Il quadro grafico suggerisce prudenza, meglio attendere prima di tornare a comprare azioni

pubblicato: lunedì 08 febbraio 2010 da AleOne in: Compratienivendi Fatti del giorno Educational

Cercare di leggere il sentiment dei mercati finanziari è un esercizio sempre difficile, soprattutto nelle fasi di transizione del ciclo economico. E’ evidente che quando la tendenza del trend dell’economia è consolidata e riconosciuta dalla maggioranza degli osservatori, al rialzo o al ribasso, è facile prevedere l’andamento di massima dei mercati finanziari, in particolare quello delle borse. Quando l’espansione è uno stato acquisito i listini azionari infatti salgono, almeno fino a quando non iniziano a comparire evidenti segnali di surriscaldamento che possono comportare inasprimenti della politica monetaria, se invece la recessione picchia duro gli investitori scappano dalle azioni.

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Nelle fasi di passaggio del ciclo, dalla crescita alla contrazione o viceversa, le previsioni diventano invece molto più difficili e spesso vengono disattese. Alla base di queste apparenti incongruenze c’è il fatto che i mercati finanziari tentano di anticipare l’andamento dell’economia reale, di posizionarsi al rialzo o al ribasso scommettendo sui mutamenti del ciclo economico prima che questi si realizzino. Lo scorso anno, quando nessuno si azzardava a scommettere sull’uscita dalla fase recessiva in tempi brevi, le borse hanno disegnato un rialzo prodigioso, culminato con i massimi di inizio gennaio, con l’Msci World cresciuto del 62% circa. A maggior ragione, ora che il Pil statunitense invia chiari segnali di una crescita impensabile fino a pochi mesi fa, la borsa dovrebbe balzare verso l’alto. Ed invece a gennaio, mese tradizionalmente favorevole alle azioni, i listini Usa sono scesi per tre settimane consecutive andando a perdere il 3,5% circa, il peggior calo degli ultimi 11 mesi.

Ragionando a freddo sui dati del Pil Usa si capisce tuttavia come i mercati ancora una volta abbiano avuto l’occhio lungo: nell’ultimo quarto del 2009 l’espansione economica statunitense è stata del 5,7%, il dato migliore dal terzo trimestre del 2003, tuttavia le spese al consumo sono cresciute solo dell’1,44% nella versione “core”. Una porzione significativa della variazione positiva è imputabile quindi agli aggiustamenti del livello delle scorte, mentre i consumi, che pesano per il 70% sul totale del Pil, rimangono per il momento relativamente bassi. Difficile del resto che con la attuale situazione occupazionale che i consumi decollino. Il brindisi per festeggiare la ritrovata espansione è quindi forse prematuro, e gli investitori vogliono poter verificare la sostenibilità della ripresa anche nei prossimi trimestri. Gli indici di fiducia continuano in ogni caso a crescere: il Chicago Pmi, l’indice dei direttori acquisti, a gennaio ha toccato quota 61,5 a fronte di attese di un calo a 57,2 dal 58,7 di dicembre, la fiducia dei consumatori a cura dell’Università del Michigan è balzata invece sui massimi degli ultimi due anni a quota 74,4. E’ quindi probabile che nel medio termine questo incremento di fiducia si traduca anche in una partecipazione attiva maggiore alla crescita dell’economia.

A crederci non sono comunque solo i consumatori americani, anche secondo il Fondo monetario internazionale la ripresa “è partita prima e più forte del previsto” e potrebbe raggiungere una espansione del 3,9% nel 2010 e del 4,3% nel 2011. Qualche rischio tuttavia permane: il ritiro delle politiche di stimolo implementate dai principali governi, se prematuro, potrebbe rallentare la crescita. In Europa c’è poi la situazione del debito della Grecia che introduce un elemento di preoccupazione in più.

Che fare quindi, fidarsi o no delle attuali quotazioni per comprare titoli azionari? L’analisi grafica dell’indice Ftse Mib consiglia prudenza. Meglio attendere che la situazione di chiarisca ed evitare quindi di entrare al rialzo sui livelli attuali. Il rischio di proseguimento della discesa a correzione del rialzo dai minimi di marzo 2009 è infatti elevato. Solo recuperi al di sopra dei 23000 punti sarebbero un primo segnale incoraggiante. Oltre 24000 si potrebbero poi accantonare i timori e tornare a comprare relativamente sereni.

La settimana appena conclusa ha portato infatti con se segnali graficamente molto negativi per i principali indici azionari mondiali, situazione alla quale non è sfuggito il Ftse Mib. L’indice domestico delle blue chip ha infatti abortito, dopo aver raggiunto a quota 22500 il 38,2% di ritracciamento del ribasso dal top di inizio anno, il rimbalzo che i prezzi avevano messo a segno dal test della media mobile a 200 sedute avvenuto il 29 gennaio. L’ascesa vista nella prima parte della settimana si è quindi dimostrata solo un intermezzo correttivo rispetto al precedente ribasso, che nella seduta di giovedì è tornato a mostrare i muscoli tagliando come il burro, grazie anche all’evidente rialzo dei volumi, il supporto offerto dalla media mobile a 200 sedute in area 21550. Successivamente i prezzi sono scesi anche al di sotto dei minimi di fine novembre, violando pertanto la base della fase sostanzialmente laterale disegnata dai prezzi a partire dal top di ottobre.

La discesa al di sotto dei minimi di novembre sembra confermare l’ipotesi che le oscillazioni degli ultimi 4 mesi circa siano servite a costruire una fase di distribuzione, una palude nella quale si è impantanato il rialzo visto dai minimi del marzo 2009 e dalla quale l’unica via di uscita possibile sembra essere quella del ribasso. Del resto un primo segnale negativo l’indice lo aveva già inviato il 21 gennaio scendendo in contemporanea al di sotto sia della linea di tendenza tracciata dai minimi del 2009 e passante per quelli di fine novembre sia la media mobile a 100 giorni. Il segnale inviato giovedì mostra una situazione già compromessa e non deve essere quindi inteso come un avvertimento ma come una vera e propria conferma delle pericolosità della situazione attuale.

E’ molto probabile che i massimi di ottobre abbiano rappresentato il culmine della fase rialzista intrapresa lo scorso marzo e che ora i prezzi vadano incontro ad una correzione estesa di quel rialzo. In analisi grafica si identifica il probabile target di una correzione nell’area compresa tra 1/3 ed i 2/3 di ritracciamento della precedente tendenza, con il 50% che spesso si dimostra il punto di equilibrio sul quale si esauriscono le spinte contrarie alla tendenza. Nello specifico il ribasso dell’indice potrebbe quindi già arrestarsi in area 20500 (33% di ritracciamento) ma probabilmente proseguirà invece fino in area 18500 (50% di ritracciamento), giungendo su quei livelli anche rapidamente, per poi tentare la ripresa del rialzo.

Se le cose dovessero mettersi male ed il mercato non trovasse in questi 3000 punti circa che lo separano da area 18500 la giusta motivazione per riprendersi la discesa potrebbe anche continuare fino in area 16500/17000 senza per questo negare il trend rialzista visto dai minimi del 2009. Fino in area 16500 infatti il ribasso sarebbe da considerare una correzione e sarebbe corretto mantenere un target per il medio lungo periodo superiore ai massimi di area 24500 toccati ad ottobre.

Per cancellare i molteplici segnali negativi inviati di recente l’indice dovrebbe adoperarsi molto: un primo indizio positivo verrebbe oltre la media mobile a 100 giorni attualmente in area 23000, una successiva iniezione di fiducia la si ricaverebbe oltre area 24000, dove transita la linea tracciata dal top di ottobre e passante per quello di gennaio, ma solo oltre area 24500 il trend rialzista tornerebbe a comandare.

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