Banche in subbuglio. Questo autunno difficile per l’economia reale non dà tregua alle banche italiane, che, nonostante la ripresa dei listini recenti abbia gonfiato un po’ il loro portafoglio trading, sono alle prese con diversi dossier complessi e con un mercato del credito sempre più concorrenziale e in evoluzione. Se la tornata dei merger sembra avere segnato una battuta di arresto, quasi tutte le banche italiane sono alle prese con una meritoria opera di ricapitalizzazione.
I fattori che la suggeriscono sono principalmente due. Il primo è il peggioramento delle condizioni dell’economia reale italiana e mondiale con un prevedibile calo dei consumi dalla crescente disoccupazione in tutti i mercati principali. A questo si aggiungerà un probabile deterioramento degli attivi collegati ai prestiti alle imprese. Ovviamente i settori e le industrie hanno reagito in maniera diversa e non mancano piacevoli eccezioni: la solidità della finanza globale, dopo i primi interventi di inizio crisi e le frenetiche manovre governative, appare però ancora rischio.
Difficile dire se la crisi di Dubai sia stata un errore di valutazione di chi l’ha gestita o l’emersione di un buco ormai incolmabile. Di certo non ha fatto bene a un mercato che già negli Stati Uniti e in Unione Europea si confronta con diversi autorevoli dubbi sull’entità degli asset nei portafogli bancari che devono ancora essere svalutati.
Per l’”oracolo” Nouriel Roubini già qualche mese fa era necessario svalutare almeno altrettanti asset di quelli già svalutati fino ad allora, pena il rischio di un “double dip”, un ritorno alla crisi finanziaria nel breve. Si tratta di affermazioni che sono state purtroppo riconfermate di recente dal presidente francese del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn che ha dichiarato che forse ancora il 50% delle perdite è nascosto nei bilanci delle banche. Un report di Goldman Sachs pubblicato proprio oggi s’intitola “Perdite - cambia il ritmo, ma la canzone resta la stessa”. Stimando in una forchetta tra i 2,1 e i 2,6 miliardi di dollari le perdite delle banche degli Stati Uniti accumulate dallo scorso marzo, il big del credito Usa calcola in 1,6 miliardi di dollari le perdite già riconosciute. In altre parole Goldman abbassa il tiro e sostiene che mancano all’appello “soltanto” 0,5 -1 miliardi di dollari. Una certa cautela sulle valutazioni di un soggetto tanto coinvolto dall’argomento rimane però d’obbligo.
Molti osservatori temono perciò, e a ragione, che si siano già reinnescati i meccanismi che hanno generato la crisi e che l’economia reale, inascoltata e in qualche maniera persino vittima di questa congiuntura, sia troppo trascurata dai governi. L’accusa, che rimbalza sempre di più sul mondo politico fino alle richieste da più parti di una sostituzione di Timothy Geithner con qualcuno più attivo nel riassetto del mondo finanziario e delle sue regole, di fatto è destinata a gonfiarsi con la crescita della disoccupazione e con il latitare di effettive ricette per il cambiamento dell’economia globale.
Probabilmente nel breve periodo alle banche sarà richiesto un capitale primario più corposo per sopperire ai fallimenti di imprese e al deterioramento dei crediti. La maggior parte delle banche, anche italiane, si sta già attrezzando in tal senso, mentre i capitali che gli sono stati prestati per permettere un finanziamento maggiore di imprese e famiglie in molti casi rifiniscono in borsa vanificando l’intervento dei governi.
Al contempo i bassi tassi d’interesse e quindi la forte liquidità messa sui mercati dai governi sembrano finire solo parzialmente nell’economia reale e le speculazioni su valute e commodity sembrano già preparare nuove bolle. Certo ha ragione anche Mervyn King, il governatore della Banca d’Inghilterra, quando dice che non si può considerare ogni rialzo degli attivi bancari (e delle borse) una bolla; ma il sospetto che ancora troppi scheletri siano nascosti nell’armadio è forte.
Per questo diventa sempre più urgente una revisione efficace ed effettiva delle regole finanziarie globali. Nel frattempo, se si vuole che la ripresa non si trasformi in una burla, sarà importante ridisegnare gli interventi in favore delle imprese e del resto dell’economia reale. Finanziare le banche negli Stati Uniti e in Italia è stato utile ma insufficiente e la maggior parte delle democrazie occidentali oggi sembra impotente di fronte alle stesse banche e assicurazioni che ha appena salvato.
Tanto vale, forse, agire direttamente sulle imprese. I bassi tassi d’interesse sono per queste una cosa molto buona e persino necessaria, sebbene fustighino i margini d’interesse delle banche. La liquidità però va controllata, soprattutto se finisce per alimentare la speculazione su commodity e valute danneggiando un sistema produttivo già ferito dalla volatilità degli ultimi anni. Non sono certo ricette nuove, tuttavia a più di un anno dal fallimento di Lehman non si capisce davvero più se qualcuno sia ancora in grado di controllare e dirigere quelli che nessuno avrebbe più voluto chiamare i “signori dell’Universo”.
hdhdhdh
01 dic 2009 - 09:44 - #1Liquidità, liquidità e ancora liquidità!
Questo è il motto per il 2010……..e ne vedremo delle belle!
camminando-scalzi
01 dic 2009 - 11:12 - #2Crisi economica mondiale capitolo USA : http://www.camminandoscalzi.it/wordpress/crisi-economica-capitolo-usa.html