
Come da copione tocca alla Spagna dare nuovi scossoni alle borse europee e mondiali. Poco importa che CajaSur, la cassa spagnola salvata dalla Banca centrale di Madrid, gestisca solo lo 0,6% degli asset dell’intero sistema creditizio spagnolo, la sfiducia dei mercati sull’Europa è ipersensibile a ogni segnale e lo trasforma in perdite dei listini. D’altra parte, se si considera che le attività di Caja de Ahorros del Mediterraneo, Grupo Cajastur, Caja de Ahorros de Santander y Cantabria e Caja de Ahorros y Monte de Piedad de Extremadura, ossia delle casse che dovranno fondersi con un partner più forte per salvarsi, si arriva alla cifra di 135 miliardi di euro che è assai più impegnativa. In realtà questi interventi di aggregazione delle 45 “cajas” spagnole erano già previsti da tempo e la decisione di Madrid di intervenire rapidamente denota una prontezza encomiabile, ma, quando Standard & Poor’s valuta in 35 miliardi di euro il costo complessivo di questa maxi-fusione tra casse iberiche, qualche perplessità rimane.
Il resto del mondo, comunque, non resta a guardare. Timothy Geithner e Ben Bernanke partecipano a un importante incontro bilaterale con la Cina di Hu Jintao che ha fra gli argomenti cardine il rapporto fra dollaro e yuan alla luce dei forti ribassi dell’euro delle ultime settimane. Persino la rottura dei rapporti commerciali fra le due coree dopo l’attacco di un sottomarino della Corea del Sud sembra passare in secondo piano nell’agenda delle due superpotenze. Probabilmente è troppo presto per parlare di prove di bipolarismo globale alle spalle dell’Europa (anche perché per oggi è anche previsto un incontro tra Napolitano e Obama), ma la questione dello yuan che l’Occidente vorrebbe più forte da molto tempo rimane fondamentale.
I deprezzamenti dell’euro sul dollaro e sullo yuan mettono infatti in crisi uno scenario a due con Washington e Pechino che fanno il braccio di ferro per le date del cauto riapprezzamento della moneta cinese.
A complicare le cose c’è la passione dei leader europei per il gioco del battitore libero. Non è un caso se in passato più volte gli Stati Uniti hanno sottolineato la difficoltà di trovare un referente unico con cui confrontarsi in Europa: se volessero fare una scelta che riguardasse il cambio euro/dollaro con chi dovrebbero parlare? Con Barroso? Con la Merkel? Con Sarkozy? In questo contesto confuso il ruolo dell’Italia nelle ultime settimane è stato spesso più attento e saggio di quanto non evidenziato dalla stampa.Silvio Berlusconi è stato tra i primi a raccomandare un fondo unico europeo per il salvataggio dell’euro pochi giorni prima degli incontri che hanno permesso la progettazione del salvagente da 750 miliardi di euro per il Vecchio Continente. L’incontro di oggi fra Napolitano e Obama giunge dopo un incontro del nostro presidente con il numero uno della Commissione europea Barroso che sembra credere in un mediatore italiano tra Francia e Germania.Servono segnali di coesione dall’Unione europea: manovre da 6,2 miliardi di sterline per la Gran Bretagna, da 10 miliardi di euro l’anno fino al 2016 in Germania, da 100 miliardi in tre anni in Francia e da 24 miliardi di euro in due anni dell’Italia non sono ancora riuscite a tranquillizzare i mercati che temono un congelamento della ripresa del Vecchio Continente.
Gli Stati Uniti non sono messi tanto meglio di noi europei, ma almeno soffrono assieme. In Europa la Merkel chiede modifiche del patto di stabilità con sanzioni più severe alle nazioni che non rispettano gli accordi, Barroso le risponde che questi meccanismi esistono già e che in certi casi uno stato può anche perdere il diritto di voto in sede Ue. Negli Stati Uniti, invece, Obama fa squadra con Geithner e Bernanke mandando i due a cercare di convincere la Cina a rafforzare lo yuan mentre lui si occupa del versante europeo. In fondo le valute in certi casi indicano la coesione delle entità politiche che hanno alle spalle più di mille tabelle su Pil e deficit nazionali.
Anteprima del commento