
Il sistema delle nuove regole della finanza globale, quelle che dovranno proteggerci in futuro da crisi come questa, sembra ormai ridotto a una querelle sul sesso degli angeli o peggio a un incontro del G8 o del G20.
Sarà che nella politica fra stati la sovranità nazionale vince sempre sulle esigenze comuni, sarà che la questione sul debito delle banche o sul mercato dei derivati è molto tecnica, ma il dibattito sembra anche oggi stantio.
Il sospetto che il recupero dei listini abbia allentato la pressione sulle regole è vivacissimo. D’altra parte il glossario della finanza globale è ormai un’enciclopedia sconfinata di contratti spesso non sottoposti a nessuna regola nazionale o globale. I Cds contro cui ora Mario Draghi tuona, in qualità di numero uno del Financial Stability Forum, sono diventati uno strumento imprescindibile per la valutazione dei titoli delle banche e del debito delle nazioni, eppure sono sostanzialmente poco regolati, poco trasparenti e per giunta poco liquidi. In fondo è come se quattro persone giocassero a carte e al posto dei semi avessero il destino di nazioni o grandi industrie.
Basta ricordare che i credit default swap anticiparono il fallimento di Lehman Brothers, che la copertura di queste assicurazioni contro il default dei titoli che coprono ha permesso il passaggio di miliardi di dollari dal Governo Usa ad Aig e a Goldman Sachs.
Proprio Goldman Sachs è accusata di avere fatto il doppio gioco con la Grecia aiutandola prima a prendere debito e poi scommettendo proprio con i Cds contro la tenuta della Repubblica Ellenica (per qualcosa del genere GS è indagata dalla Sec americana che sospetta delle “trappole” alla stessa Aig). A questo punto ritorna il problema della trasparenza, che poi è ormai un problema di sovranità in quanto è chiaro a tutti che l’economia del mondo è sempre più appesa a questo oceano vago di strumenti di debito e titoli che viene scambiato su scala globale da pochi soggetti. Se gli stati non riescono a regolare questi flussi è chiaro che non possono intervenire adeguatamente nell’economia: dunque è un problema di sovranità fra intermediari e centri di potere politico.
Obama chiede una tassa alle banche e Paul Volcker suggerisce invece criteri di capitale più rigidi per evitare ancora che le too big to fail mettano a rischio i bilanci dei governi chiamati a salvarle. L’Europa (Francia, Gran Bretagna e in parte Germania) per il momento ha deciso però di respingere le proposte americane: lo ha fatto sotto voce, ma con decisione.
Eppure la questione delle nuove regole è primaria. Basta leggere l’articolo di oggi sul Sole 24 Ore che sottolineava che solo in Italia ci sono 3 miliardi di emissioni di debito subordinato “lower tier II”. Nel resto d’Europa la quantità di emissioni di debito secondario sarebbe ancora maggiore. Cosa sono? Si tratta di emissioni che sono a metà fra capitale e debito, già, il confine è diventato sempre più indefinito e così i regolatori internazionali provano a porre nuovi limiti nel complesso mondo del debito bancario.
Proprio questo camuffamento del rischio, questo chiamare il debito capitale e rivenderlo per tale è il meccanismo che ha generato i disastri della crisi. La chiarezza è però ancora lontana. La sensazione generale è che queste regole, in fondo, non le voglia nessuno. Vincolare il capitale delle banche potrebbe significare limitare i prestiti all’economia reale. Il peggio sembra poi passato e perché vincolare risorse a criteri rigidi che ne penalizzano la redditività? Il timore concreto di un nulla di fatto che passi dalla regolamentazione del mercato dei derivati (Cds compresi) a quella della patrimonializzazione delle banche a quella delle agenzie di rating e così via è molto vivo.
Il mondo ha scarsa memoria finanziaria anche in tempo di crisi e la ripresa dei listini fa mormorare a molti che in fondo va bene quello che è stato fatto finora. Cioè? Cioè salvare le banche con denaro pubblico e spalmare sull’economia reale un debito poco trasparente e sostanzialmente incontrollabile creato dagli intermediari finanziari per gli investitori globali (colleghi compresi). In questa galleria delle opacità quello che appare più concreto è in realtà la mancanza di sedi di confronto e di posizioni chiare in merito da parte dei governi.
Questa volta chi non vuol sentire sembra stare, però, in Europa e non negli Stati Uniti. Washington e il Fondo monetario internazionale hanno avanzato delle proposte a cui non sembrano essere seguite delle approvazioni o almeno delle controproposte. La crisi greca avrà sicuramente rallentato la reazione europea, ma in fondo ormai sono anni che fra Basilea, G8, G20 e altre sedi ancora rimbalzano idee sulle nuove regole. Viene quasi il timore che possano non fare in tempo per la prossima crisi.
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10 mar 2010 - 09:59 - #1come dire… “chiudere il recinto dopo che sono scappati i buoi”