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Quali prospettive per l'Italia? Il ruolo dell'euro per la nostra ripresa

Pubblicato: 03 mag 2010 da AleOne

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Chi investe sul mercato azionario nostrano probabilmente si fa la stessa domanda oramai più volte al giorno: “come vanno realmente le cose in Italia?” e probabilmente è portato a cambiare risposta con una certa frequenza. Innanzitutto i dati relativi alla nostra economia si prestano ad una duplice lettura, poi i risultati futuri dipendono dalle nostre capacità di ripresa ma anche dalla tenuta delle economie che ci stanno vicino, in termini geografici e commerciali, una fatto questo che allarga gli interrogativi allo stato di salute di tutto il panorama europeo .

Per quello che riguarda i dati macro di recente uscita si scontrano due approcci contrastanti, il classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto insomma. I miglioramenti sono in alcuni casi significativi, ad esempio la produzione industriale nei primi tre mesi dell’anno ha segnato secondo Confindustria una crescita annua dell’1,7% e dell’1% rispetto al quarto trimestre del 2009, tuttavia il divario rispetto all’inizio della crisi è ad oggi molto ampio, ancora nell’ordine del -20%. In altre parole la strada per recuperare i livelli pre-crisi è lunga, e potrebbe dimostrarsi anche tortuosa se si considerano gli imprevisti che possono sbucare fuori ad ogni tornante (la crisi della Grecia non era certo un elemento prevedibile anche solo pochi mesi orsono), tuttavia i miglioramenti dai minimi di un anno fa circa sono tangibili e lasciano ben sperare per il futuro.

L’investitore deve quindi decidere se concentrarsi sulla entità attuale delle crisi, nel qual caso difficilmente troverà motivi per sbilanciarsi fortemente in favore del mercato azionario domestico, oppure se iniziare fin da ora a scommettere sulla sua risoluzione, iniziando a comprare quei titoli o quei settori che potrebbero tornare a fare utili già in un prossimo futuro. Certo, la seconda scelta comporta una buona dose di coraggio, ma al tempo stesso è anche quella che, se si dimostrasse corretta, dovrebbe fornire i margini di guadagno maggiori.

La forza dell’Italia, si sa, è nell’export, inutile illudersi quindi di uscire dalla crisi solo sistemando i nostri problemi. A febbraio l’aumento tendenziale delle esportazioni per i Paesi Ue è stato particolarmente brillante, facendo registrare un +11%, a marzo inoltre le esportazioni verso paesi extra Ue sono cresciute del 12,5% rispetto a marzo 2009. Nel breve termine la crisi dell’euro può fornire una boccata di ossigeno rendendo le nostre merci meno care per i compratori che pagano in dollari o monete a questa collegata, tuttavia a lungo andare, se i motivi che causano l’instabilità della moneta unica, ovvero le difficoltà di bilancio di alcuni paesi membri dell’Unione, non verranno risolti, la crescita di tutta l’area ne risulterà penalizzata e la distanza tra il nostro sistema e gli altri, quelli con i quali c’è competizione, potrebbe aumentare.

Qualche preoccupazione in questo senso è lecito averla. Standard and Poor’s ha tagliato recentemente le stime di crescita per l’economia italiana per il 2010 portandole dallo 0,7% allo 0,5%. E la previsione per il 2011 è di una crescita dell’1%, la metà di quella ipotizzata per l’intera Eurozona. Alla base di queste difficoltà nel tenere il passo con i nostri partner si collocano competitività e produttività in calo. Solo Spagna ed Irlanda rischiano di fare peggio di noi nel 2010, ancora schiacciate da spinte recessive che potrebbero farle arretrare di un ulteriore 0,5%, ma Francia e Germania potrebbero invece tornare a crescere dell’1,5% circa, ovvero tre volte tanto rispetto all’Italia. Ed il divario rischia di rimanere ampio anche nel 2011.

La speranza è che, come già avvenuto in passato, il successo dei nostri vicini, l’Italia è tradizionalmente il primo partner commerciale della Germania e nella dinamica dei flussi di scambio commerciali con la Francia il nostro paese è al secondo posto tra i paesi fornitori ed al terzo posto dei paesi clienti, diventi anche il nostro successo. Del resto le indicazioni sugli ordini segnalano ulteriori progressi dell’attività futura: a marzo l’indice PMI manifatturiero per l’Italia ha toccato quota 54,8, registrando un deciso recupero degli ordini esteri, cresciuti per il quinto mese consecutivo.

Per quello che riguarda il cambio, elemento che nel breve potrebbe funzionare da catalizzatore per la ripresa, il trend dell’euro dollaro favorevole alle aziende esportatrici dovrebbe proseguire. La moneta unica ha perso terreno dai massimi di fine 2009 di area 1,51 fino ad avvicinare area 1,32. Questa discesa ha ritracciato i 2/3 circa del rialzo dai minimi di fine 2008, arrivando ad un passo dal supporto offerto dalla linea di tendenza tracciata dai minimi del 2002, passante in area 1,31. La violazione anche di questo sostegno farebbe pensare che il movimento dai massimi del 2008 sia contenuto all’interno di un canale ribassista del quale il cambio potrebbe voler scendere a testare la base, in area 1,12/1,13, prima di tentare eventualmente una inversione di tendenza. Su quei livelli si colloca anche il 61,8% di ritracciamento del rialzo dai minimi del 2000, un supporto quindi del tutto credibile sia come obiettivo della attuale fase di rafforzamento della moneta Usa sia come area dalla quale potrebbe disegnarsi una inversione favorevole all’euro. Il fatto che il cambio possa continuare a deprezzarsi nel medio periodo è un elemento che dovrebbe avere un effetto netto positivo sulla nostra economia (dollaro forte non significa infatti solo vendite all’estero più facili dei prodotti della nostra industria, ma anche costi delle materie prime più alti) e che quindi potrebbe contribuire a traghettarla fuori dalla recessione.

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