
Il 10 maggio non è mai parso così lontano. Solo per quel giorno è previsto il vertice dei 16 paesi dell’Eurogruppo che dovranno sbloccare i prestiti ad Atene. Ovviamente il fatto che il giorno prima si tengano le elezioni tedesche nel land del Nord Reno Westfalia non è un caso. In quell’occasione Angela Merkel potrebbe giocarsi la maggioranza al Senato mentre circa il 57% dei tedeschi secondo alcuni sondaggi è contro gli aiuti ad Atene. Che Berlino fosse tanto antieuropea fino a poco tempo fa non lo sapeva nessuno. In fondo ai Balcani però anche due greci su tre sono contrari all’intervento dell’Europa e del Fondo monetario internazionale. Insomma i popoli vogliono lasciare le cose come sono e danno quindi l’impressione netta di non rendersi conto che sono insostenibili.
Certo anche gli speculatori ci mettono del proprio, non meno che l’agenzia Standard & Poor’s che, più male di così, all’Europa non poteva fare. Ieri ha segato di ben tre punti il rating sovrano di Atene catapultandolo direttamente tra i junk bond con un drastico B+. In giornata ha tagliato di due gradi anche il rating sul debito di Lisbona (ad A-) decidendo che il Portogallo è l’ottavo paese più rischioso del mondo, il che francamente sembra un po’ eccessivo. Con i suoi netti downgrade l’agenzia ha quindi tracciato una prima bozza di crisi dell’Unione Europea che, da copione, prevede un default della Grecia, un contagio al Portogallo, all’Irlanda e forse all’Italia e, infine, un bel default della Spagna che spaccherebbe definitivamente l’Europa in due per la felicità di euroscettici, nazionalisti e grandi interessati come Stati Uniti e Cina. Bye bye Bruxelles!
Sarebbe la fine di un esperimento ancora molto incompleto, ma anche di un progetto nato sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. Il mercato intanto corre e il Fondo Monetario Internazionale si è già detto disposto a metterci altri 10 miliardi di euro dopo i 15 già previsti da questo piano di rientro. L’urgenza della crisi greca è evidente da tempo a tutti coloro che hanno seguito anche sommariamente la vicenda, tuttavia l’Europa e soprattutto la Germania si stanno mostrando troppo lente e troppo incerte. Se qualcosa non dovesse funzionare, tutto potrebbe andare perduto ad Atene e il cambiamento radicale del Paese promesso dal premier Papandreou probabilmente diverrebbe ancora più duro.
Il paese intanto si avvicina sempre di più al rischio di una rivolta sociale. Evasori e corrotti sono diffusi e l’economia sommersa copre secondo alcune stime circa il 25,1% del Pil, oggi ad Atene c’è dell’odio per i ricchi che non pagano le tasse e per i responsabili di questa crisi, ma c’è anche molta rabbia contro una crisi improvvisa e gravissima che in un modo o nell’altro è destinata a cambiare il Paese. La crescita già prevista prossima allo zero dei prossimi anni rischia inoltre di rendere poco affidabili le stime di rientro del debito greco e questa incertezza prospettica aggrava ulteriormente la crisi.
Intanto le banche europee già pagano il conto dei timori sulle loro esposizioni con Atene e perdono quota in Borsa. Il mercato non sta certo accogliendo bene questa fase della crisi europea. Stupisce, però, ancora una volta come un downgrade pesante come quello di Standard &Poor’s sul debito portoghese possa essere influenzato più dall’andamento dei credit default swap (cds) che dai dati dell’economia reale del Paese lusitano. Intanto la situazione sembra andare fuori controllo e l’Europa pare ancora una volta incapace di mostrarsi unita. Forse mai il rigore tedesco è parso tanto fuori luogo e controproducente.
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