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Mercati in cerca di direzione, come si orienteranno gli investitori?

Pubblicato: 02 feb 2010 da AleOne

I recenti ribassi dei mercati azionari hanno messo in evidenza un comportamento degli investitori che può essere ricondotto al comportamento “sell the news”. Le sedute peggiori per i listini, come quella di venerdi’ 22 gennaio, sono scaturite infatti a seguito di buone notizie soprattutto sul fronte delle trimestrali. Quasi tutti i grossi nomi dello S&P500 hanno battuto infatti le attese del mercato ma gli investitori non si sono fatti sedurre dai numeri ed hanno venduto.

Le quotazioni di società simbolo del comparto tecnologico, quello con il maggior peso all’interno del paniere più rappresentativo di Wall Street, come Google o Advanced Micro Devices, o di titoli finanziari come American Express, sono scese in picchiata nonostante le trimestrali più solide delle previsioni. Evidentemente i mercati ritengono che nei prezzi attuali siano già incorporate queste novità positive, non si deve infatti dimenticare che i mercati vengono da una fase rialzista durata 10 mesi circa che ha visto in molti casi raddoppiare o più le quotazioni, e vogliono ora essere sicuri che anche le prospettive future sono degne dei risultati appena archiviati. Che questa chiave di lettura dei recenti movimenti sia plausibile lo testimonia il comportamento di General Electric proprio nella seduta critica dello scorso venerdì: il titolo del gigante dei servizi è salito in quella occasione di più del 3% con un Dow Jones sceso del 2,10% circa. E questo nonostante l’utile netto del quarto trimestre sia risultato in calo del 19% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno ed i ricavi abbiano fatto registrare una flessione, anche se minore delle attese.

A convincere il mercato a comprare il titolo contro tendenza è stato l’annuncio di un dividendo accresciuto per il 2010 e di una crescita degli utili nel 2011 e 2012. Analogo comportamento degli investitori nei confronti dell’europea Philips e dei colossi high tech americani Apple e Texas Instruments. Quello che i mercati ricercano sono quindi aperture positive per il futuro, anche perchè gli elementi di criticità che stanno emergendo appaiono seri. Innanzitutto i tassi di interesse sono destinati a salire, ed anche se negli States eventuali misure di inasprimento di politica monetaria non sembrano dietro l’angolo, in altre regioni del mondo, alcune di primaria importanza come la Cina, queste dinamiche si sono già messe in movimento. I dati diffusi dall’Ufficio statistico cinese relativi al quarto trimestre 2009 mostrano una crescita del Pil del 10,7% su base annua, ben superiore alle precedenti stime di un incremento del 9,1%.

Una tendenza di questo tipo non può lasciare indifferenti le autorità monetarie che devono correre ai ripari per prevenire un surriscaldamento dell’economia. E non solo il costo del denaro potrebbe salire. La forza del dollaro, per quanto sia riflesso del miglioramento dell’economia statunitense, comporta allo stesso tempo un maggior costo delle materie prime per gli acquirenti che devono convertire la propria valuta per acquistarle. Il fisiologico deprezzamento delle commodities che deriva da un rafforzamento del dollaro viene in buona parte compensato dalle prospettive di aumento della domanda, quindi è plausibile immaginare che in futuro i prezzi delle materie prime rimarranno sotto pressione per gli acquirenti internazionali, con il rischio di una compressione dei margini in alcuni settori. E l’incremento dei costi di gas e benzina potrebbe avere un impatto anche sulla spesa dei consumatori. Il dollaro non sembra destinato a cedere terreno contro euro e le altre principali divise. Una idea dell’attuale sentiment di mercato riguardo al cambio la fornisce il posizionamento sui Currency Etc: il 75% circa degli investitori è infatti long sul dollaro americano, ovvero scommette su di un suo ulteriore rafforzamento.

La fase attuale del ciclo economico è di transizione, da una crisi drammatica al ritorno alla crescita, ma per i risparmiatori non è tutto oro quello che luccica: cosa si manifesterà per primo nei conti delle aziende, l’inevitabile incremento dei costi legato alla ripresa, o quello dei consumi? Le notizie di una revisione al rialzo delle stime di crescita per il 2010 e 2011 da parte della Banca Mondiale, che prevede un Pil globale aumentato del 2,7% nell’anno in corso e del 3,2% l’anno prossimo non significano che il peggio è definitivamente alle spalle. I governi dovranno fare rientrare le misure di sostegno all’economia decise per fronteggiare la crisi e quella fase sarà molto delicata.

Ed a correre i rischi maggiori sono, sempre secondo la Banca Mondiale, i Paesi avanzati, per i quali il fardello aggiuntivo che appesantisce i conti pubblici a causa delle politiche anti crisi potrebbe indurre alcuni governi ad approntare una exit strategy troppo anticipata, con il rischio di ricadere in depressione. Del resto le differenti velocità della ripresa economica attuale ed attesa (nel 2010 la crescita globale dovrebbe attestarsi intorno al 3%, quella delle economie asiatiche, escludendo il Giappone, dovrebbe superare il 7%) sono rispecchiate dalle performance dei mercati finanziari. C’è stato infatti un ritorno dei flussi di capitali verso i mercati emergenti, con l’Asia che è riuscita ad assorbirne una gran parte.

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