
Agnelli a Detroit. La storica famiglia che controlla la Fiat forse ha già prenotato un biglietto aereo per gli States, dove giovedì sera potrebbe festeggiare le nozze del Lingotto con Chrysler. L’accordo sembra oggi più vicino. Indiscrezioni rimbalzate dalle pagine del Washington Post e del Wall Street Journal sui giornali di tutto il mondo confermano il via libera all’operazione da parte delle principali banche Usa (JP Morgan, Goldman Sachs, Citigroup e Morgan Stanley) che detengono da sole circa il 70% del debito di Chrysler.
Secondo queste ipotesi non confermate (né smentite) dalle fonti ufficiali dei gruppi coinvolti, quei circa 6,9 miliardi di dollari di debiti che lasciano Chrysler ancora in bilico sulla bancarotta e gli Agnelli con il fiato sospeso potrebbero essere tagliati a 2 miliardi di dollari ed essere convertiti per la quota rimanente in una partecipazione di circa il 5% nel capitale della casa statunitense.
Lo schema riportato dalla stampa internazionale prevede dunque che i nuovi soci di Chrysler siano per il 55% i suoi operai sindacalizzati, per il 35% siano gli italiani di Fiat e per il rimanente 10% siano divisi fra il Dipartimento del Tesoro di Washington e i creditori di cui sopra. Tutto sembra filare per il verso giusto dunque e, secondo i piani dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, già il prossimo giovedì il Lingotto potrebbe ufficialmente entrare a Detroit da proprietario. Numerose incertezze rimangono però ancora sul tavolo.
Per esempio non è ancora chiaro che, scavalcata la scadenza di giovedì, il Governo Usa non favorirà comunque una bancarotta controllata di Chrysler e quindi un suo ricorso al temuto Chapter 11: al riguardo John Elkann, vicepresidente di Fiat, ha dichiarato: “Non escludiamo alcuna ipotesi”. Fuori dai denti la Fiat, per necessità meramente pratiche, potrebbe rilevare gli asset di Chrysler in un momento successivo a una eventuale bancarotta.
Un altro importante punto è quello dei rapporti che i sindacati Uaw e Caw avranno nella nuova Chrysler. In base alle stime attuali, come detto, i sindacati avranno in futuro il controllo della compagnia con una quota del 55% del capitale. Secondo alcune indiscrezioni un’opzione da esercitarsi in un secondo momento potrebbe portare Fiat a raggiungere il 51% del capitale di Chrysler una volta inaugurata la fusione. Di certo i potenti Uaw guidati da Ron Gettelfinger avranno un peso anche maggiore di quello garantitogli dalla nomina di un membro del consiglio di amministrazione. Le rinunce che, su richiesta degli italiani, i lavoratori hanno dovuto fare sono, d’altra parte, consistenti: i nuovi limiti agli straordinari, il taglio di alcuni giorni di vacanza e la sospensione di alcuni aumenti legati al costo della vita avranno un impatto sugli operai al di là e al di qua della regione dei Grandi Laghi, che separa gli Stati Uniti dal Canada, ma non i lavoratori di Chrysler.
In particolare Veba, il fondo pensionistico di Chrysler, vanta circa 10 miliardi di dollari di crediti dall’azienda. Di questi ora Chrysler restituirà meno di 5 miliardi mentre il resto sarà convertito in titoli della casa automobilistica.
Incerto anche il destino di Chrysler Financial, il braccio operativo del gruppo che finanzia i prestiti agli acquirenti. Si tratta di un asset fondamentale dell’azienda che, secondo alcune stime, è coinvolto in certi casi nel 70% circa delle vendite della società. Chrysler Financial ha ottenuto un prestito da 1,5 miliardi di dollari dal Governo che ora potrebbe sponsorizzare una sua cessione a Gmac, antagonista e leader nel settore dei finanziamenti per l’auto negli Stati Uniti. Gmac ha già ottenuto finanziamenti da Washington per circa 6 miliardi di dollari ma la sua eventuale integrazione con Chrysler Financial ha ricevuto diverse critiche. Si teme che il ruolo di finanziatore dell’operazione attribuito alla Fdic statunitense (una sorta di Cassa depositi e prestiti usa) nell’operazione coinvolga troppo un ente teoricamente super partes. Si teme anche che Cerberus, l’hedge fund che comprò a debito Chrysler riempiendola di debiti e che ha anche importanti partecipazioni in Gmac, possa avere un ruolo non proprio trasparente nel deal e sfavorire un allargamento del credito ai compratori di auto degli States.
Resta infine in bilico per Fiat il dossier Opel. La controllata tedesca di General Motors ha ricevuto le proposte del Lingotto e della canadese Magna ed entrambe sono state dichiarate interessanti dal ministro tedesco dell’economia Karl-Theodor zu Guttenberg. L’opinione pubblica sembra però preferire l’ipotesi canadese che, forse, garantirebbe meno sovrapposizioni e rischi per l’occupazione: un fattore importante in un anno di elezioni politiche.
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