sta iniziando a mutare. Tra i presupposti di base dello studio delle serie storiche dei prezzi c’è quello secondo il quale una tendenza, un volta intrapresa, si mantiene in atto fintanto che non sopraggiungono segnali contrari.
Il detto “the trend is my friend” significa proprio questo, è una sorta di esortazione quando si intraprende una posizione concorde allo sviluppo del mercato a non abbandonarla solo perchè c’è la sensazione che i prezzi abbiano già corso molto nella stessa direzione (l’andamento di alcuni titoli bancari negli ultimi anni, con performance stellari durante la fase rialzista e con cali altrettanto estesi durante quella ribassista sono un monito per gli investitori timorosi a tenere aperte le posizioni a lungo). Una tendenza, al rialzo o al ribasso, viene identificata da una serie di massimi e minimi crescente o decrescente. Quando il grafico di uno strumento finanziario inizia a fare registrare massimi successivi maggiori dei precedenti e minimi successivi maggiori dei precedenti è possibile parlare di trend al rialzo. Viceversa quando i massimi ed i minimi sono successivamente decrescenti.
Fintanto che la sequenza, crescente o decrescente, viene rispettata, la tendenza rimane in atto. In concreto è possibile ad esempio parlare di tendenza ribassista sul grafico dell’americano S&P500 a partire dal gennaio 2008, di tendenza ribassista per l’italiano S&PMib dal novembre 2007 e di tendenza ribassista per il cambio euro dollaro dall’agosto 2008. Al tempo stesso, nella gestione ideale dell’operatività tramite l’analisi grafica, è importante poter riconoscere eventuali segnali anticipatori di mutamento di queste tendenze in modo da essere pronti ad intraprendere nuove posizioni o a chiuderne di vecchie con la giusta tempestività. Questo è il motivo per cui al bagaglio dell’analista grafico si sono aggiunti con il tempo, oltre allo studio del trend, anche altri strumenti, come le linee ed i canali, le medie mobili, gli oscillatori, tutti elementi che possono essere utilizzati per affinare l’analisi e fornire una risposta quanto più precisa possibile alla domanda: “in che tipo di tendenza ci troviamo?”. In aggiunta agli strumenti citati i graficisti fanno anche grande affidamento sullo studio delle configurazioni grafiche per cercare di anticipare i punti di svolta del mercato.
Uno dei postulati dell’analisi tecnica è che la storia si ripete, ovvero che a fronte di situazioni simili i mercati si comportano adottando reazioni già viste. L’osservazione empirica dei comportamenti degli operatori, che nel loro complesso formano appunto il mercato, ha permesso di individuare dei comportamenti ripetitivi che sono alla base della costruzione delle “figure grafiche”. Ogni tendenza progredisce attraverso una successione di movimenti nella direzione del trend principale e di correzioni (o ritracciamenti) che ne ripercorrono in parte il cammino. Una tendenza ribassista come quella del Nasdaq dal top di ottobre 2007 è stata ad esempio caratterizzata da oscillazioni nei due sensi, in termini macroscopici la discesa fino al minimo di marzo 2008, la reazione fino al picco del giugno 2008 e la successiva discesa fino al minimo di novembre 2008. Dopo il raggiungimento di questo record negativo, a quota 1295, i prezzi hanno messo a segno una reazione che li ha riportati a quota 1665 a gennaio 2009 per poi scendere nuovamente in prossimità dei minimi di novembre (per la precisione a 1288) a marzo. Dopo un periodo di 13 mesi circa in cui l’indice faceva registrare minimi successivamente decrescenti questa sequenza si è quindi interrotta: gli ultimi due minimi rilevanti sono allineati sugli stessi livelli. I compratori, lo scorso novembre, sono riusciti, dopo un lungo ribasso, a conquistare nuovamente per qualche settimana il timone del mercato. Dopo un rimbalzo del 28% circa culminato ad inizio gennaio, dovuto probabilmente più alla voglia di chiudere i bilanci in modo non disastroso che alla comparsa di vere e proprie buone notizie sul fronte macro, il ribasso ha ripreso ma questa volta, a differenza di quanto successo nei mesi precedenti, non sono stati raggiunti nuovi minimi perchè i compratori sono nuovamente comparsi in forze nell’intorno del supporto offerto dai minimi precedenti. Se sul primo rimbalzo le posizioni sono state tenute per un 30% circa di movimento è possibile che questa volta i compratori si facciano maggior coraggio e tentino anche di portarle oltre la soglia del picco del 6 gennaio.
Se questo accadesse si completerebbe quello che gli analisti chiamano una configurazione a doppio minimo, una delle più note “figure grafiche”. Tale figura anticipa spesso una inversione di tendenza, ovvero un passaggio da un trend negativo ad uno positivo (viceversa ovviamente per il doppio massimo). Caratteristica dei doppi minimi, anche in questo caso derivata dalla osservazione empirica, la capacità di fornire un target minimo per la fase di movimento successiva il loro completamento calcolato proiettando l’ampiezza della figura dal punto dal suo limite superiore. Nel caso del Nasdaq l’obiettivo per il rialzo alla rottura di quota 1665 si colloca a 2050 circa. Da notare che la soglia dei 2050 punti si conferma una resistenza critica anche calcolando i possibili ritracciamenti per il ribasso dal top del 2007: su quei livelli passa infatti il 50% di ritorno rispetto al precedente ribasso. Il completamento del doppio minimo da parte del Nasdaq getta quindi le basi per l’avvio di un movimento di rialzo che potrebbe accompagnare la borsa anche nelle prossime settimane. L’indice tecnologico Usa ha infatti avuto spesso in passato, per la sua caratteristica di strumento a Beta relativamente elevato (rappresenta titoli che mediamente vengono definiti “aggressivi”), il ruolo di lepre rispetto agli indici più tradizionali, come lo S&P500 ed il Dow Industrial.
In altre parole spesso accade che segnali grafici rilevanti inviati dal Nasdaq, come quello dell’attuale doppio minimo, hanno trovato riscontro anche da parte degli altri principali indici Usa. E considerando la innegabile similitudine grafica tra lo S&P500 e l’MSCI World, rappresentativo delle borse mondiali, è evidente che un segnale positivo da parte degli indici statunitensi si dovrebbe tradurre in un mutamento di sentiment generalizzato per tutti i principali listini. Di segnali accessori che un potenziale mutamento di orientamento da parte dei mercati ve ne sono molti.
Uno evidente è l’andamento degli indici relativi alle commodities, ovvero alle merci, che allo stesso modo del Nasdaq hanno messo in evidenza negli ultimi mesi un evidente rallentamento della tendenza ribassista ed in alcuni casi, come ad esempio per il Crb, hanno disegnato delle potenziali figure di inversione (anche in questo caso un doppio minimo, figura che troverebbe conferma oltre i 240 punti circa). Gli osservatori più smaliziati potranno osservare che in questa fase, dove le misure di “quantitative easing” messe in moto dalle banche centrali potrebbero portare ad un futuro risveglio dell’inflazione, le commodities assumono anche una funzione di diversificazione rispetto ai portafogli finanziari tradizionali e che quindi il loro aumento di prezzo non rappresenta necessariamente un aumento della domanda a fini produttivi, e quindi un miglioramento della congiuntura, tuttavia è difficile immaginare che movimenti come quelli registrati recentemente ad esempio sul mercato del rame (l’Etc “Copper” quotato da Borsa Italiana ha messo a segno un balzo di più del 70% in quattro mesi circa) abbiano solo una matrice speculativa.
Degno di nota anche l’andamento degli indici azionari relativi ai paesi emergenti, tradizionalmente i più penalizzati in concomitanza di fasi di borsa calante ma anche i maggiormente reattivi quando i listini riprendono a salire. L’ETF “Lyxor ETF MSCI Emerging Markets (Quote A)” (EMKT) avente come benchmark un indice azionario calcolato e pubblicato dal fornitore di indici internazionali MSCI Barra, denominato in dollari è composto esclusivamente da società appartenenti ai mercati emergenti, è salito già nella settimana terminata il 9 aprile al di sopra dei picchi di inizio gennaio, confermando quindi l’esistenza di un trend rialzista a partire dai minimi dello scorso ottobre (rispetto ai quali la rivalutazione è del 40% circa).
Ed anche dal mercato delle opzioni (che, è bene non dimenticarlo, rappresenta in termini di volumi una realtà molto importante, anche se forse meno conosciuta dal grande pubblico) derivano segnali incoraggianti. La media mensile del Cboe (la borsa di Chicago) Put / Call ratio è scesa nelle ultime settimane sotto quota 1 (oltre la quale il volume delle opzioni put, ovvero le opzioni ribassiste, relative alle azioni, indici ed Etf, supera quello dello opzioni call, ovvero rialziste) dove si manteneva, salvo poche eccezioni, dal 2007, per scendere su un più rassicurante 0,80 (sul mercato nel complesso sono risultate scambiate in media nell’ultimo mese 0,80 opzioni put per 1 call). Nonostante le incertezze sul fronte macro quindi (l’ultima doccia fredda con il dato sulle vendite al dettaglio che negli Stati Uniti a marzo sono scese dell’1,1% su base mensile, un dato nettamente peggiore delle attese che erano invece per una crescita dello 0,3%) il quadro generale sembra indicare l’avvio di una potenziale fase rialzista di una certa estensione.
Dire adesso, sempre che avvenga il superamento delle resistenze critiche indicate e di conseguenza gli auspicati rialzi possano realizzarsi, se l’ondata ribassista che ha travolto i mercati dai massimi del 2007 si sia del tutto prosciugata o se si tratti invece di una semplice fase di bonaccia è impossibile. Certo, se davvero i principali indici troveranno la forza per staccarsi dai valori attuali di un altro 20/30%, allora eventuali ricadute difficilmente scenderanno al di sotto dei minimi già toccati quest’anno. In altre parole, pur essendo assolutamente prematuro parlare di una inversione di tendenza di lungo termine, appare ragionevole immaginare che quella in corso di definizione sia una fase di accumulo, all’interno della quale potranno realizzarsi quindi anche flessioni nuovamente verso i minimi, ma che dovrebbe sostenere i prezzi in attesa che anche a livello macro si manifestino evidenze in grado di sostenere i mercati in una duratura corsa al rialzo.
Quartana
22 apr 2009 - 15:56 - #1La cosa è abbatanza sensata, però proprio da lunedì 20 è iniziata una violenta correzzione ribassista che mina seriamente la costruzione descritta.
piero50
27 apr 2009 - 14:45 - #2Il brutto deve ancora venire. Tenete i soldi liquidi almeno fino ad inizio 2010 e dormite tranquilli!