Il comparto bancario è quello che ha sofferto più di altri nel corso della fase ribassista iniziata dal top dello scorso ottobre. Il settoriale domestico ha lasciato sul terreno dal massimo del 15 ottobre fino ai recenti minimi di febbraio il 25% circa, molto di più del 16% circa perso dal mercato nel suo complesso. Nel corso delle ultime due settimane si è modificata tuttavia la situazione della forza relativa che vede messe in rapporto le serie storiche dei principali rappresentanti del settore bancario, Unicredit ed Intesa Sanpaolo, e il Ftse All Share.
Il grafico di forza relativa infatti, dopo aver mostrato per molti mesi, dall’estate 2009, una sostanziale sintonia di movimenti tra indice azionario e titoli dei singoli istituti, ha virato decisamente al ribasso a partire da inizio anno, segnalando una fase durata circa quattro settimane di decisa sotto performance delle azioni rispetto all’indice. Da alcune sedute tuttavia il grafico di forza relativa ha inviato i primi segnali favorevoli ad una inversione al rialzo, ovvero al ritorno in una situazione dove i titoli potrebbero tornare a sovra performare l’indice. Ovviamente, trattandosi di una situazione embrionale, il rischio che non si riesca a sviluppare una vera e propria tendenza favorevole ai bancari è elevato, tuttavia la il contesto merita un approfondimento. I titoli delle due maggiori realtà bancarie italiane sono caratterizzati infatti da una volatilità elevata (quella storica è superiore del 50% circa rispetto a quella dell’indice), e se dovessero intraprendere la strada del rialzo, fosse anche solo per un temporaneo rimbalzo, si verrebbero a creare gli spazi sufficienti per operare al rialzo anche da parte di investitori non particolarmente speculativi.
Intesa Sanpaolo ha disegnato tra metà ottobre e metà gennaio una figura a doppio massimo, in area 3,20 euro, completata il 4 febbraio con la discesa al di sotto dei minimi del 5 novembre a 2,74 euro. Precedentemente il titolo aveva violato sia la media mobile a 100 sedute, ora resistenza passante in area 3 euro, sia la media a 200 sedute, ora in area 2,80 euro. Il quadro grafico parla quindi di una situazione di debolezza accentuata, confermata anche dall’impennata dei volumi registrata nelle prime sedute del mese di febbraio. Esistono tuttavia due elementi positivi che potrebbero fare pensare ad un prossimo tentativo di rimbalzo: i minimi dell’8 febbraio a 2,51 euro sono stati toccati infatti in corrispondenza con il 38,2% di ritracciamento del rialzo dai minimi di marzo 2009, ovvero il primo dei livelli di Fibonacci, un supporto che spesso si dimostra in grado di arginare le fasi correttive. In aggiunta a questo l’indicatore Rsi a 14 sedute, uno degli oscillatori maggiormente utilizzati dagli analisti grafici, ha disegnato a partire dal 28 gennaio una figura a doppio minimo in area di ipervenduto. Le figure disegnate sulla curva dell’indicatore hanno la stessa validità di quelle presenti sul grafico dei prezzi, quindi la presenza di un doppio minimo sull’Rsi potrebbe favorire un rimbalzo. Segnali favorevoli ad un rimbalzo del titolo verrebbero al di sopra di area 2,80 euro. In quel caso un primo obiettivo si colloca a 2,985, lato superiore del gap ribassista del 22 gennaio. Il target successivo sono i massimi di gennaio a 3,22 euro. Discese sotto 2,50 farebbero invece sorgere forti dubbi sulle prospettive di una reazione. Il rischio del proseguimento del ribasso fino ad almeno area 2,25, 50% di ritracciamento del rialzo dai minimi del 2009, sarebbe in quel caso molto elevato. La violazione di 2,50 dovrebbe quindi fare scattare lo stop loss per eventuali posizioni al rialzo intraprese nell’ottica di sfruttare l’attuale rimbalzo.
Anche Unicredit dopo essere sceso al di sotto sia della media mobile a 100 sedute, resistenza a 2,30 euro, sia di quella a 200 sedute, passante in area 2,12, ha testato con i minimi dell’8 febbraio a 1,86 il 38,2% del rialzo dai minimi del marzo 2009, ovvero il primo ad essere considerato significativo dei ritracciamenti di Fibonacci. Ipotizzare quindi che il test di area 1,85 abbia rappresentato un punto di arrivo, almeno temporaneo, per il ribasso, è plausibile. Certo, da qui a dire che la correzione vista dal top di ottobre è terminata ce ne corre: le correzioni spesso si disegnano in tre segmenti, e la fase ribassista degli ultimi mese potrebbe rappresentare solo il primo di questi. Una eventuale reazione dovrebbe superare almeno area 2,20/25, dove transita la linea tracciata dai massimi di ottobre, per poter ambire ad estendere verso i 2,65 euro. E solo con il superamento dei massimi dello scorso anno il titolo si affrancherebbe dal rischio di essere ancora nell’ambito di una fase correttiva ribassista. In ogni caso, anche se un eventuale rimbalzo dovesse limitarsi ad avvicinare i massimi del 2009, lo spazio per una operatività al rialzo anche di non brevissimo termine esiste. L’Rsi a 14 sedute dice che con i minimi di fine gennaio è stato toccato un livello di ipervenduto così basso come non lo si vedeva dallo scorso marzo, successivamente si è disegnata poi anche una divergenza rialzista (l’indicatore ha disegnato una tendenza al rialzo, con minimi crescenti, mentre il grafico del titolo mostra minimi decrescenti), ulteriore indizio favorevole alla realizzazione di una fase positiva. Sarebbero solo discese al di sotto di area 1,80/85 ad allontanare le prospettive di una ripresa introducendo il rischio del test a 1,60 del 50% di ritracciamento del rialzo dai minimi di marzo 2009. Per coloro che volessero tentare l’inserimento del titolo in portafoglio, pur in un’ottica di breve medio termine, i livelli attuali possono rappresentare già una opportunità, a patto di proteggere le posizioni con uno stop loss da attivare al di sotto dei 1,80 euro.
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