Petrolio al rialzo e bond in calo, anticamera di un rally azionario?

pubblicato: venerdì 05 giugno 2009 da AleOne in: Compratienivendi Fatti del giorno Educational

Gli investitori si saranno ormai abituati: da un lato vengono bombardati quasi ogni giorno da notizie catastrofiche sull’andamento dell’economia, dall’altro hanno visto i mercati finanziari impostare un recupero che in poco più di due mesi ha portato molti dei principali indici di borsa a rivalutarsi del 50% o più. L’ultimo grido di allarme con il quale i mercati hanno dovuto misurarsi è quello relativo al crollo del Pil nella zona Ocse, che nel primo trimestre del 2009 ha registrato un calo del 2,1% rispetto al trimestre precedente, il maggiore ribasso dal 1960. Nonostante la gravità dei numeri un elemento positivo lo si può scorgere, ovvero che negli Usa il calo è stato dell’1,6%, lo stesso che nel trimestre precedente. La recessione morde quindi ancora negli States ma il suo tasso di progresso sembra ormai stabilizzato.

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Ed in Francia la flessione (unico tra i paesi del G7) del primo trimestre è stata inferiore rispetto al periodo precedente (-1,2% a fronte di un -1,5%), segno che la crisi economica è stata in qualche modo contrastata. Meno virtuosa l’Italia, che comunque con il suo -2,4% per il primo trimestre 2009 (-2,1% nell’ultimo del 2008) ha fatto meglio della Germania, arretrata del 3,8%. Anche i dati annuali mostrano un minor calo per gli States, -2,6%, rispetto alla zona euro, -4,6% (Germania -6,9% e Italia -5,9%). Molto male invece il Giappone con il suo -9,1%. Insomma, i dati, a volerli leggere sotto una luce positiva, mostrano un rallentamento del peggioramento e soprattutto una situazione del gigante americano non allarmante. E se l’America cerca di invertire la rotta, dopo essere stata la prima ad entrare in crisi, tra un po’ potrebbe toccare all’Europa. Questo tipo di ragionamento sembra essere condiviso dai mercati finanziari che si muovono in funzione dei possibili miglioramenti congiunturali futuri.

Due i principali indizi che fanno capire come effettivamente gli operatori non vedano tutto nero per il futuro dell’economia, e quindi anche delle borse. Il primo è l’andamento del mercato dei bond governativi, porto riparato dove si sono rifugiati gli investitori in fuga dalle azioni nel corso degli ultimi due anni. Il grafico del Bund future, scelto come rappresentante della categoria, ha disegnato un netto doppio massimo, figura ribassista, tra gennaio e marzo in area 125, completandolo venerdì 22 maggio con la discesa al di sotto dei minimi di febbraio in area 120,30. Il completamento di una figura di questo tipo potrebbe implicare l’inversione del trend rialzista in atto dai minimi della scorsa estate, lasciando presagire l’avvio di una fase ribassista che potrebbe accompagnare le quotazioni del Bund verso i 115 punti almeno. Un calo del mercato obbligazionario di questa portata implica, tra le altre cose, un mutamento nei confronti delle prospettive di inflazione future, una convinzione che i tassi in dovranno salire (dai valori minimi record attuali) per contrastare la tendenza alla crescita dei prezzi al consumo innescata dalla ripresa economica. Insomma, difficile immaginare, se effettivamente il calo del Bund troverà conferma nelle settimane a venire (primo supporto sotto il quale l’ipotesi ribassista acquisterebbe forza a 117,50), che nella mente degli operatori non si sia delineato uno scenario di ripresa dell’economia e quindi implicitamente di tassi di interesse al rialzo.

Un secondo indizio che permette di ben sperare per l’evoluzione delle borse è l’andamento del prezzo del greggio. Utilizzando il mercato degli Etc per valutare l’interesse degli investitori sull’andamento del petrolio si scopre che gli afflussi negli ETC long sul petrolio hanno visto una crescita di 954 milioni di dollari tra il primo gennaio 2009 e il 30 aprile 2009, ovvero più di 2 volte rispetto a quelli registrati durante tutto il 2008. Sul petrolio si possono comprare Etc long, che puntano quindi ad una crescita del prezzo, ma anche Etc short, che invece si rivalutano a fronte di un calo del prezzo del greggio. Ebbene, recentemente le posizioni long al netto delle short hanno raggiunto il nuovo record di 1,5 miliardi di dollari. Evidentemente gli investitori sono sempre più rialzisti sui prezzi petroliferi, e non solo su quelli: considerando il periodo fino a fine maggio l’ETFS Carbon (CARB) è l’ETC meglio performante, in crescita dell’80% circa da febbraio 2009. E tutto questo nonostante l’Agenzia Internazionale per l’Energia abbia recentemente tagliato le stime relative al mercato del petrolio (la previsione per il 2009 è di una domanda globale giornaliera di petrolio di 82,3 milioni di barili, con un calo quindi del 3% su base annuale rispetto al 2008).

La crescita della domanda per gli ETC petroliferi registrata dalla fine dell’anno scorso sembra essere guidata da almeno tre fattori chiave, che combinati spiegano l’andamento crescente del prezzo anche a fronte di attese di consumi piatti o cedenti. La caduta estremamente rapida dei prezzi petroliferi dal picco raggiunto nel luglio 2008 ha portato molti investitori a credere che sia stata raggiunta, con i minimi di dicembre in area 30 dollari del Wti, una situazione di ipervenduto, un eccesso di negatività che non poteva non essere corretto. Del resto la discesa dal top di luglio 2007 in area 145 dollari è stata interrotta da una sola reazione, disegnata lo scorso settembre, una continuità di movimento che difficilmente si riscontra anche nelle tendenze meglio strutturate. Molti analisti calcolano che il costo marginale della produzione del petrolio (la variazione del costo totale indotta da una produzione maggiore o minore) sia nella fascia tra i 75 e gli 80 dollari al barile. E’ evidente che i produttori agiscono sul fronte dell’offerta quando il prezzo diventa per loro troppo svantaggioso e che quotazioni al di sotto della fascia 75/80 siano accettabili solo per periodi limitati.

Un secondo fattore alla base dell’aumentato interesse nei confronti delle commodities in generale e del petrolio in particolare è legato alla ricerca di investimenti in beni rifugio che possono fornire una copertura contro una futura ripresa dell’inflazione. Le banche centrali, soprattutto quelle che hanno esaurito le possibilità di influenzare il mercato tramite l’abbassamento dei tassi di interesse, stanno aumentando l’immissione di moneta attraverso manovre di quantitative easing (alleggerimento quantitativo). Non solo il petrolio ha intrapreso una tendenza rialzista, anche l’oro, bene rifugio per eccellenza, si mantiene su prezzi molto elevati, al di sopra dei 900 dollari l’oncia, non distante dai massimi storici del marzo 2008 toccati a quota 1030. E’ evidente che non tutte le risorse che potrebbero uscire dal reddito fisso se effettivamente i mercati dovessero convincersi di una ripresa dell’economia sarebbero destinate al più rischioso investimento in azioni. Gli investitori, cercando di anticipare gli sviluppi del ciclo economico verso una ripresa, soprattutto a seguito di una fase prolungata caratterizzata da tassi di interesse molto bassi, potrebbero scegliere di allocare una porzione cospicua delle proprie risorse verso beni destinati a combattere il probabile aumento dei prezzi.

Il terzo fattore che alimenta l’interesse nei confronti del greggio e fa quindi lievitare i volumi di acquisto sugli strumenti collegati è la posizione più rialzista degli investitori nei confronti di asset sensibili alla evoluzione del ciclo economico alla luce del miglioramento degli indicatori di sentiment come ad esempio il Zew tedesco, quello che misura le aspettative di investitori ed analisti relative alla crescita economica nei sei mesi successivi. L’indice a maggio è salito a 31,1 punti dai 13 del mese precedente, sorprendendo gli analisti che si attendevano invece un recupero meno ampio, a 23 punti. Oppure l’indice di fiducia dei consumatori statunitensi, salito a maggio 54,9 punti dai 40,8 del mese di aprile, un dato decisamente migliore rispetto al consensus degli economisti di 43 punti, valore massimo dal settembre 2008 quando fallì Lehman Brothers.

E parole in favore della ripresa del ciclo economico le ha spese anche il vice direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, John Lipsky, nel corso del suo intervento al G8 dell’Energia a Roma. Secondo Lipsky infatti la crescita delle quotazioni del greggio è il riflesso di un “generale miglioramento della fiducia che si basa sui segnali che il periodo peggiore di flessione dell’economia globale è finito”. Gli osservatori, tra i quali lo stesso Fmi, pensando che la crescita della Cina potrebbe riprendere a tassi sostenuti e che in generale la domanda di petrolio potrebbe ripartire in tempi brevi. Le importazioni cinesi di greggio sono cresciute del 13,6% ad aprile, dato significativo se si pensa che la Cina è il secondo consumatore mondiale di petrolio con una media di 3,9 milioni di barili importati al giorno. Il vice direttore generale del Fmi ritiene corrette le previsioni di una ripresa “graduale della domanda di petrolio, che riflette le attese di una ripresa graduale della crescita mondiale”.

Osservando il grafico del Wti è possibile notare che il rimbalzo dai minimi dello scorso dicembre è stato del 100% circa, tuttavia i prezzi hanno ritracciato per il momento solo il 25% circa di quanto lasciato sul terreno dal top della scorsa estate. Lo spazio per un ulteriore aumento delle quotazioni quindi esiste, con un target in area 75 dollari, primo dei ritracciamenti di Fibonacci relativi alla discesa dai massimi storici. Oltre quella soglia il rimbalzo potrebbe poi acquistare forza, puntando al test di area 88/90 dollari. Un segnale importante in favore del proseguimento del rialzo verrebbe già al di sopra di area 62/63, dove transita la media mobile a 200 sedute. In attesa di movimenti in quella direzione il Wti potrebbe anche andare incontro a flessioni, tuttavia solo discese sotto area 45/50 rischierebbero di negare l’impostazione rialzista evidenziata nelle ultime settimane. Gli investitori che avessero puntato ad una rivalutazione del prezzo del greggio tramite strumenti come ad esempio gli Etc dovrebbero quindi seguire con attenzione l’evoluzione futura del prezzo del Wti ed alleggerire le posizioni in caso di discesa al di sotto dei 45 dollari.

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