A due anni dallo scoppio della crisi segnali di ripresa

pubblicato: lunedì 17 agosto 2009 da AleOne

Sono passati due anni dallo scoppio della crisi dei mercati finanziari, due anni che hanno lasciato il segno sia sui portafogli sia nella mente degli investitori. E’ infatti il 9 agosto 2007 quando la Bce inietta nei mercati 100 miliardi di euro di liquidità per evitare il collasso del sistema del credito. All’intervento della Bce seguono analoghe misure da parte della Fed, ma ormai è troppo tardi, il panico si è diffuso ed a poco valgono anche le ripetute riduzioni dei tassi di interesse, che negli Usa arriveranno nei mesi successivi a toccare lo zero per cento, per riportare la calma sui mercati.

Del resto il buco di 2,2 miliardi di dollari che emerge nei conti di Bnp Paribas a causa della esposizione di alcuni fondi della banca sul mercato dei mutui subrime è un segnale di allarme difficile da ignorare. Istituzioni considerate tra le più solide scricchiolano, e riescono a superare la prima ondata della crisi solo grazie ai corposi aiuti offerti dagli istituti centrali. Gli operatori sperano che queste misure riescano a tenere in piedi il castello di carta (e cartaccia) sulla quale sono stati costruiti i profitti delle banche negli ultimi anni, e per qualche tempo effettivamente i mercati vanno avanti come se nulla fosse successo. L’indice della borsa mondiale, l’Msci World, tocca a metà ottobre 2007 quota 1202, arrivando così ad un passo del record storico del 13 luglio 2007 registrato a 1206, ma dopo questo ultimo exploit inizia a perdere inesorabilmente terreno.

Crolla Bear Sterns, istituto che incorporava i due hedge fund che per primi hanno messo allo scoperto l’esistenza della crisi del sistema ad agosto, e fallisce Lehman Brothers. I media cercano di spiegare il fenomeno dei mutui subrime, ma per i non addetti ai lavori è difficile capire i meccanismi che stanno alla base della fragilità del sistema finanziario e soprattutto è difficile immaginare la portata del fenomeno. Negli Usa i prestiti immobiliari concessi a soggetti che non sono in grado di fornire le adeguate garanzie, i prestiti subprime appunto, ammontano a circa 1300 miliardi di dollari, un totale di per se enorme che si moltiplica all’interno dei prodotti derivati che contengono pezzi di questo debito. La crisi del mercato immobiliare travolge il gigante dei mutui American Home Mortgage, ma si tratta di un’onda lunga che arriva fino ai giorni nostri. E’ recentissima infatti fa la notizia che un altro gigante del settore, la ormai nazionalizzata Fannie Mae, ha archiviato nel secondo trimestre 2009 una nuova perdita di 14,8 miliardi di dollari dopo il buco di 23,2 miliardi fatto nel trimestre precedente. Tutti soldi (10,7 miliardi forniti dal Tesoro Usa solo nell’ultimo trimestre, che portano il totale sborsato dai contribuenti americani a quota 100 miliardi circa) che vengono ancora oggi, a due anni di distanza dall’evidenziarsi del problema, accantonati per fare fronte a prestiti ipotecari insoluti. L’accartocciarsi del sistema finanziario Usa su se stesso brucia in poco meno di due anni un quarto della ricchezza del paese.

E’ evidente che un fenomeno (senza precedenti) di questa portata non può non avere ripercussioni gravi al di fuori dei confini americani. La crisi si diffonde a macchia d’olio e dopo aver attaccato al cuore il sistema finanziario, attraverso la stretta del credito azzanna anche l’economia reale. Gli effetti sono devastanti: in Italia il Pil del secondo trimestre 2009 è arretrato del 6% su base annua, ripetendo lo stesso calo del primo trimestre e confermandosi quindi il peggior dato dal 1980, anno di inizio di calcolo della serie. La portata della crisi anche sull’economia reale non deve stupire: secondo il Fondo monetario internazionale le perdite delle banche occidentali nel periodo fino a giugno 2009 sono state nell’ordine dei 4 trilioni di dollari, ovvero 4000 miliardi di dollari, ovvero, con un cambio approssimativo, circa 5 milioni e 350 mila miliardi delle vecchie lire. Nonostante questo quadro a tinte fosche le borse, che come noto tentano di anticipare le dinamiche dell’economia reale (il prezzo delle azioni riflette la capacità di una azienda di produrre utili), stanno salendo ormai da 5 mesi: l’Msci World ha recuperato in questo lasso di tempo un terzo circa di quanto perso dai massimi del 2007, il Ftse Italia All Share poco meno del 30%. E potrebbe non essere finita qui.

I grafici dei principali indici inviano infatti segnali incoraggianti che prospettano di portarli nei prossimi mesi ancora più in alto. Alla base di questo miglioramento i segnali provenienti da quelli che il mercato definisce “leading indicator”, ovvero quei dati macroeconomici che sono in grado di anticipare le dinamiche del Pil e del mercato del lavoro. Il superindice per l’area Ocse a giugno è ad esempio salito a 95,7 punti dai 94,5 precedenti (quello per dell’Area Euro è salito addirittura a 98,7 punti dai precedenti 97,2, quello relativo all’Italia al di sopra di quota 100 ormai da due mesi). E negli Usa a sorpresa il tasso di disoccupazione di luglio è risultato più basso rispetto a quello di giugno (9,4% da 9,6%, era da aprile 2008 che non si registrava una inversione di tendenza), con gli occupati del settore non agricolo che hanno evidenziando il calo più contenuto dall’agosto dello scorso anno. Questo dato ha permesso a Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca, di ipotizzare che l’economia Usa abbia ormai superato il punto più basso della crisi. I mercati azionari sembrano crederci e proseguono il rialzo.

Il Nasdaq, indice che prima è più degli altri reagisce agli stimoli, in positivo ed in negativo, grazie alla natura dei titoli che lo compongono, dopo essersi lasciato alle spalle ad aprile l’evidente doppio minimo disegnato in area 1260, nella prima settimana di agosto ha superato, andando oltre quota 2000, la linea di tendenza ribassista tracciata dal top di ottobre 2007. Le quotazioni sono ormai prossime al 50% di ritracciamento del ribasso da quei massimi. La rottura della resistenza, posta a 2070, sarebbe un ulteriore elemento in favore dell’ipotesi che vuole il rialzo in atto da marzo non una semplice fase correttiva rispetto alla precedente discesa, ma una tendenza autonoma, capace di ripercorrere tutta la strada del precedente ribasso ed eventualmente anche di andare a fare segnare nuovi massimi. La condizione dell’Msci World non è ancora così favorevole al rialzo, le quotazioni sono ancora lontane (il 10% circa) dalla linea che scende dal top di fine 2007 ed anche dal 50% di ritracciamento di quel ribasso, resistenza poco oltre la citata linea, ma del resto, è stato detto, il Nasdaq funziona da lepre rispetto agli altri indici ed i segnali grafici che esso invia in anticipo rispetto ai panieri costituiti da titoli meno aggressivi molto spesso si rivelano poi corretti.

Anche in ambito domestico i grafici non deludono: il Ftse Italia All Share, il vecchio Mibtel per chi ancora non si è abituato alla nuova denominazione, ha superato già a metà luglio la linea di tendenza ribassista proveniente dal top di ottobre 2007, linea praticamente coincidente con la media mobile a 200 sedute, ed ha completato salendo al di sopra di area 21500 il testa spalle rialzista disegnato a partire dal minimo del dicembre 2008. Tale figura proietta un target per il rialzo in area 29000, quota praticamente coincidente con il 50% di ritracciamento del ribasso dal top del 2007. Insomma, l’indice potrebbe avere ancora a disposizione 7000 punti per salire prima di trovare un ostacolo seriamente in grado di arrestarne la corsa. Ma gli indizi che fanno pensare ad una vera e propria rivoluzione per quello che riguarda l’atteggiamento dei mercati dopo lo scoramento vissuto nei lunghi mesi di ribasso del 2008 e della prima parte del 2009 non finiscono con lo studio dei grafici.

Dei 150 Etf quotati a Piazza Affari, per la maggior parte riferiti ad indici azionari di diverse aree geografiche o settori, la grande maggioranza, circa il 95%, evidenzia un saldo positivo rispetto ai valori di apertura del 2009. Non solo, ma il valore medio del rialzo di tutti gli indici positivi, il 21% circa, è di gran lunga superiore rispetto al valore medio dei ribassi, il -3,7% circa.

E la maggior parte degli Etf che non riescono ad archiviare nel periodo tra gennaio e fine luglio un saldo positivo sono riferiti a obbligazioni governative statunitensi, un ulteriore elemento che lascia capire come il mercato si sia orientato negli ultimi mesi verso strumenti maggiormente rischiosi, evidentemente convinto che in questa fase ci sia più da guadagnare tenendo azioni piuttosto che bond (per gli amanti delle statistiche è possibile scendere più in dettaglio e vedere come gli Etf meglio performanti in questo primo scorcio del 2009 siano tutti riferiti ad indici di paesi emergenti come il Brasile, la Turchia, l’India, la Corea e la Cina, una ulteriore conferma del ritornato appetito per il rischio da parte degli investitori).

Tutto bene dunque? La crisi peggiore che i mercati finanziari ricordino è solo ormai argomento per i libri di storia? Qualche grosso ostacolo è purtroppo ancora presente sulla strada della ripresa. L’andamento dei conti di Fannie Mae nei primi sei mesi dell’anno mostra come le difficoltà del mercato immobiliare potrebbero ancora creare grossi danni nei conti delle istituzioni finanziare, mettendo ancora una volta sotto pressioni il mercato del credito e quindi la ripresa dell’economia. Esiste poi un ulteriore possibile elemento di turbolenza: secondo il Fondo monetario internazionale in Europa non sarà rimborsato il 7% dei 1730 miliardi di euro (ovvero 121 miliardi circa) anticipati dalle società di carte di credito e da quelle di credito al consumo. Per gli States la percentuale dovrebbe salire al 14% rispetto a crediti per 1914 miliardi di dollari (268 miliardi circa). Se i dati troveranno conferma si tratterà di una ulteriore, pesante, tegola in caduta sui bilanci delle banche. La crisi del credito al consumo va di pari passo con l’aumento del tasso di disoccupazione, e nonostante i segnali promettenti provenienti dall’economia reale nessuno si fa illusioni sul fatto che la disoccupazione dovrà aumentare ancora prima di diminuire (il ritorno all’utile da parte delle aziende passa anche attraverso piani di ristrutturazione dolorosi per i lavoratori).

In paesi come gli Usa o la Gran Bretagna l’indebitamento medio delle famiglie è nell’ordine del 150% del reddito. Insomma, a due anni dall’inizio della crisi ancora c’è ancora molto da fare per uscirne. Un unico consiglio quindi agli investitori che vogliono approfittare del rialzo delle borse: darsi dei limiti di perdita prima di avviare ciascuna operazione, i cosiddetti “stop loss”, e soprattutto rispettarli nel caso le cose dovessero tornare ad andare male. Per il momento infatti, e sarà così ancora per un bel po’, il rally delle borse è da considerare solo una correzione del ribasso che lo ha preceduto.

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