
Nell’anno più difficile che le quattro ruote abbiano mai visto, l’industria dell’auto cerca di rimettersi in movimento. Da Detroit a Monaco, da New York a Wolfsburg, passando per Torino, giungono segnali incerti di ripresa, dichiarazioni ottimistiche di manager sopravvissuti alla crisi e nuovi progetti per il futuro. La crescita delle immatricolazioni di auto del 2,4% a giugno (dati Acea) è un buon segnale da prendere con le pinze, perché, se la locomotiva tedesca segna un balzo del 40,5% che spinge il ceo di Volkswagen Martin Winterkorn a tentare un sorpasso della barcollante americana GM, la stessa Associazione dei costruttori europei mette in guardia il mercato: il recupero è ancora fragile e l’anno prossimo, il venir meno degli incentivi pubblici potrebbe causare un nuovo crollo delle vendite, se gli stati non sapranno gestire la faccenda con la dovuta cautela.
I giganti dell’auto, però, sgomitano e cercano di guadagnarsi un posto nel povero Olimpo dell’auto di domani. Fiat, che a giugno ha accresciuto le vendite dell’11,7% portandosi all’8,6% del mercato europeo, ha comunicato a sorpresa la presentazione di un’offerta per la storica Carrozzeria Bertone. Il designer torinese che ha prodotto di recente le Opel Cabrio e Coupé naviga da tempo in pessime acque e si trova in amministrazione straordinaria: entro il 16 luglio dovrebbero concretizzarsi tutte le proposte. In campo anche Gianmario Rossignolo (ex Telecom Italia), il torinese Domenico Reviglio, la vedova del fondatore Lilli Bertone e anche un gruppo cinese. Fiat non sarebbe, secondo le indiscrezioni, interessata al marchio, quanto allo stabilimento di Grugliasco. Alle positive reazioni della politica che temeva un disimpegno del Lingotto dall’Italia, si sono contrapposte le reazioni incerte di Giorgio Airaudo (Fiom Torino) che ha contato 150 mila vetture l’anno prodotte da Bertone contro le 140 mila di Mirafiori, senza considerare i dossier ancora aperti di Pomigliano e Termini Imerese. Insomma le strategie di Fiat destano ancora sorpresa e incertezza, ma soffrono di scarsa visibilità e rimangono in bilico sulle proteste degli operai dei vari impianti.
Nel frattempo in Germania colossi del settore come Bmw e Daimler (Mercedes) registrano un calo delle vendite dal 10,9 e del 2,7% che però, paradossalmente, incoraggia il mercato in quanto dimostra un rallentamento della crisi. Così Ian Robertson (responsabile vendite di Bmw) annuncia un aumento graduale della produzione nei prossimi sei mesi e lo stesso Dieter Zetsche (presidente della Daimler) parla di crisi alle spalle promettendo un maggiore impiego della forza lavoro nel prossimo futuro. Sempre in Germania continua a far parlare di sé il caso Opel: l’appoggio solido dei sindacati all’opzione Magna non ha, infatti, impedito nelle ultime settimane un rilancio dei cinesi di Baic e, ieri, di Rhj, che ha messo sul piatto 300 milioni di euro per una quota di maggioranza.
Numerosi protagonisti dell’industria globale dell’auto lasciano intanto la scena. Rick Wagoner, ex ad di General Motors nonostante le aspre critiche del passato, riceverà per i prossimi 5 anni circa 1,5 milioni di dollari l’anno di pensione. A sorpresa, però, anche il Governo di Obama dice addio a Steven Rattner, uno dei maggiori registi delle operazioni General Motors e Chrysler, che è stato travolto da alcune inchieste su tangenti che riguarderebbero anche il suo fondo di private equity Rattner. L’inchiesta promossa dal celebre procuratore generale di New York Andrew Cuomo ha già colpito Carlyle e ora priva la task force di Obama della collaborazione di Rattner. Sul settore, però, pesano ancora incertezze assai più grandi di quelle sulla correttezza professionale dei manager.
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