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Il nuovo assetto della finanza globale appeso al discorso di Obama

Pubblicato: 27 gen 2010 da Ferry Boat

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Sono giornate frenetiche per la finanza e per la politica globale. Stasera il presidente Barack Obama dovrà tenere un importante discorso dal quale potrebbe dipendere il suo futuro politico dopo la perdita nel Massachusetts di un seggio chiave al Senato. Dovrà ritrovare quella scintilla in cui sperano molti dei suoi sostenitori, ricucire i rapporti con il ceto medio e rilanciare le riforme chiave della sanità e della finanza globale alle quali in questi giorni rimane appeso il suo destino politico.

Proprio sulla finanza si gioca una delle partite più importanti, non solo per Washington, ma per il mondo intero. Seguendo i consigli di Paul Volcker il presidente americano ha infatti lanciato nuove proposte contro i “too big to fail”, quei colossi finanziari come Aig o Bank of America che non possono fallire, perché metterebbero in ginocchio tutto il sistema, e finiscono per pesare sui contribuenti nei periodi di crisi.

La chiave di volta delle nuove proposte, come qualcuno ha evidenziato, è in una nuova più recisa divisione tra banche d’affari e banche tradizionali. A queste ultime sarà vietato di operare troppo nel trading e di possedere hedge fund per limitare i rischi dell’operatività di istituti che raccolgono anche i normali depositi dei cittadini. Altra sassata contro il vecchio sistema è quello della limitazione alle dimensioni delle grandi banche statunitensi: se sono troppo grandi, potiamole, così potremo tollerare in futuro il loro eventuale fallimento. Infine un’altra sciabolata ai bonus che, secondo qualche computo, potrebbero raggiungere nel 2009 e in tutti gli States, l’astronomica cifra di 150 miliardi di dollari. Che il gotha delle banche mondiali riunito al World Economic Forum di Davos storca il naso e simuli austerità non può stupire nessuno.

Un buona fetta degli osservatori esteri istituzionali, però, sostiene i piani del presidente degli Stati Uniti: ieri Jean Claude Trichet, presidente della Bce, ha appoggiato il piano di Obama e la contrastata rielezione di Ben Bernanke a numero uno della Fed. L’idea di rafforzare la capitalizzazione delle banche è sostenuta da molto tempo anche dal numero uno della Banca d’Italia e del Financial Stability Board, Mario Draghi.

La frenetica giornata di ieri del governatore ha registrato una importante riunione con le prime sei banche d’Italia per parlare di ricapitalizzazione e di stato dell’economia, dopo lo stesso Draghi ha incontrato il premier Silvio Berlusconi dal quale ha incassato un appoggio per la candidatura alla presidenza della Banca centrale europea dopo Trichet. Intanto, sia in Italia che all’estero, il difficile equilibrio tra credito alle imprese e prudente gestione delle banche sembra ben lontano dalla soluzione e al crisi dell’occupazione si inasprisce.

Per questo le promesse di Obama di un consistente taglio della spesa pubblica per 447 miliardi di dollari dovranno apparire credibili, per questo la difesa del capo del Dipartimento del tesoro Timothy Geithner sulla gestione del salvataggio di Aig dovrà essere convincente, per questo il discorso di Obama dovrà restituire una leadership senza tentennamenti alla più grande economia del mondo. Perché ancora una volta i destini della finanza globale appaiono indissolubilmente legati alla politica interna degli Stati Uniti e da lì il mondo attende la nuova direzione.

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