I prezzi delle commodities sono correlati in modo inversamente proporzionale al valore della moneta in cui sono espressi: quando il dollaro si apprezza (ovvero quando il grafico dell’euro dollaro scende) l’indice Crb, il benchmark utilizzato come riferimento del mondo delle merci, si deprezza, viceversa quando il dollaro perde di valore (quando il grafico sale) il Crb guadagna, questo almeno è quello che è successo di recente. Il legame tra i due strumenti è molto elevato: l’indice di correlazione calcolato su base annua negli ultimi due anni si è mantenuto, eccettuato un breve periodo tra agosto ed ottobre 2009, al di sopra della soglia di 0,8, molto vicino quindi al valore massimo teorico possibile di 1,0.
Se il legame tra il prezzo delle merci ed il valore del dollaro si dovesse mantenere stabile alla discesa del cambio euro dollaro verso area 1,1450 (target al di sotto di 1,30) potrebbe corrispondere un deciso calo del Crb, attualmente in area 270, che potrebbe scendere verso area 200 almeno. In passato tuttavia la relazione tra dollaro e merci non era sempre stata elevata e positiva: nel periodo tra il luglio 2005 ed il maggio 2006 ad esempio l’indice di correlazione aveva assunto anche valori negativi.
Seguire l’evoluzione della correlazione sarà quindi molto importante per gli investitori che vogliano diversificare il proprio portafoglio introducendo le commodities. Se la correlazione dovesse farsi meno stretta, con le merci libere di apprezzarsi anche in presenza di un dollaro forte, per l’investitore domestico vi sarebbe un doppio vantaggio, quello derivante dalla crescita di valore dello strumento acquistato e quello dell’effetto cambio favorevole. L’andamento grafico del Crb per il momento, nonostante la crescita del 50% circa messo a segno dai minimi di inizio 2009, non è tuttavia ancora dichiaratamente rialzista.
I massimi di gennaio hanno ritracciato infatti un terzo circa del ribasso dal massimo storico del 2008, troppo poco per parlare di inversione di tendenza. Il rischio di un calo del Crb in risposta ad una fase prolungata di apprezzamento del dollaro non è quindi da escludere. Segnali in questo senso verrebbero al di sotto dei 260/65 punti, area di transito della media mobile a 200 sedute, già testata dai minimi di inizio febbraio, e della linea di tendenza tracciata dai minimi di inizio 2009. Indicazioni positive verrebbero al contrario al di sopra dei massimi di inizio anno a 294 punti circa, una mossa che potrebbe aprire la strada a movimenti in area 330 e che potrebbe quindi rappresentare una buona opportunità di ingresso anche per il risparmiatore domestico. Lo studio del grafico del prezzo del greggio, un componente fondamentale del paniere delle merci, non aiuta a risolvere i dubbi sul destino di questo comparto.
Il recente ritorno al di sopra di area 80 dollari al barile non è infatti significativo. Un vero e proprio segnale rialzista verrebbe inviato solo al di sopra di area 88, 50% di ritracciamento del ribasso dai massimi del 2008. Fino a quel momento la fase crescente disegnata nell’ultimo anno è da considerare una correzione della lunga discesa precedente. Oltre area 88 il prezzo del greggio potrebbe puntare invece con decisione al rialzo, con un obiettivo di poco superiore ai 100 dollari al barile. Le prospettive di crescita dell’economia globale fornite dalla National Association for Business Economists (Nabe) parlano di un +3,1% per il 2010 e di un +3,2% nel 2011, valori simili a quelli previsti dalla Fed per gli soli Stati Uniti (crescita del Pil 2010 tra il 2,8% ed il 3,5%), potrebbero sostenere la domanda di materie prime e rendere quindi possibile un apprezzamento del greggio anche in presenza di un dollaro forte.
Una situazione di questo tipo del resto si è realizzato già più volte in passato, come ad esempio durante tutto il 2005, con il greggio apprezzatosi del 50% circa ed il dollaro passato da quota 1,36 a 1,18 contro euro. Ed anche il prezzo dell’oro è a rischio di nuovi ribassi se realmente nei prossimi mesi si realizzerà una fase di ulteriore apprezzamento del dollaro. La correlazione tra questi due strumenti è marcata, anche se in questo caso, come per il petrolio, non sono mancate in passato fasi, anche durature, durante le quali le similitudini sono scomparse (ad esempio il periodo dal dicembre 2008 al marzo 2009 ha visto l’oro ed il dollaro rafforzarsi contemporaneamente).
Certo è che il prezzo dell’oro negli ultimi anni ha corso molto, andando a ritoccare spesso i propri massimi storici, ed una correzione di quel rialzo, anche estesa, non dovrebbe stupire quindi più di tanto. Il metallo giallo fino a metà del 2005 valeva infatti ancora poco più di 400 dollari l’oncia, di recente ha superato quota 1200 triplicando quindi di valore in poco più di 4 anni. Per il momento comunque il trend dell’oro rimane al rialzo, solo discese sotto area 1030, picco del marzo 2008 e media mobile a 200 giorni, potrebbero segnalare l’avvio di un ribasso esteso, diretto verso i 900 dollari almeno.
D’altro canto solo movimenti al di sopra dei massimi storici di dicembre 2009 a 1226 potrebbero indicare la ripresa del rialzo prospettando il test di area 1400. Anche in questo caso uno scenario di probabile apprezzamento della moneta Usa induce comunque l’investitore che voglia introdurre l’oro o strumenti correlati in portafoglio alla prudenza. Meglio attendere segnali di forza prima di intervenire, indicazioni favorevoli ad un allentarsi delle correlazioni esistenti tra oro e dollaro che permettano di sperare in un doppio guadagno derivante da una crescita di valore sia del metallo sia della moneta nella quale è quotato.
Fra'
02 mar 2010 - 10:52 - #1ancora il papozzo sul dollaro? ce lo siamo già beccati ieri! L’articolo era abbastanza interessante, ma il papozzo di analisi tecnica un inutilissima minestra riscaldata