
Tempi duri per Fiat che si trova ancora nel pieno di un difficile clima politico e di scelte impegnative che condizioneranno il futuro di un gruppo sospeso tra storia nazionale e prospettive globali.
Che la casa automobilistica torinese sia un pezzo della storia d’Italia nessuno lo può e lo vuole negare. Che però la produzione nel Bel Paese negli ultimi dieci anni si sia più che dimezzata è un dato di fatto che fa riflettere la politica sull’utilità di nuovi incentivi. Se si considera che poi l’indotto automobilistico moltiplica per 5 gli addetti del settore il problema occupazionale diventa davvero scottante.
Oggi circa 600-650 mila veicoli sono prodotti da Fiat in Italia e Scajola ne vorrebbe invece prodotti più di 900 mila l’anno; d’altra parte la scelta sugli incentivi è un’arma formidabile. Nel mezzo si mette la crisi di molti impianti nel Sud, o almeno i disinvestimenti della Fiat negli impianti di Pomigliano e Termini Imerese (ma anche nell’Alfa Romeo di Arese).
Stanotte alcuni lavoratori dello stabilimento campano di Pomigliano d’Arco hanno trascorso la notte nell’aula consiliare del Comune dopo avere protestato ieri contro il mancato rinnovo di 40 contratti dei lavoro da parte del gruppo. In realtà gli impianti italiani di Fiat hanno ridotto notevolmente la produzione durante dicembre e solo a fine gennaio si tornerà in catena di montaggio a ritmi più sostenuti.
Le incertezze in questo periodo però continuano e il sindaco di Pomigliano Antonio Della Ratta ha convocato un tavolo permanente di crisi al quale parteciperanno anche rappresentanti della Regione Campania, della Provincia di Napoli, della Chiesa e dei sindacati.
Ancora più a rischio è lo stabilimento siciliano di Termini Imerese per il quale nei giorni scorsi si era parlato di un’offerta della cinese Chery (poi smentita) e ora spunta una manifestazione di interesse da parte di due colossi indiani come Tata e Mahindra & Mahindra. Si tratta ancora di indiscrezioni del sito Business Standard, che cita fonti vicini al ministero dello Sviluppo economico. Nello stesso articolo però il ministro Scajola specifica di non essere al corrente di trattative fra il gruppo indiano e Fiat in merito a questo argomento. L’attesa per il piano industriale di Fiat previsto per il 22 dicembre rimane forte.
Il gruppo Tata, d’altra parte, è già molto noto alla Fiat che ne ospita il numero uno Ratan Tata nel consiglio di amministrazione. Si tratta di un colosso indiano che si è messo in luce negli scorsi mesi con la conquista della Jaguar e della Land Rover e che ha appena negato un interesse per Swaraj Mazda.
Lo scorso trenta settembre il secondo trimestre dell’esercizio di Tata Motors è tornato all’utile (sebbene di soli 4,6 milioni di dollari) dopo alcuni mesi in rosso e si candida a essere uno dei principali gruppi automobilistici del mondo, forte anche dell’appartenenza a un più ampio impero industriale che spazia dall’acciaio alle telecomunicazioni. Nel frattempo quale davvero sia il futuro di Termini Imerese nessuno lo sa.
La richiesta di incentivi al settore nel frattempo è stata ripetuta anche da Loris Casadei, presidente dell’UNRAE, l’associazione che rappresenta le case automobilistiche estere operanti in Italia. Proprio nel Bel Paese Fiat realizza circa un terzo dei propri ricavi del settore auto, il che significa che l’Italia rimane ancora il maggiore mercato della società torinese.
Il giro di boa del 2010 segnerà una fase nuova per tutto il settore automobilistico che sembra ancora incerto sulle prospettive mercato per mercato. Se, infatti, è chiaro che gli incentivi non possono essere eterni, le incognite della tenuta delle vendite senza di essi rimangono notevoli.
Quanto conta il "Fattore C"
07 gen 2010 - 11:22 - #1ma “Mr. Tata” somiglia a Lando Buzzanca!