
Nel 2008 Telecom Italia ha realizzato ricavi per circa 30 miliardi di euro mentre il giro d’affari del gruppo spagnolo Telefonica ha sfiorato i 58 miliardi di euro. Le differenze dimensionali tra i due gruppi sono quindi notevoli.
Non solo, nonostante la crisi, la società spagnola ha confermato le guidance fornite al mercato e il dividendo da 1,15 euro ad azione, ha accresciuto del 9,8% il proprio utile trimestrale portandolo a 1,69 miliardi di euro. La situazione patrimoniale indica invece un debito finanziario netto di 44,42 miliardi di euro a fronte di un patrimonio netto di circa 22,7 miliardi di euro. Gli oneri finanziari da 767 milioni nell’ultimo trimestre sembrano però, come visto ampiamente bilanciati.
I dati di Telecom Italia sono diversi: peggiori per certi versi e migliori per altri. L’utile netto del primo trimestre della società ha registrato una flessione del 4,5% a quota 463 milioni di euro su cui hanno pesato oneri finanziari per 587 milioni di euro in calo sul dato del primo trimestre del 2008. Il debito finanziario netto di Telecom Italia ammonta allo scorso 31 marzo a 34,5 miliardi di euro (in crescita rispetto ai 34 miliardi circa di fine dicembre) e si confronta con un patrimonio netto di 27 miliardi di euro.
Il rapporto tra debito e patrimonio è di 1,96 nel caso di Telefonica e di 1,27 nel caso di Telecom Italia. A conti fatti dunque il gruppo Telefonica è più redditizio ma anche parecchio più indebitato di Telecom Italia. Se dunque la prima compagnia telefonica italiana (che comunque chiude finora i propri bilanci in utile) ha come maggiore problema il debito, un matrimonio con Telefonica appare chiaramente inadeguato nell’ottica di una risoluzione di questo problema.
Se si considerano poi gli enormi conflitti di interesse generatisi in Sudamerica, ossia in un continente fatto di mercati emergenti e basilari per lo sviluppo della compagnia italiana, tra la stessa Telefonica e Telecom Italia appare ancora più chiaro perché questo matrimonio fra le due società (ipotizzato fin dall’ingresso di Telefonica nella holding di controllo di Telecom Italia Telco) desti giustamente molte perplessità.
Qualcuno potrebbe forse obiettare che almeno Telefonica potrebbe garantire gli investimenti sulla rete italiana controllata da Telecom: le prove di una simile affermazione sarebbero però difficili da trovare, anche perché una infrastruttura poco sviluppata e concorrenziale è stata finora negli interessi sia di Telecom Italia che di molti editori.
Resta dunque da capire se il dogma del libero mercato che vorrebbe gli investitori italiani del salotto buono come Generali e Mediobanca liberi di vendere le proprie quote a Telefonica dovrà cedere il passo alle considerazioni sulla strategicità della rete telefonica per ogni paese moderno. Il governo sembra per ora pensarla così, come confermato dal presidente della commissione trasporti Mario Valducci ieri.
Secondo qualcuno ci potrebbe anche essere Rupert Murdoch dietro le pressioni di Telefonica su Telecom Italia. Dopo gli stop sulla tv digitale terrestre (che ha visto aumentare la propria tassazione e rischia di riproporre nella versione digitale in chiaro il monopolio Rai-Mediaset con una spruzzata di La 7) si teme che la rete di telecomunicazioni possa essere rallentata ancora per impedire che un più libero e rapido accesso a internet crei dei concorrenti alla televisione promuovendo l’offerta di contenuti on line. La conquista di Telecom Italia da parte di Telefonica potrebbe promuovere, insomma, troppa concorrenza. Il problema industriale (un problema che diventa facilmente di tutto il Paese) di fronte a tante tesi rischia però di passare in secondo piano e, di fatto, la rete rimane al palo.