La crisi dei mercati finanziari avviatasi con i massimi di borsa dell’ottobre 2007 era legata, come la maggior parte degli investitori ricorderà, alle difficoltà del settore finanziario e di quello immobiliare. La discesa dei prezzi delle case ha infatti iniziato un effetto domino anche sul valore di prodotti finanziari contenenti i mutui utilizzati per comprarle con il risultato che i bilanci di banche ed assicurazioni di importanza primaria si sono trovati appesantiti da perdite gigantesche. Nel tentativo di uscire da questa situazione gli istituti di credito hanno avviato una stretta creditizia che ha a sua volta strangolato l’economia reale facendola cadere in recessione. Questa a grandi linee la storia di quella che è risultata essere per alcuni dei paesi maggiormente industrializzati la crisi peggiore dalla seconda guerra mondiale. Gli sforzi immensi fatti dai governi di tutto il mondo per interrompere la spirale negativa della recessione sembra aver ottenuto dei risultati tangibili. I due grandi malati, il comparto finanziario e quello immobiliare sembrano infatti in via di guarigione. Prova ne è l’andamento degli indici di borsa relativi a questi settori.
Negli Usa sia il DJ Financial sia l’S&P Banking hanno fatto registrare nuovi massimi annuali portandosi al di sopra dei record di gennaio, segnalando l’intenzione di riprendere il trend rialzista in atto dai minimi del 2009. Ed un comportamento analogo lo ha avuto anche lo S&P Homebuilder, portatosi al di sopra non solo dei massimi di gennaio ma anche di quelli dello scorso settembre. In particolare l’S&P Banking, chiamato anche dagli operatori “Bank Index”, è un paniere il cui andamento è determinante per il trend generale della borsa. Il peso dei finanziari è infatti tale che difficilmente il mercato ne può ignorare le sorti.
Un certo grado di indipendenza ovviamente esiste, ma è sufficiente affiancare i grafici del settoriale delle banche e quello dell’S&P500 per capire come le differenze siano principalmente di entità di movimento e non di direzione. In generale, osservando il grafico di forza relativa che mette in rapporto il settore con l’indice generale, è possibile affermare che nelle fasi di borsa calante il comparto banche tende a cedere terreno più velocemente rispetto alla media degli altri settori, mentre nelle fasi di borsa positive le banche sovraperformano il mercato. Può essere quindi confortante notare come proprio il grafico di forza relativa nel corso dell’ultimo bimestre abbia disegnato una tendenza rialzista, anche se ancora in embrione, che ne interrompe una sostanzialmente laterale in atto dalla scorsa estate.
Anche l’analisi delle medie mobili sembra compatibile con un quadro rialzista del settore banche: quella a 200 sedute funziona da supporto dallo scorso agosto (era superiore ai prezzi, quindi indicava un trend di medio termine al ribasso, dal giugno 2007) e nell’ultimo trimestre ha virato al rialzo, mentre quella a 100 giorni è stata messa alla prova in qualità di supporto sia a dicembre 2009 sia a febbraio, e dopo una lunga fase di test, tra il 4 ed il 16 febbraio la media a 100 giorni è stata infatti il baricentro dell’azione dei prezzi, ha fornito la base per una decisa puntata al rialzo. Grazie a questo ultimo spunto le quotazioni si sono lasciate poi alle spalle la forte resistenza dei 138/139 punti, dove si trovano assiepati molti massimi toccati tra ottobre 2009 e gennaio 2010. Tale resistenza acquista ancora maggiore importanza se si considera che coincide con il 25% di ritracciamento del ribasso dal top di inizio 2007. La rottura dei 140 punti sembra aprire quindi la strada al test del raggiungimento dell’ostacolo successivo nella scala dei ritracciamenti, il 50%, posto in area 188 punti.
In funzione dei legami tra settore e mercato è difficile immaginare una situazione dove il Bank Index passa da 140 a 180 punti senza che anche lo S&P500 metta a segno un ulteriore rialzo. Del resto l’indice più rappresentativo della borsa Usa è già salito, superando quota 1125, al di sopra del 50% di ritracciamento del ribasso dal top di fine 2007, un segnale che sembra aprire la strada al raggiungimento di area 1230/35 almeno in tempi relativamente brevi. Uno sguardo ai grafici dei giganti Usa del settore del credito (JP Morgan Chase è al numero 7 nella classifica dei titoli più pesanti all’interno dell’S&P500, Bank of America è al numero 9, wells Fargo al numero 10, Citigroup al numero 30) conferma l’ipotesi che il settore potrebbe tentare un balzo in avanti significativo.
Delle quattro maggiori istituzioni statunitensi, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo e JpMorgan Chase solo Citigroup sembra in affanno rispetto al comparto. Il titolo viaggia infatti ancora al di sotto dei massimi dello scorso agosto a 5,43 dollari, e fino a che questa resitenza non verrà superata il rimbalzo in atto dai minimi di febbraio a 3,11 dollari potrebbe rivelarsi anche un episodio correttivo. Quello che tuttavia è probabile, se la tendenza del settore sarà confermata al rialzo, è che Citigroup (Citigroup ha riportato nel quarto trimestre 2009 una perdita netta di 7,6 miliardi di dollari) sia solo in ritardo rispetto al recupero dei suoi competitor.
In Europa l’evoluzione del comparto bancario non è così incoraggiante come per quello Usa. Il settoriale Eurostoxx Bank viaggia infatti attualmente al di sotto sia della media mobile a 100 sia a quella a 200 sedute, entrambe in area 210, ancora lontano quindi dai massimi di gennaio toccati a 235,10 punti. Il rialzo messo a segno dai minimi di inizio febbraio a 177 dovrà quindi prima superare area 210 poi area 235 per poter dimostrare di essere in grado di estendere anche nel medio termine. La rottura dei massimi di gennaio porterebbe il settoriale anche al di sopra del 33% di ritracciamento del ribasso subito dai massimi del 2007, aprendo quindi la strada al test del livello di ritracciamento successivo, il 50%, posto in area 290. Lo studio della forza relativa risultante dal rapporto tra il settoriale e l’indice generale Eurostoxx conferma quanto già scoperto per il mercato Usa, ovvero che il comparto banche tende a sovraperformare l’indice generale nelle fasi di borsa positiva mentre accumula perdite maggiori durante le fasi di borsa calante. Il tentativo che sta mettendo attualmente a segno il grafico di forza relativa di volgere al rialzo dopo 6 mesi circa di tendenza calante deve essere quindi guardato con favore, tuttavia per il momento l’entità del rimbalzo visto dai minimi di febbraio è troppo modesta perchè si possa parlare di una nuova tendenza.
La differenza di comportamento tra i settoriali delle due diverse aree geografiche non deve stupire poi tanto, in quanto riflette quella evidenziata dai panieri generali. Lo S&P500 ha dimostrata infatti negli ultimi 5 mesi circa una discreta capacità di sovraperformare l’Eurostoxx. Nonostante questa differenza in termini di risultati l’andamento delle due curve rimane molto simile, difficile quindi ipotizzare uno svincolarsi del paniere europeo rispetto a quello americano anche se le difficoltà di alcuni paesi dell’Unione dovessero rimanere irrisolte. E’ invece probabile che gli indizi positivi raccolti per la borsa Usa finiscano per trainare anche quella europea. L’investitore che non volesse abbandonare l’euro come valuta di riferimento può quindi continuare a scommettere sui titoli del Vecchio Continente. Anzi, è possibile che in un secondo tempo, una volta che la tendenza rialzista si sarà nuovamente stabilizzata, i titoli europei tentino di recuperare lo svantaggio rispetto a quelli Usa.
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