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Dollaro forte, commodities in crisi, cosa fara' la borsa?

Pubblicato: 24 mag 2010 da AleOne

Il trend di rafforzamento del dollaro sull’euro ha caratterizzato gli ultimi sei mesi circa di andamento di questo rapporto di cambio. Dopo aver toccato un massimo a quota 1,5140 a fine novembre 2009 le quotazioni sono scese con regolarità fino ad infrangere il forte supporto offerto in area 1,2330 dai minimi dell’ottobre 2008. Un segnale grafico di questa portata costringe ad ipotizzare che le tendenza di rafforzamento del dollaro non sia ancora finita e che eventuali fasi di recupero dell’euro vadano lette in ottica correttiva, quindi temporanea. Il valore del dollaro, è cosa nota, influenza non solo gli scambi tra i paesi che lo usano, favorendo le esportazioni di quello che vede la propria moneta indebolirsi, e quindi indirettamente anche la sua crescita economica, ma influenza grandemente anche il prezzo, di norma espresso in dollari, delle commodities, ovvero del petrolio, dei metalli e anche quello di alcuni generi alimentari.

E’ evidente che un mutamento così repentino nel valore del cambio, con l’euro che ha perso il 20% circa del proprio valore in sei mesi (un movimento analogo ma in direzione opposta, la salita da area 1,25 di inizio marzo 2009 aveva raggiunto il picco di area 1,51 a fine novembre, impiegando quindi 9 mesi circa per realizzarsi), ha mutato radicalmente le aspettative dei mercati circa il valore futuro sia degli strumenti più strettamente collegati all’andamento del dollaro, sia quelli con un grado di indipendenza apparentemente maggiore, come ad esempio i titoli di stato. Il prezzo dei bond Usa è infatti influenzato dal livelli dei tassi di interesse e dalle aspettative che il mercato ha sul loro andamento, ma anche dal valore del dollaro e la sua tendenza, che condiziona l’appetibilità del debito da parte dei compratori esteri.

Non a caso infatti nelle ultime settimane il future sui bond decennali Usa è salito da area 115 fino a sfiorare quota 121 nonostante il mercato si sia ormai fatto una chiara idea di tassi di interesse destinati a salire per contrastare le spinte inflazionistiche derivanti da una ripresa economica in fase di accelerazione. Ed a comprare sono nuovamente anche i cinesi: a marzo il portafoglio detenuto da Pechino di titoli del Tesoro Usa è tornato a crescere per la prima volta dall’ottobre del 2009 raggiungendo quota 895 miliardi di dollari.

La discesa dell’euro dollaro non ha violato solo i minimi di ottobre 2008 in area 1,2330 ma ha intaccato anche altri supporti rilevanti, come media mobile a 200 sedute, violata al ribasso a gennaio, e soprattutto la linea di tendenza tracciata dai minimi di inizio 2002 e passante per quelli di marzo 2009. La linea è stata violata ad inizio maggio, testata dal basso con l’impennata dal 10 maggio, giornata che ha visto la comunicazione al mercato del piano di supporto ai paesi europei con difficoltà di bilancio da un trilione di dollari, e nuovamente abbandonata a seguito dell’ultima sciabolata ribassista. Un comportamento di questo tipo, che va sotto il nome di “return move”, conferma la validità del segnale precedentemente inviato, e viene salutato dagli analisti tecnici come un affidabile elemento sul quale basare ipotesi di proseguimento della tendenza.

Difficilmente quindi, a parte le possibili correzioni, il trend negativo per l’euro potrà essere invertito in tempi brevi. Del resto in termini di PPP (purchasing power parity, o parità di poteri di acquisto), la moneta unica viene considerata ancor sopravvalutata del 10/15%. Il ribasso grafico potrebbe proseguire quindi anche nel medio periodo, con obiettivi a 1,10, ovvero sui 2/3 di ritracciamento del rialzo dai minimi dell’ottobre 2000. Da notare che in ottica di medio lungo periodo anche il proseguimento della fase positiva per il dollaro fino in area 1,10 non muterebbe lo stato della tendenza, che rimarrebbe favorevole all’euro: ritracciamenti fino ai 2/3 circa del movimento precedente si possono ancora inquadrare infatti come “correttivi” rispetto al trend principale.

Sarebbe quindi del tutto possibile assistere prima al test di area 1,10 e successivamente ad una fase di ripresa duratura dell’euro. Un quadro prospettico di questo tipo sembra ragionevole ed è spiegabile ipotizzando che una volta che l’Europa arrivi a mettere a punto un piano convincente e praticamente attuabile di sostegno ai paesi in difficoltà, togliendo appigli alla speculazione per continuare a scommettere contro la moneta unica, i mercati si ricordino del preoccupante deficit Usa e dell’enorme debito emesso dagli Stati Uniti per finanziarlo e tornino a scommettere contro il dollaro.

Nonostante questa plausibile ipotesi sul futuro, il presente rimarrà tuttavia condizionato da un dollaro vincente sulla moneta unica. Cosa dovrà aspettarsi quindi il risparmiatore riguardo agli strumenti maggiormente utilizzati nella costruzione dei portafogli di investimento?

L’indice Crb, paniere che include una vasta rappresentanza di merci, sembra confermare l’inizio di una fase negativa per il settore: il 5 maggio si è realizzata con un evidente gap ribassista la violazione della linea di tendenza tracciata dai minimi di inizio 2009, linea che aveva sostenuto il rialzo nell’ultimo anno. Contemporaneamente alla discesa al di sotto della linea i prezzi hanno tagliato al ribasso anche la media mobile a 200 giorni. Difficilmente segnali grafici così netti potranno essere negati in tempi brevi, più probabile il proseguimento della fase discendente a correggere una buona parte del rialzo visto dai minimi di area 200 del 2009. Prossimo target per la discesa a 235, con rischio di estensioni fino a 220 circa prima che l’indice, e gli strumenti correlati (tra cui molti Etf) possa tornare ad inviare segnali di ripresa.

Il quadro presentato fino ad ora non sembra deporre in favore di una fase positiva per i mercati azionari. I prezzi delle commodities in ribasso ed il dollaro forte sono lo specchio di un timore sulle effettive capacità di crescita dell’economia a livello globale, prospettive che sono state danneggiate pesantemente dalle vicissitudini europee. Gli squilibri a livello di bilancio pubblico dei paesi membri della Ue possono essere risolti solo tramite manovre fiscali restrittive volte a contenere il debito, quindi deflative. La crescita europea rischia di venire penalizzata dall’adozione di queste misure, zavorrando in parte anche lo scenario globale.

Di certo il divario nella velocità di crescita tra Usa ed Europa sembra destinato ad aumentare, un elemento che potrebbe costituire il leitmotiv nelle decisioni di investimento per i prossimi mesi. E’ quindi possibile che la borsa, soprattutto quella europea, continui a scendere ancora prima di tornare a salire. Per il momento il ribasso originato dal top di aprile non ha violato supporti tali da delineare necessariamente un quadro di esteso ribasso, tuttavia se i recenti minimi di maggio, a quota 238 per l’indice Eurostoxx, venissero violati, sarebbe molto elevato il rischio di movimenti almeno fino ai minimi del luglio 2009 a 210, distanti il 12% circa dal supporto. Sotto quei livelli sarebbe poi molto difficile per l’indice evitare il ritorno sui minimi del 2009 a 166, area che presumibilmente dovrebbe rappresentare un supporto molto solido.

Le alternative alla liquidità quindi in questo momento sembrano relativamente poche, soprattutto per il risparmiatore che non vuole uscire dai patri confini. È possibile comprare oro, non fisicamente ma tramite l’acquisto di strumenti correlati come gli Etc o i titoli auriferi, facendo una doppia scommessa in questo caso sul valore del prezioso e su quello del cambio, è possibile acquistare bond Usa, senza oltrepassare la scadenza dei 10 anni. Per le azioni meglio invece forse rimanere in attesa di segnali di forza chiari, che verrebbero purtroppo solo al superamento dei massimi di aprile da parte dei principali indici.

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