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Citigroup e i dubbi di Geithner su Wall Street

Pubblicato: 11 dic 2009 da Ferry Boat

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Non dev’essere facile trattare con i redivivi colossi di Wall Street gli investimenti del governo nel sistema bancario e i bonus dei supermanager nuovamente in cerca di stipendi esuberanti, mentre un americano su dieci è disoccupato.

Di certo l’amministrazione americana di Barack Obama e del suo preposto al Dipartimento del Tesoro Timothy Geithner devono difendersi tenacemente dalle accuse di non aver fatto ancora abbastanza per prevenire nuove crisi e gestire con realismo e competenza la rabbia della Main Street - la via dell’uomo comune - contro Wall Street, il paradiso della finanza che ha travolto milioni di posti di lavoro con investimenti troppo rischiosi.

Così, mentre in Europa Gordon Brown e Nicolas Sarkozy trovano un accordo su una maxitassazione sugli stipendi dei banchieri e ottengono il plauso del cancelliere tedesco Angela Merkel, a Washington, nell’epicentro della crisi, giungono le richieste di Citigroup che vorrebbe liberarsi del governo e delle sue limitazioni sui bonus ai dirigenti. Proprio mentre Goldman Sachs decide che i bonus dei propri vertici saranno solo in azioni, e quindi vincolati ai risultati della banca, Citigroup chiede di restituire gran parte dei prestiti governativi.

Attualmente il Dipartimento del Tesoro controlla il 34% del colosso finanziario Usa, ha sottoscritto garanzie per 300 miliardi di dollari sugli asset tossici del gruppo e dalla propria poltrona di azionista può chiedere austere politiche per il management che si traducono in bonus politici per Obama. In pratica, però, le maggiori banche americane hanno già restituito i prestiti ottenuti con il Tarp, il superpiano di salvataggio avviato alla fine dell’amministrazione Bush per tamponare la crisi del sistema finanziario globale.

L’ultima a restituire i propri prestiti è stata Bank of America, che ha reso al governo 45 miliardi di dollari, e oggi può pagare i propri manager (quasi) quanto vuole e muoversi liberamente sul mercato. Fra i pezzi da novanta del credito a stelle e strisce mancano all’appello solo Wells Fargo e appunto Citigroup, che di BoA è diretta concorrente. La paura di perdere il passo è dunque concreta: gli aiuti potrebbero essere risarciti girando le azioni in mano a Washington al mercato e tornando a una concorrenza ad armi pari. Secondo Geithner, però, l’uscita dal Tarp deve lasciare in campo una banca più solida di quella che ha trovato e dunque Citigroup dovrebbe promuovere un aumento di capitale da 20 miliardi di dollari. Il gruppo guidato da Vikram Pandit vorrebbe invece limitare a 10-15 miliardi di dollari la ricapitalizzazione e chiudere con le garanzie sugli asset tossici. Un accordo sembra ancora lontano, anche perché la Fdic, la Cassa Depositi e Prestiti degli Stati Uniti, in passato ha espresso dei dubbi sulla solidità di Citi. Se si aggiunge che da mesi diversi osservatori nutrono dubbi sulla quantità di effettive svalutazioni compiute dalle banche statunitensi e globali e sulla solidità dell’intero sistema rivelatosi assai fragile con il caso di Dubai, la situazione si complica.

Citigroup avrebbe già svalutato asset per 120 miliardi di dollari dal 2007 a oggi e domani potrebbe accusare Geithner di avere alterato il mercato con la sua longa manus. Le restituzioni affrettate degli altri gruppi hanno già fatto montare le proteste e messo a rischio lo stesso posto del ministro dell’Economia statunitense. Il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz ha di recente rilanciato i dubbi del governatore della Banca d’Inghilterra Mervyn King: i giganti della finanza sono troppo grandi per fallire o troppo grandi per vivere? King ha ammesso di recente di avere aiutato sottobanco le banche britanniche nei terribili giorni in cui il Governo UK in pratica nazionalizzò tutto il sistema del credito britannico. Nel frattempo le nuove regole internazionali promesse per restituire trasparenza al mercato e rendere ai risparmiatori un sistema più sano e controllato restano i grandi assenti del dibattito. Aspettando Godot, le borse sono ripartite lasciando per le strade milioni di disoccupati in tutto il mondo e sempre più gente si chiede cosa sia davvero cambiato.

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