
Nuova ondata di offerte e di fusioni sui mercati internazionali ha titolato più di un giornale in questo scorcio d’autunno. Kraft punta ad acquisire Cadbury, Deutsche Telekom crea una partnership con France Telecom in Gran Bretagna mentre a New York EBay cede il controllo di Skype a un pool di investitori guidati dalla società di private equity Silver Lake Partners.
Nel frattempo, annuncia un lancio dell’agenzia Bloomberg di fine agosto, la Fdic (Federal Deposit Insurance Corporation), l’agenzia pubblica Usa che garantisce i depositi bancari negli Stati Uniti, progetta delle restrizioni maggiori agli investimenti dei fondi di private equity nelle banche a stelle e strisce.
Di certo la crisi in corso chiama in causa il mondo del private equity in tutti i paesi e l’intervento di questi fondi diviene spesso fondamentale per dare nuova efficienza al mercato e per la gestione di situazioni spesso difficili.
I dati sul settore in Italia appaiono, però, non meno contraddittori di quelli internazionali. Uno spaccato del settore nel Bel Paese nel 2008 è fornito dall’Aifi (l’associazione italiana del private equity e del venture capital) che ha evidenziato che nel corso del 2008 gli investimenti provenienti da questi operatori hanno superato i 5,4 miliardi di euro con un incremento del 30% sul dato precedente. Secondo le tabelle dell’Aifi anche il numero delle operazioni è cresciuto del 23% portandosi a una cifra complessiva di 372 interventi. Nonostante il calo del 13% registrato nel 2008 sono ancora le acquisizioni di quote di maggioranza (buy out) a farla da padrone con investimenti di oltre 2,8 miliardi di euro.
La crisi, però, si sente e le risorse raccolte dal settore durante lo scorso anno registrano un calo del 25% a 2,26 miliardi di euro circa. I settori di intervento coprono un po’ tutte le principali realtà produttive italiane e i fondi di private equity sembrano giocare un ruolo chiave di rilancio in molte difficili situazioni.
Nel comparto della moda gruppi di primo piano come Safilo, Burani e forse Valentino hanno chiesto o potrebbero chiedere aiuto a dei fondi di investimento per riuscire ad affrontare la crisi in corso. I private equity spuntano in Italia anche in diverse operazioni di primo piano che vedono fra i propri attori anche protagonisti dell’Empireo finanziario tricolore.
Di recente il titolo Eni si è avvantaggiato in borsa delle indiscrezioni su una rapida cessione della raffineria di Livorno al fondo britannico Klesch&Co. I fondi di private equity Trilantic Capital Partners e HighBridge Constellation sarebbero due dei tre candidati all’acquisizione dei multiplex per il digitale terrestre di Telecom Italia Media. Oggi in borsa il titolo Stmicroelectronics si avvantaggia dei rumor su una cessione della divisione Numonyx all’americana Micron Technologies: i soci di Stm nel progetto sono Intel e il fondo di private equity Francisco Partners.
Se si guarda però alle intenzioni degli operatori più piccoli sul mercato italiano gli orientamenti appaiono ancora confusi. Una recente indagine del Centro studi finanziari, giuridici e sociali in collaborazione con alcune riviste e istituzioni (le riviste Family Office, Basilea 2, Ias/Ifrs, Assofondazioni, Istituto di Scienze e Cultura, la direzione scientifica del Master in Private Equity e M&A) ha infatti rivelato che il private equity italiano punta soprattutto sul nostro Paese per ottenere dei risultati efficaci e rapidi in termini economici.
Da un punto di vista strategico le prospettive sono invece state modificate dalla percezione della crisi. Il centro dell’interesse rimane l’Europa allargata ai paesi dell’Est e alla Russia, ma in prospettiva la Cina e i paesi asiatici sembrano regalare le maggiori opportunità, mentre l’interesse per l’America e gli Stati Uniti in particolare sembra passare in secondo piano, almeno per il momento. Di certo i numerosi dossier che vedono dei fondi di private equity fra i protagonisti di operazioni di ristrutturazione di diverse società italiane sembrano testimoniare una fase importante per questa industria in Italia.
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