
Il Pil della Grecia pesa meno del 3% di quello dell’Eurolandia, ma ieri, in uno dei momenti peggiori della sua crisi, Atene è riuscita a dirottare l’euro sui minimi degli ultimi mesi. Per questo il premier greco George Papandreou ha ragione nel dire che gli attacchi speculativi al debito greco sono anche attacchi all’Eurozona. D’altra parte una grande lezione che il mondo sta ricevendo da questa crisi viene proprio dalla crescente importanza dell’”opinione del mercato” anche per le nazioni e per le valute.
In fondo al tunnel del “downturn” che si aggrappa ai più deboli d’Europa, rischiando di far vacillare l’intera nave comunitaria, si vede però una luce importante nelle dichiarazioni di responsabilità espresse dai leader politici del Vecchio Continente. La maggior parte di loro ha da subito smentito ogni ipotesi di uscita della Grecia dall’Eurozona e avvertito i suoi rischi come un pericolo comune. Il leader socialista europeo Martin Schulz ha chiesto l’emissione di un eurobond per il salvataggio della Grecia, il presidente della Commissione europea Manuel Barroso ha incoraggiato il sostegno agli impegni presi da Atene, il commissario europeo agli Affari monetari Joaquin Almunia ha affermato risolutamente che: “La Grecia non andrà in default”.
Una generale convergenza sul caso sembra insomma essere stata trovata, anche se sull’affidabilità dei piani proposti finora più di un osservatore nutre seri dubbi. Con un deficit al 12,7% del Pil e una inattesa voragine nei conti pubblici la Grecia deve senz’altro recuperare quel gap di credibilità di cui giustamente soffre dopo la scoperta dei suoi falsi sistemi di rilevazione statistica. Le manovre messe in campo dal governo includono una forte lotta all’evasione e il taglio della spesa pubblica a partire dai salari dei dipendenti statali: per uno dei governi socialisti più importanti d’Europa non sarà certo una passeggiata. Intanto la finanza globale fa il suo corso con gli spread fra debito greco e debito tedesco volati a 405 punti base e il prezzo dei cds oltre i 400 punti. Le speculazioni sui debiti pubblici con simili movimenti sono più di un sospetto e pesano direttamente nelle aste del debito sovrano di tutte le nazioni.
Uno dei problemi principali, da un punto di vista pratico, deriva però dal fatto che il trattato di Maastricht impedisce un “salvataggio ufficiale” per cui bisognerà trovare una soluzione unitaria che rispetti in qualche maniera il trattato.
Oltretutto gli effetti della crisi sui debiti sovrani dei più deboli sembrano allargarsi. Di questi giorni è la notizia del deficit del Portogallo, anch’esso rivelatosi, ben sopra le attese, al 9,3% del Pil: neanche a dirlo è scoppiato l’ennesimo allarme delle agenzie di rating. Un caso simile è quello dell’Irlanda e, per certi versi, anche quello della Spagna.In qualche maniera, però, quello che sta succedendo era ampiamente prevedibile.
Nel magico mondo dei debiti sovrani da tempo è in voga la brutta sigla dei Piigs, che indica Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna come i paesi più a rischio d’Europa per debito e stato dei conti pubblici. L’Italia per ora sembra cavarsela, ma sicuramente eventuali traumi in Grecia, in Portogallo o altrove nell’Unione preoccuperebbero tutti, compresa la Germania della Merkel.
L’Europa continua a smentire piani sotterranei di salvataggio di Atene, Maastricht lo impedisce e ne potrebbe risultare danneggiata la stessa immagine dell’Europa. Allo stesso tempo tutti concordano sul fatto che proprio la culla della civiltà europea debba in qualche maniera essere salvata da un male che potrebbe presto diventare contagioso.
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