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Dollaro forte, una strada ormai segnata o solo una fase temporanea?

Pubblicato: 01 mar 2010 da AleOne

La decisione della Federal Reserve di alzare il tasso di sconto, quello applicato ai prestiti alle banche commerciali, dello 0,25% allo 0,75% ha preso di sorpresa i mercati finanziari, che tuttavia sembrano aver retto bene il colpo. La banca centrale Usa ha infatti chiarito che questa misura deve essere intesa come un primo passo verso la implementazione della “exit strategy” dalle politiche monetarie straordinarie e non come un segnale di cambiamento della politica monetaria, che rimane quindi accomodante.

Resta il fatto che la decisione della Fed, anche se per la maggioranza degli osservatori non porterà in tempi brevi a rialzi dei tassi di interesse, è un chiaro segnale di fine della recessione e di un ritorno alla normalità sui mercati. I dati macro di recente uscita indicano che è stato intrapreso un percorso di miglioramento dell’economia che, seppure ancora incerto, difficile ignorare infatti la disoccupazione al 10%, dovrebbe portare all’uscita dalla crisi senza che si verifichi il temuto “double dip”. Se da un lato questa condizione di ripresa non può non piacere ai mercati finanziari, dall’altro costringe gli operatori ad iniziare a pensare che la fase di denaro a costo zero è ormai agli sgoccioli. Il risultato netto di tutte le considerazioni, positive e negative, che sono scaturite dalla mossa della Federal Reserve, è stato un netto rafforzamento del dollaro contro euro, rafforzamento che era già iniziato a seguito delle traversie di alcuni paesi della UE ma che ha ulteriormente accelerato dopo il rialzo del tasso di sconto.

Del resto non è un mistero che già da alcuni mesi gli operatori stanno smontando le operazioni di finanziamento in dollari, tecnicamente denominate “carry trade”, aperte per trarre vantaggio dal costo molto basso di questa valuta, in vista di una riduzione del differenziale dei tassi causato da un aumentato costo della moneta Usa. Gli elementi citati fino a questo punto, le difficoltà di alcune nazioni dell’area dell’euro e la tendenza intrapresa dai tassi Usa, lasciano pensare che il grafico dell’euro dollaro non abbia ancora terminato la sua corsa al ribasso. E’ evidente che un ulteriore rafforzamento del dollaro, non solo nell’ordine di qualche punto ma nuovamente verso la parità, avrebbe un enorme impatto anche sui prezzi delle materie prime e quindi sui portafogli di molti investitori.

L’andamento grafico degli ultimi due anni è plausibile con una prospettiva di rafforzamento della moneta Usa nel medio lungo periodo. Il rialzo visto dai minimi di ottobre 2008 ha ritracciato i 3/4 circa del ribasso dal top di metà 2008 spingendosi lo scorso novembre fino a quota 1,5150 circa, livelli dai quali si è sviluppata la discesa che in pochi mesi ha riportato le quotazioni a 1,35. Negli ultimi due anni si è disegnato quindi prima un lungo ribasso (una fase negativa sul grafico corrisponde ad un rafforzamento della moneta Usa sull’euro), poi una reazione che si è limitata ad una correzione parziale della precedente discesa, poi nuovamente un calo.

Queste oscillazioni seguono la lunga fase rialzista partita dai minimi dell’ottobre 2000 a 0,83 circa, ed è quindi possibile considerarle la correzione di tutta quella ascesa.

Alcune teorie dell’analisi tecnica vogliono le fasi di ritracciamento divise in tre segmenti, due contrari al trend principale, quello che viene corretto, ed uno intermedio, una sorta di congiunzione, che punta nella stessa direzione del trend principale. Il ribasso intrapreso dai massimi di novembre 2009 potrebbe dimostrarsi quindi la terza ed ultima fase della serie correttiva. Di norma esiste una proporzionalità tra i segmenti orientati nella stessa direzione della correzione, con il secondo che si sviluppa per una ampiezza o simile al primo, oppure per una ampiezza pari ad una volta e mezzo circa rispetto a quella del primo. Nella migliore delle ipotesi quindi la correzione del rialzo realizzatosi dai minimi del 2000 dell’euro dollaro potrebbe puntare verso area 1,1450, con un target successivo, nel caso il primo dovesse venire superato, in area 0,95, quindi poco al di sotto della parità. Il punto di non ritorno, la quota al di sotto della quale la prospettiva di vedere il dollaro rafforzarsi almeno fino a 1,1450, è in area 1,3000/3050. Fino a quella soglia la fase ribassista degli ultimi mesi potrebbe ancora dimostrarsi temporanea, al di sotto di 1,30 sarebbe invece difficile per l’euro invertire la rotta.

Al contrario movimenti al di sopra di area 1,45, dove transita la media mobile a 100 giorni e dove si situa il 61,8% di ritracciamento (percentuale derivata dalla serie di Fibonacci) del ribasso dal top di novembre 2009, sarebbero un segnale in favore di un deciso appianamento delle tensioni sul fronte valutario, se non una resa degli speculatori che in questo momento scommettono incondizionatamente su di un dollaro forte almeno una pace armata che potrebbe tradursi in un fase di stabilità tra quota 1,40 e 1,50. In ogni caso la violazione di area 1,3000/050 non appare imminente, gli indicatori tecnici di uso più comune evidenziano infatti tutti un deciso ipervenduto, alcuni, come l’RSI a 14 sedute, accompagnato anche da divergenze (la curva dell’indicatore sale allontanandosi dall’ipervenduto mentre il grafico dell’euro dollaro sta ancora scendendo) ed un rimbalzo è quindi probabile.

Attenzione quindi a non accantonare troppo alla leggera la prospettiva di un dollaro forte nel medio termine solo perchè le tensioni sul cambio stanno rientrando, a meno del superamento di area 1,45 la fase di rimbalzo potrebbe dimostrarsi solo una reazione tecnica.

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