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La crisi della Grecia non e' da sottovalutare, meglio aumentare la liquidita'

Pubblicato: 15 feb 2010 da AleOne

Le difficoltà della Grecia e più in generale dei paesi del Club Med, il circolo altrimenti definito con un acronimo non certo edificante P.I.I.G.S, ovvero Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, hanno rovinato la festa alle borse. I mercati azionari sembravano infatti pronti a riprendere, dopo alcune settimane di pausa, la corsa al rialzo che aveva contraddistinto la seconda metà del 2009, quando le tensioni sui conti pubblici dei paesi dell’area mediterranea hanno fatto loro un clamoroso sgambetto. Che l’ostacolo sia percepito come di difficile superamento, nonostante le dichiarazioni tranquillizzanti, ma non ci si poteva attendere diversamente, degli organismi internazionali, lo testimonia la rapidità con la quale i listini azionari sono scesi e l’entità dei volumi che hanno accompagnato questi cali.

Nella seduta del 5 febbraio ad esempio il ribasso del future Eurostoxx, il derivato che ha come benchmark l’indice Eurostoxx 50, è stato accompagnato dal record di scambi dal 16 ottobre 2008, lo stesso per il Dax future, precipitato con volumi che non si vedevano dal 16 gennaio 2009. Ma l’effetto forse più rilevante non è quello visibile sui grafici degli indici azionari bensì quello che si registra sui cambi e sui bond.

Il future sul Bund ha toccato nuovi massimi storici superando la forte resistenza di area 123,75 dove i prezzi per tre volte tra novembre e dicembre avevano sbattuto violentemente. L’euro dollaro è invece sceso al di sotto della media mobile a 200 sedute, violata al ribasso il 20 gennaio dopo quasi un mese di tentativi. Sia il rialzo dei bond governativi sia il rafforzamento del dollaro sono fattori negativi per le borse. Nel caso delle obbligazioni il rialzo testimonia la sfiducia degli investitori nella ripresa economica e quindi nella necessità di far salire i tassi di interesse in tempi relativamente brevi. I titoli governativi, quelli tedeschi in particolare, rappresentano poi una fisiologica valvola di sfogo per i capitali provenienti dalla fuoriuscita dagli investimenti in azioni, un porto sicuro nel quale rifugiarsi quando il mare delle borse si agita.

Il rialzo del dollaro testimonia invece la chiusura di posizioni di carry trade, ovvero dei finanziamenti aperti in questa divisa per investire su altri asset. Il dollaro ha sostituito a partire dalla seconda metà del 2008 lo yen giapponese come valuta preferita per indebitarsi, sia grazie al suo costo basso sia alla sua tendenza ad indebolirsi, tuttavia le rinnovate incertezze sull’evoluzione della crisi economica hanno suggerito a molti speculatori di smontare queste posizioni di vendita di dollari per ridurre l’esposizione al rischio, con il risultato che la moneta Usa si è rafforzata. Ed anche nel caso del dollaro l’effetto “porto sicuro” o “safe heaven” come lo chiamano gli anglosassoni, non è probabilmente da trascurare: negli ultimi mesi molti investitori, anche istituzionali, avevano iniziato a pensare di detenere non solo dollari come riserva valutaria ma anche euro, tanto che si erano fatte insistenti le voci di un crescente utilizzo della moneta unica come strumento di pagamento per l’acquisto ad esempio di forniture di petrolio o di altre materie prime.

La crisi della Grecia e degli altri paesi europei gravati da un forte deficit ha riportato indietro l’orologio di molti mesi, ad una situazione dove il dollaro è il re incontrastato degli scambi. Da un certo punto di vista gli attuali aggiustamenti sui mercati, e non solo su quelli azionari ma anche delle commodities e delle obbligazioni, possono essere considerati salutari. Il balzo in avanti di alcuni metalli industriali, alimentato dalla convinzione che la ripresa fosse ormai avviata e che la stagione dei tassi di interesse ai minimi storici non dovesse terminare, aveva il sapore di una vera e propria bolla, così come di bolla era lecito parlare per le emissioni obbligazionarie, un vero e proprio fiume in piena che aveva riportato il mercato ai livelli del 2006 ed il differenziale di rendimento tra i titoli di stato ed i titoli a rating molto più basso quasi ad annullarsi. La situazione attuale può essere considerata una presa di coscienza di quelle che sono le reali, o meglio realistiche, prospettive di ripresa dell’economia, che potrà sicuramente crescere nei prossimi trimestri ma che deve ancora fare i conti con livelli di disoccupazione storicamente molto elevati (e quindi con il rischio di ulteriori compressioni dei consumi) e con il progressivo esaurirsi delle politiche di intervento straordinarie decise dai principali governi per uscire dalla crisi.

Il rischio tuttavia è che questa presa di coscienza sia utilizzata come una scusa da parte di alcuni partecipanti dei mercati, quelli che abitualmente speculano al ribasso come ad esempio gli hedge fund, per generare volatilità e quindi fare volare i profitti. L’andamento di dollaro e Bund fanno temere proprio questo, che l’aggiustamento fisiologico delle aspettative dopo una fase di euforia come quella vissuta nella seconda metà del 2009 venga amplificato ad arte per gettare scompiglio tra i pesci più piccoli e permettere a quelli più grossi di banchettare. Del resto il superamento dei picchi di novembre e dicembre in area 123,50, precedenti massimi storici, da parte del Bund future non è un segnale che può essere ignorato facilmente. Il raggiungimento di area 124,50 da parte del contratto sul principale Gov’s europeo, anche se avvenuto in concomitanza con una situazione di moderato ipercomprato da parte degli indicatori tecnici di uso più comune, rischia di aprire nuovi spazi al rialzo per i corsi del future. Il limite superiore del canale rialzista seguito dai prezzi a partire dai minimi dello scorso giugno si offre come obiettivo in area 126,50, area di resistenza dalla quale potrebbero svilupparsi correzioni ma che non rappresenta necessariamente il punto di arrivo del rialzo.

Quando l’analista grafico si trova in presenza di una situazione come quella del Bund future, che si muove in territorio inesplorato e dove mancano quindi riferimenti storici sui quali fare affidamento, una soluzione è scomodare la teoria delle onde di Elliott. In base a questo approccio i mercati si muovono in base a sequenze preordinate, dove le diverse fasi sono legate tra loro in base ai rapporti di Fibonacci. Conoscendo l’ampiezza dei movimenti già disegnati è quindi possibile immaginare lo sviluppo, almeno spaziale se non temporale, dei segmenti successivi. Ipotizzando che dai minimi di inizio 2007 sia in atto la costruzione di una fase impulsiva in 5 onde, alla quale manca ancora una porzione significativa dell’onda 5 per concludersi, un possibile obiettivo si colloca in area 130. Dubbi sulla sostenibilità del rialzo verrebbero solo al di sotto di area 122, dove transitano sia la media mobile a 100 sedute sia le linee di tendenza tracciate dai minimi di luglio 2008 e giugno 2009. In caso di discese al di sotto di area 122 sarebbe lecito iniziare ad ipotizzare un rapido sgonfiarsi delle quotazioni del Bund future e di conseguenza anche degli altri mercati che guardano a questo strumento come guida. E anche se in modo forse un po’ semplicistico sarebbe possibile affermare che sotto quei livelli probabilmente la fase di ritracciamento delle borse potrebbe dirsi terminata.

Del resto sono in molti a sostenere che la attuale politica dei tassi bassi non possa non portare ad una futura, nemmeno troppo lontana, fase di surriscaldamento dell’inflazione e di conseguenza ad un rapido ridimensionarsi delle quotazioni obbligazionarie, con le borse che al contrario dovrebbero avvantaggiarsi del miglioramento della congiuntura. Se queste considerazioni possono essere condivisibili nel medio termine, nel breve i mercati devono tuttavia fare i conti con il rischio di default per alcuni Paesi dell’Euro Zona, una situazione nella quale, come già accennato, gli speculatori sguazzano. Il rafforzamento del dollaro sia sull’euro sia in termini di dollar index, ovvero nei confronti di un paniere composto dalle altre principali valute, ha una matrice molto simile a quella del Bund future.

L’andamento del cambio non rispecchia forse il quadro macro economico, nel 2010 l’Europa potrebbe fare in termini di Pil e lotta alla disoccupazione meglio degli Usa, ma è il risultato di timori, e quindi di una componente anche emotiva, sulla tenuta dell’intero sistema dell’euro. Ecco quindi che il proseguimento della fase favorevole alla moneta Usa potrebbe proseguire ancora, magari fino a cancellare completamente il rialzo disegnato sul grafico dell’euro dollaro dai minimi dello scorso marzo. Segnali in questo senso verrebbero al di sotto di area 1,35, la cui violazione potrebbe portare al test di 1,3050 almeno. Nel breve correzioni al rialzo sono possibili, l’Rsi a 14 sedute è in deciso ipervenduto, tuttavia solo recuperi al di sopra di area 1,41/42 potrebbero cancellare i recenti segnali di forza della moneta Usa (violazione in sequenza delle medie a 100 e 200 sedute e della linea tracciata dai minimi dello scorso aprile).

Il quadro intermarket che risulta dallo studio degli elementi sui quali i mercati maggiormente stanno concentrando la propria attenzione in questa fase, i bond governativi, il dollaro e le borse, non è delineato in modo netto: le tensioni speculative sono molto elevate ed impediscono di vedere quale sia il reale orientamento dei mercati. Da un lato è del tutto plausibile pensare che a medio termine i listini azionari possano tornare ad apprezzarsi e che al contrario le quotazioni dei bond siano destinate a scendere, tuttavia queste tendenze potrebbero essere rimandate anche lungamente, fino a che la situazione in Europa non sarà appianata.

Il consiglio migliore che è possibile dare in questo frangente per il risparmiatore con una avversione al rischio media è probabilmente quello di sfruttare un eventuale rimbalzo delle borse, ancora possibile dopo i recenti cali, per alleggerire le posizioni dirottando solo una parte delle risorse così liberate sui bond governativi tedeschi e mantenendosi per lo più liquidi. La svalutazione di lira e sterlina del 1992 è un ricordo lontano, tuttavia dovrebbe insegnare che in situazioni come quella attuale è meglio peccare di eccesso di prudenza che di eccessiva fiducia. Le cose improbabili infatti a volte accadono, e lasciano con l’amaro in bocca chi non si era attrezzato per fronteggiarle.

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