E’ difficile negarlo: i mercati azionari hanno voglia di correzione, il rialzo che ha accompagnato le borse sui massimi di aprile è stato esteso, forse troppo se si considerano le motivazioni a livello macro che lo hanno sostenuto, ed ora che il primo quarto si è concluso è probabilmente arrivato il momento di mettere un po’ di fieno, sotto forma di profitti, in cascina. A guardare bene qualche segnale che forse non è il caso di esagerare con l’ottimismo di recente è arrivato.
Ad esempio la riduzione delle domande di mutuo da parte degli investitori statunitensi, che nella settimana conclusasi il 9 aprile ha fatto registrare una riduzione del 9,6% sulla settimana precedente, oppure la salita oltre le attese delle nuove richieste di sussidio alla disoccupazione relative alla settimana del 10 aprile 2010, in aumento di 24 mila unità sul dato precedente. La buona salute del mercato immobiliare e del mercato del lavoro sono essenziali per vedere l’economia statunitense uscire dalla crisi e l’invio di segnali contraddittori come questi non aiutano la ricostruzione della fiducia. Non stupisce quindi il dato sulla fiducia dei consumatori Usa di aprile: secondo l’indagine congiunturale preliminare dell’Università del Michigan si è verificato un rallentamento a 69,5 da 73,6, dato finale di marzo, a fronte di un consensus di 75,0. Ed in ogni caso non è solo una questione di fiducia, un elemento fondamentale ad indirizzare le dinamiche dei mercati finanziari, ma intangibile. Anche la ben più concreta produzione industriale Usa di marzo ha deluso, crescendo dello 0,1% a fronte di attese che avevano previsto un aumento dello 0,7%, ovvero di 7 volte tanto.
A confermare l’impressione che la corsa messa a segno dalle borse dai minimi di febbraio, quella Usa in testa, sia stato eccezionalmente veloce lo confermano, oltre che gli indicatori tecnici di uso più comune, anche lo stato del mercato della volatilità sulle opzioni riferite agli indici Usa. L’RSI, acronimo di Relative Strength Index, indice di forza relativa in italiano, un indicatore sviluppato da John Welles Wilder e divenuto, dal 1978, anno della sua presentazione su di una rivista di settore, uno degli strumenti più popolari dell’analisi tecnica, evidenzia per lo S&P500 nella sua versione classica, a 14 sedute, una situazione di netto ipercomprato. I valori raggiunti dall’indicatore a metà aprile, a 79 punti su di una scala che al massimo può raggiungere quota 100, sono stati toccati solo altre due volte in più di sei anni, a gennaio 2004 ed a ottobre 2006. In nessuna delle due occasioni precedenti in risposta alla crescita eccezionale dell’indicatore si è realizzata una discesa drammatica, bensì una fase di perdita di velocità del trend rialzista che successivamente ha ripreso la sua corsa.
Tale comportamento non deve stupire, l’RSI misura infatti la forza della tendenza ed il fatto di aver raggiunto valori estremamente elevati è sintomo che il mercato spinge con decisione al rialzo. Quello che l’RSI constata, una volta sconfinato al di sopra di soglie ritenute “normali”, è solo l’eccessiva velocità di crescita delle quotazioni ed invia quindi un segnale, quasi sempre affidabile, che all’orizzonte si profila una frenata. Ma a meno che le motivazioni che hanno sostenuto la tendenza fino a quel momento non vengano del tutto a mancare, e non sembra proprio questo il caso nella situazione attuale, dove anzi, pur con le incertezze tipiche delle fasi di spunto, la crescita dell’economia sembra destinata ad accelerare, la frenata ha il solo scopo di rendere meno spericolata la corsa e non quello di anticipare una vera e propria inversione di tendenza.
Indicazioni del tutto simili a quelle che si possono ricavare dallo studio dell’RSI sono derivabili anche all’analisi dell’indice Vix. Il Volatility Index, strumento quotato dalla borsa di Chicago relativo alla volatilità implicita delle opzioni calcolate sull’indice S&P500, è sceso a metà aprile su valori che non venivano più toccati dal luglio del 2007, circa 33 mesi prima, ovvero in corrispondenza con i massimi dello S&P500 di area 1550 (poi messi alla prova nuovamente ad ottobre dello stesso anno) dai quali si è realizzato il ribasso terminato solo a marzo del 2009. La caduta della volatilità sulle opzioni è di norma un fattore positivo per la borsa, un elemento che va di pari passo con un trend crescente delle azioni, ma solo fino a quando non vengono toccati valori storicamente bassi. In quel caso il Vix diventa un ottimo “contrarian indicator”, ovvero un indicatore capace di segnalare con estrema efficacia la presenza di condizioni di eccesso, il cosiddetto “ipervenduto”, che generano i presupposti per un brusco, anche se magari solo temporaneo, cambiamento di trend. Queste condizioni di eccesso sono spesso riconoscibili anche osservando l’atteggiamento dei media nei confronti dei mercati.
Quando tutti gli osservatori sono concordi sul fatto che il rialzo in atto è solido, quando anche i più scettici abbandonano i propri timori e si convincono della possibilità di vedere ancora salire le quotazioni, è quello il momento di iniziare a diffidare. I mercati finanziari si muovono infatti principalmente sulle aspettative, scontando nelle quotazioni eventi che non si sono ancora realizzati. Il fatto che, secondo le stime di Thomson Reuters, le attese per il primo trimestre siano di una crescita degli utili delle società che compongono il paniere S&P500 del 37%, non è di per se garanzia di ulteriori rialzi dei listini. Questo miglioramento degli utili è stato nella maggioranza dei casi già incorporato nei prezzi, per avere nuovi rialzi ai mercati dovranno essere fornite previsioni di utili in ulteriore crescita anche per il prossimi trimestri. Ed in attesa che questo avvenga, che al mercato vengano fornite convincenti rassicurazioni sul futuro, è normale che gli operatori, in particolare i gestori, mettano un punto fermo nel capitolo delle loro performance, monetizzando i guadagni resi possibili dai rialzi registrati nel primo trimestre dell’anno dalle borse.
Nel corso del rialzo disegnato dai minimi del marzo 2009 i mercati hanno sperimentato già in altre due occasioni situazioni simili alla attuale, a giugno 2009 ed a gennaio 2010. In entrambi i casi lo S&P500 ha disegnato flessioni della durata di circa 1 mese e di ampiezza pari al 9% circa prima di virare nuovamente al rialzo. Sulla scorta dei comportamenti passati gli investitori potrebbero quindi ipotizzare di sfruttare un eventuale approfondimento della correzione iniziata metà aprile per acquisire nuove posizioni al rialzo.
Il quadro grafico attuale dello S&P00 non appare compromesso dalle recenti flessioni. L’indice può contare ancora sul forte supporto offerto in area 1125/30 dalla linea di tendenza tracciata dai minimi di marzo 2009 e dalla media mobile a 100 sedute, anche essa passante su quei livelli. Un ribasso fino su quei supporti non rappresenterebbe nulla di più rispetto a quanto accaduto già due volte nel corso dell’ultimo anno, ovvero una correzione inferiore al 10% rispetto ai valori massimi di aprile. Sfruttare i possibili cali in area 1125/30 per rimpolpare il portafoglio, magari dopo averlo alleggerito sui valori attuali, è una strategia operativa da tenere in considerazione. Le cose cambierebbero in modo drastico solo sotto area 1085, primo dei ritracciamenti di Fibonacci relativi al rialzo dai minimi del 2009. La violazione di questi livelli sarebbero un chiaro segnale di inizio di una correzione significativa del rialzo dai minimi di quota 666.
Solo sotto area 1085 dello S&P500 sarebbe quindi consigliabile avviare coperture estese di eventuali posizioni in azioni in essere sull’azionario, e non solo su quello Usa ovviamente. Ciò che succede allo S&P500 influenza infatti pesantemente anche l’andamento delle borse europee, come testimonia l’indice di correlazione, calcolato ad un anno, tra S&P500 ed Eurostoxx 50, attualmente su valori superiori allo 0,5, quindi significativo.
Del resto il grafico dell’Eurostoxx 50 non differisce anche visivamente da quello dell’indice americano. Anche in questo caso è possibile individuare un potenziale target della correzione intrapresa dal top di aprile, posto in area 2530, ed un punto al di sotto del quale il ribasso inizierebbe ad assumere connotati preoccupanti, ovvero il supporto di area 2450. Se fino a 2530 quindi eventuali flessioni potrebbero essere utilizzate per fare nuovi acquisti, sotto area 2450 l’investitore dovrebbe considerare l’ipotesi di tramutare buona parte delle proprie posizioni sull’azionario in liquidità e rimanere fuori dal mercato fino a che non si manifestassero nuovi segnali di forza.