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Fiat: l’accordo con Chrysler sospeso dalla Corte Suprema

Pubblicato: 09 giu 2009 da Ferry Boat

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Alle 4 di New York, circa le dieci di sera di Roma, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deliberato la sospensione dell’accordo fra Fiat e Chrysler. Il giudice Ruth Bader Ginsburg ha deciso, con un pronunciamento inatteso e inusuale, di prendere tempo per analizzare meglio un caso complesso. L’unico problema è che in questo caso, come in quello di General Motors, quello che manca di più è proprio il tempo. Chrysler perde fino a 100 milioni di dollari al giorno e rischia di essere abbandonata al suo destino da Fiat se l’accordo non sarà definitivamente approvato entro il 15 giugno prossimo. Oltre questa data il Lingotto ha infatti il diritto contrattuale di girare i tacchi e far fallire la casa automobilistica americana: un’ipotesi praticamente scontata visto che non ci sono offerte alternative a quella torinese.

In particolare un gruppo eterogeneo di obbligazionisti (alcuni fondi pensione dell’Indiana, dei gruppi di difesa dei diritti dei consumatori e la vedova di un ex impiegato Chrysler) ha chiesto la cancellazione della vendita di Chrysler a Fiat al fine di potere ottenere una maggiore garanzia sui propri investimenti in Chrysler. I tre fondi pensione dell’Indiana, che rappresentano insegnanti e poliziotti, hanno un credito da 42,5 milioni di dollari su debiti obbligazionari di Chrysler da complessivi 6,9 miliardi di dollari. In cambio di questi 6,9 miliardi di dollari i nuovi accordi per il passaggio di proprietà del gruppo Chrysler prevedono l’attribuzione pro quota agli obbligazionisti “secured” di 2 miliardi di dollari dal Governo e di altri 800 milioni di dollari in liquidazione. Agli obbligazionisti sono infatti stati offerti 29 centesimi per ogni dollaro mentre i fondi in pensione in particolare hanno pagato 43 centesimi su dollaro i propri titoli. Le perdite potenziali per questi bondholder sono insomma rilevanti in termini di percentuale sull’investimento effettuato, ma trascurabili in confronto al debito complessivo di Chrysler e anche agli investimenti governativi sul gruppo: soltanto Washington (anche lo stato canadese per esempio ha prestato denaro al gruppo) ha acceso infatti finanziamenti per oltre 10 miliardi di dollari in favore della casa americana.

Il patto siglato per il passaggio a Fiat non è però piaciuto da subito a tutti i creditori che venerdì notte avevano fatto ricorso alla Corte Suprema a seguito della bocciatura della Corte d’Appello a delle loro precedenti richieste.

Ieri però, a sorpresa la Corte Suprema ha concesso un po’ di tempo in più, agli obbligazionisti dandogli maggiore spazio per l’argomentazione delle proprie posizioni. Un’eccessiva dilazione dei termini, che servirà al tribunale per analizzare meglio i termini della questione e degli accordi presi in merito alla cessione di Chrysler, potrebbe comunque portare alla bancarotta e mettere a rischio oltre 50 mila posti di lavoro.

Per il Lingotto un no della corte sarebbe il secondo nel giro di pochi giorni dopo la preferenza accordata da Berlino a Magna-Sberbank sul caso Opel. L’intervento di Fiat è stato inoltre caldeggiato dalla stessa Chrysler e dai suoi lavoratori: una bancarotta a questo punto metterebbe in gioco molto di più di qualche decina di milioni e, soprattutto, rischierebbe di creare un precedente scomodo per la gestione di un’altra grande bancarotta in corso, quella di General Motors.

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