Secondo la Commissione europea l’economia dei 16 paesi della zona euro non tornerà a crescere se non nella seconda metà del 2010. Per l’Italia la contrazione attesa per il 2009 a seguito della peggiore recessione dalla seconda guerra mondiale ad oggi è del 4,4% mentre nel 2010 il rialzo del Pil dovrebbe essere limitato ad un +0,1%. Queste cifre sono state riviste al ribasso rispetto alle proiezioni rese note il 19 gennaio che prospettavano una contrazione del 2% per il 2009 ed una crescita dello 0,3% nel 2010. Come conseguenza della diminuzione della crescita, che dovrebbe interessare l’area euro in misura simile a quella dell’Italia (-4% il Pil di Eurolandia nel 2009, -0,1% nel 2010), la disoccupazione di dell’intera area potrebbe raggiungere nel 2009 il 9,9% e nel 2010 la soglia dell’11,5%. Nel nostro paese la disoccupazione dovrebbe essere più contenuta, raggiungendo l’8,8% quest’anno ed il 9,4% l’anno prossimo.
Questi numeri fanno temere quindi che la fase recessiva non sia ancora terminata nonostante, secondo la Commissione Ue alcuni indicatori lascino intravedere una possibile stabilizzazione nei prossimi mesi. Fino alla metà del 2009 le previsioni restano fortemente sfavorevoli: gli indicatori prospettano una protratta contrazione dell’attività economica, in particolare della produzione industriale. Secondo Joaquin Almunia, commissario Ue agli affari economici e monetari, l’economia europea è nel mezzo della sua peggiore recessione del dopoguerra. E per contenere gli entusiasmi degli ottimisti, che potrebbero essere tentati di vedere solo la strada già percorsa e non quella che resta da percorrere per uscire dal guado, Almunia ha chiarito che per favorire l’uscita dalla recessione sarà necessario procedere alla ripulitura dei bilanci delle banche ricapitalizzandole quando si renderà necessario. Questa ultima precisazione potrebbe rovinare la festa ai mercati azionari che salgono ormai in modo ininterrotto da 8 settimane con risultati molto brillanti. Gli indici Usa hanno infatti archiviato un aprile da record, con il Dow Jones che ha guadagnato il 7.3%, il Nasdaq il 12.3%, il miglior risultato dall’ottobre 2002, mentre lo S&P 500, con un rialzo del 9.4%, ha messo a segno il maggior rialzo mensile dal 2000 ad oggi. Ed in Europa l’indice Eurostoxx 50 è salito, nello stesso mese, del 14,68%.
Le borse nelle ultime settimane sono passate indenni anche attraverso un allarme sanitario che in altri periodi avrebbe potuto provocarne il tracollo, ed hanno digerito con facilità il peggioramento delle stime della Commissione europea. Questo perchè i mercati si sono convinti che l’economia Usa possa uscire presto dalla crisi (il dato sul Pil del primo trimestre mostra che i consumatori fanno il loro lavoro, ovvero consumano, mentre sono le aziende che per fare diminuire il livello delle scorte non producono) sostenuta dalla ripresa di quella cinese (o viceversa, nei mercati globali è difficile determinare la corretta sequenza di azione e reazione).
Ma se le banche dovranno veramente mettere in piedi operazioni di aumento di capitale (si parla di un trilione di dollari solo per quelle americane e di una cifra simile per quelle europee, quindi di 2000 miliardi di dollari in totale tra Vecchio e Nuovo continente) il giocattolo delle borse potrebbe, se non rompersi, almeno incepparsi temporaneamente. Del resto dopo una fase rialzista durata due mesi i principali indici di borsa si trovano ora in una situazione di netto ipercomprato, ovvero sono cresciuti con una velocità tale da essere difficilmente sostenibile nel medio periodo. L’ascesa che ha caratterizzato le borse da marzo è stata insufficiente per poter dichiarare estinta la tendenza ribassista subita dai massimi del 2007. Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nel corso di una recente conferenza stampa a Washington, ha descritto in modo efficace la attuale condizione dei mercati dicendo che emergono segnali positivi sul rallentamento della crisi ma che per parlare di inversione di tendenza è ancora presto. In altre parole, secondo Draghi “dire che il peggio è dietro noi o dire di vedere la luce in fondo al tunnel è prematuro. Non abbiamo visto inversioni di tendenza ma un rallentamento del peggioramento”.
E un primo segnale di inversione di tendenza verrebbe per le borse, da un punto di vista grafico, con gli indici principali al di sopra della media mobile a 200 giorni (per convenzione ritenuta dagli analisti l’approssimazione del trend di medio lungo periodo), ma, per fare un esempio, la media transita in area 720 sul grafico dell’indice Msci World, che invece per il momento ha toccato a maggio un picco a 670 circa, ed in area 21100 sul grafico dell’S&PMib, che si è invece per adesso arenato poco al di sopra dei 20000 punti. Dato per scontato che prima o poi una correzione ci sarà, motivata sia da fattori tecnici (il citato “ipercomprato” che porta gli operatori a realizzare parte dei profitti messi a segno fino a quel momento, la cosiddetta fase di “profit taking”) sia dalla presa di coscienza da parte del mercato degli sforzi che le banche dovranno ancora fare per sistemare i loro bilanci, gli scenari possibili sono al momento due: la flessione si realizzerà senza che gli indici abbiano potuto superare livelli grafici significativi anche per il quadro di medio periodo, oppure la flessione sarà successiva all’invio di questi segnali. Ovviamente le considerazioni che si potranno avanzare in merito al quadro prospettico tenendo conto del punto di partenza di una eventuale correzione saranno molto diverse.
Allo stato attuale delle cose è infatti impossibile dire se una futura flessione si dimostrerà solo una pausa del rialzo, che quindi in un secondo tempo potrà riprendere fino a lasciarsi alle spalle gli ostacoli indicati come gli argini del medio periodo, oppure se essa sarà solo l’avvio di una nuova fase ribassista duratura, destinata nella migliore delle ipotesi ad interessare nuovamente i minimi del 2009, nella peggiore a farne registrare di nuovi. Se gli indici inizieranno a cedere terreno dopo essersi lasciati alle spalle la media a 200 sedute (che nel caso dello S&PMib è al ribasso, ovvero al di sopra dei prezzi, dal luglio 2007) sarà invece più facile guardare ad una eventuale discesa come ad un fisiologico fenomeno correttivo del rialzo degli ultimi due mesi. I due possibili scenari hanno tuttavia un tratto comune, ovvero la realizzazione, a breve, di una fase ribassista. Del resto se si osservano maggiori punti di svolta che hanno contrassegnato cambiamenti significativi nella tendenza sia dell’indice Msci World sia dell’indice S&PMib è possibile notare come questi non si siano mai disegnati in modo repentino, con quella che gli analisti chiamano “inversione a V” ma piuttosto abbiano formato dello più complesse figure a “M” o a “W”. Così è successo nel caso dell’avvio della tendenza ribassista nel 2000, per la partenza del rialzo a cavallo tra il 2002 ed il 2003 e per l’inizio della discesa nel 2003. Nel caso dell’indice MSCI World è più facile riconoscere delle figure a doppio massimo o doppio minimo in concomitanze di queste tre fasi di inversione mentre per lo S&PMib la realizzazione delle figure di inversione non è da manuale (eccettuato il caso del doppio minimo lasciato tra ottobre 2002 e marzo 2003 poco al di sopra di area 21000), tuttavia anche per l’indice domestico è evidente la creazione di fasi di accumulo o distribuzione prima del cambiamento di tendenza.
Dare per certo la realizzazione di una struttura simile anche in corrispondenza della fase attuale è ovviamente impossibile, tuttavia anche puntare su di una ripresa del trend rialzista così netta ignorando le modalità con le quali si sono costruiti i cambiamenti di trend in passato potrebbe essere un errore (che da un punto di vista di risultati del portafoglio potrebbe costare caro all’investitore). Una ipotesi di lavoro per il risparmiatore che vuole ottenere risultati nel medio periodo, cercando di non farsi condizionare quindi dalle oscillazioni giornaliere ma guardando per quanto possibile al quadro di insieme, potrebbe considerare come punto fermo la possibilità che i mercati azionari abbiano fatto registrare con i minimi di marzo il punto più basso della discesa avviatasi nel 2007. Del resto anche la Fed ritiene che la contrazione dell’economia sia in fase di rallentamento, come ha dichiarato il presidente Ben Bernanke in un intervento al Congresso.
Al di sopra del supporto offerto dai minimi dell’anno gli indici andranno a disegnare una base dalla quale fare partire, presumibilmente nella seconda metà dell’anno, una nuova ondata rialzista che potrebbe superare per ampiezza e durata quella in corso di realizzazione da due mesi circa a questa parte. Nel caso la via scelta dai mercati per puntare successivamente al rialzo sia quella della figura a “W” i prezzi potrebbero scendere in modo significativo, puntando nuovamente al test dei minimi di marzo, per quello che riguarda l’S&PMib, verso area 12000/13000. Esiste tuttavia uno scenario meno drastico, che potrebbe vedere l’indice delle 40 blue chip disegnare un “testa spalle” rialzista. In questo caso la discesa potrebbe limitarsi ad interessare l’area compresa tra i 16500 ed i 17500 punti. Un “testa spalle” rialzista non è altro che una variazione del più classico ed intuitivo doppio minimo, si tratta infatti di una figura formata da un flesso centrale rispetto a due altri punti di minimo allineati su livelli superiori. Per lo S&PMib il primo minimo della figura potrebbe essere quello di inizio dicembre a 17800 circa, il secondo, quello centrale, toccato a marzo a 12332. Per completare la figura sarebbe sufficiente un calo in area 16100/16500, supporto dal quale i prezzi potrebbero tentare una nuova scalata al rialzo. La fase attuale, almeno fino a quando gli indici principali non si saranno lasciati alle spalle in modo deciso la media mobile a 200 sedute, è quindi delicata ma il rialzo non sarebbe necessariamente compromesso in caso di flessioni, anzi, eventuali storni potrebbero dimostrarsi una occasione per assumere posizioni di investimento in azioni su prezzi più interessanti da quelli raggiunti di recente.
Nel caso il risparmiatore volesse partecipare alle future fasi di rialzo intervenendo direttamente sui titoli azionari e non su strumenti che replicano l’andamento dell’indice, come gli Etf o i derivati, il consiglio, per il momento, è quello di concentrare ancora l’attenzione sui titoli maggiormente liquidi, quelli inclusi all’interno del paniere S&PMib. Osservando i grafici di forza relativa che mettono in rapporto la serie storica delle chiusure dell’indice delle blue chip con quella dell’indice Midex o dell’indice All Stars si osserva infatti come, nell’ultimo bimestre (ovvero in concomitanza con il rialzo dai minimi di marzo), l’indice S&PMib sia stato capace di sovraperformare gli altri due. E dal momento che segnali contrari al proseguimento di questa tendenza non ve ne sono anche per il futuro sembra ragionevole continuare a suggerire una strategia che privilegi per l’inserimento in portafoglio i titoli più liquidi di Piazza Affari.
Del resto, dai minimi del 9 marzo, tutti i titoli che compongono il paniere S&PMib hanno fatto registrare, ad eccezione di Snam Rete Gas, risultati lusinghieri. Risultati che in 4 casi sono stati superiori al 100% di rivalutazione ed in 21 casi, quindi più della metà, superiori al 50%, dimostrando pertanto una notevole vitalità anche da parte di soggetti che invece, per le loro dimensioni, nella mente degli investitori sono forse considerati meno volatili.