Le incertezze crescenti sulla sopravvivenza dei più deboli dell’Eurozona si proiettano sui mercati europei che stanno rivivendo ore drammatiche dopo le promesse del week end. Ancora una volta più che la crisi di questo o quel paese sembra la mancanza di una sicura cabina di regia la vera causa di ogni male. Il ministro delle finanze tedesco Michael Offer (o meglio un suo portavoce) ha dichiarato che probabilmente le manovre di aiuto tedesche alla Grecia dovranno passare per il Parlamento di Berlino. Bruxelles ora teme una paralisi degli aiuti che Atene non può permettersi e vede un’altra volta un concreto rischio di esautorazione dei propri poteri in favore di istanze politiche nazionali. La cosa ricorda tanto i problemi di Opel e dell’auto globale inceppatisi sulle elezioni tedesche, ma questa volta riguarda un’intera nazione dell’Unione Europea.
A complicare tutto ci si mette anche Olli Rehn il commissario finlandese per gli Affari economici europei che lancia l’allarme sul Portogallo in uno dei momenti più sbagliati. In particolare il disavanzo di Lisbona al 9,3% del Pil del 2009 è risultato peggiore del previsto e questo potrebbe, secondo Rehn, mettere a rischio gli ambiziosi programmi portoghesi di recupero. Già quest’anno potrebbero dunque servire ulteriori manovre correttive. A peggiorare ulteriormente le cose, sui mercati sono rimbalzate anche nuove preoccupazioni sulla Spagna.
Certo la situazione di Madrid (deficit all’11,3%, debito volato dal 55 all’80% del Pil in 3 anni, disoccupazione al 19%) è molto preoccupante e qualcuno vorrebbe senz’altro forzare le reazioni di Zapatero verso un rigore difficilmente conciliabile con la sua linea politica. In fondo è un copione già visto in Grecia dove il governo socialista di Papandreu sta cercando di far passare una riduzione media dello stipendio dei dipendenti pubblici fra il 10 e il 20%, un congelamento delle pensioni, un incremento dell’Iva dal 19 al 21% e varie imposte indirette su benzina, gasolio, sigarette, alcool e beni di lusso.
Il monito tedesco del “chi ha sbagliato paghi” ottiene in ambito finanziario diversi appoggi: basta ricordare che il più grande operatore mondiale del mercato dei bond - Pimco – ha di recente ridotto la propria esposizione sul debito greco, che il deficit di Atene è del 12,9% e che Papandreou deve coprire con 11,6 miliardi di euro il debito in maturazione entro la fine di maggio e con altri 20 miliardi di euro pagare interessi e rifinanziamento del debito stesso per la fine dell’anno. Si impennano così cds e tassi sulle varie scadenze del debito di Atene, mentre la Grecia si ferma letteralmente per gli scioperi di dipendenti dei trasporti pubblici e tassisti.
Qualcuno ha parlato di manovra di “lacrime e sangue” e intanto, dopo la faticosa approvazione di un intervento parallelo del Fondo Monetario Internazionale nella faccenda, l’unità di Bruxelles si sbriciola. I 30 miliardi di euro varati dall’Unione europea pesano per 8,4 miliardi sulla Germania, per 6 miliardi sull’Italia, per ben 5,4 miliardi di euro sull’Italia, per 3,67 miliardi sulla Spagna, per 1,8 miliardi sull’Olanda e per 1 miliardo sul Belgio. Ognuno avrebbe il diritto di dire la sua, ma nel frattempo i discorsi di incoraggiamento e i moniti verso un nuovo rigore rischierebbero di trasformarsi in epitaffi.
Spicca l’assenza tra i finanziatori della ripresa greca della Gran Bretagna, che non fa parte dell’Eurozona ma in Europa pesa spesso pure più dell’Italia, nonostante il suo Pil sia sugli stessi livelli. Di certo chi voleva l’ennesima spaccatura europea in queste ore gongola. C’è pure chi suggerisce un graduale disimpegno del Fondo Monetario Internazionale dall’Europa, nonostante questa sia uno dei suoi maggiori azionisti.
Ancora una volta appare tanto necessaria quanto lontana una cabina di regia economica che affianchi le scelte nazionali e avvicini le capitali d’Europa. Ancora una volta in questa crisi globale urge una riaffermazione del primato della politica che, soprattutto nel Vecchio Continente, continua a rimanere più un miraggio che un progetto. Duole notare che l’Italia in questo contesto stenta ancora a mostrare il suo peso.
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