La crescita del Pil italiano non basta a scongiurare i rischi per la nostra borsa

pubblicato: lunedì 31 maggio 2010 da AleOne

Secondo il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Durao Barroso, la crisi non è ancora finita. Parlando qualche giorno fa a Firenze Barroso ha dichiarato che “ La crisi economica e finanziaria ha spazzato via 10 anni di crescita e di progressi, e non è ancora passata”. Le possibili difficoltà future dipendono dal fatto che per la prima volta l’Europa si trova di fronte ad attacchi rivolti al debito sovrano, attacchi che costringeranno tutti i paesi ad adottare politiche di austerità che potrebbero soffocare la ripresa economica ancora incerta dopo la grave crisi dell’ultimo biennio.

E’ in questa prospettiva non certo rosea che devono essere valutati i timidi segnali positivi inviati dall’economia europea nel primo trimestre dell’anno ed in particolare da quella italiana, che ha visto il Pil da gennaio a marzo in crescita dello 0,5% sul trimestre precedente e dello 0,6% rispetto al primo trimestre del 2009.

In un contesto di ripresa che può essere ancora considerata lenta l’Italia ha fatto la sua parte, ma questo potrebbe non bastare. In confronto alla Germania, cresciuta nel primo trimestre dello 0,2% sul precedente, alla Francia, in progresso di un modesto 0,1%, alla Spagna, anche lei con una piccola crescita dello 0,1% (ed ancora negativa su base annua dell’1,3%), l’Italia ha comunque bene impressionato. A prima vista le parole di Barroso potrebbero sembrare dunque troppo allarmiste, il nostro paese di questo passo nel 2010 potrebbe arrivare a crescere dell’1%, tuttavia prendendo come riferimento i livelli del 2007 ci si accorge che effettivamente la produzione industriale è in calo del 21% circa e che ogni futuro incremento servirà quindi per colmare il gap apertosi rispetto al passato. Nel 2008 il Pil italiano era diminuito dell’1,3% (valore totale del Pil 1.572.243 milioni di euro correnti), nel 2009 del 5%, il peggior dato dal 1980, la data di inizio della serie storica. Il calo rispetto ai picchi del 2007 è stato quindi a valori concatenati nell’ordine del 6,29%, il che significa che per tornare ai livelli pre-crisi il Pil dovrà aumentare del 6,7%.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale l’Italia crescerà dello 0,8% nel 2010 e dell’1,2% nel 2011. Nel 2007 il Pil era aumentato dell’1,5%, dell’1,8% nell’anno precedente. Una crescita nei prossimi anni uguale o superiore all’1% non è impossibile da ipotizzare, per tornare ai livelli precedenti la crisi non saranno quindi necessari 10 anni ma 5 o 6 probabilmente si. Non è forse quindi una coincidenza il fatto che la nostra borsa, rappresentata dal Ftse All Share, sia attualmente su livelli simili a quelli dei minimi del marzo 2003, ovvero di circa 7 anni fa.

Ma il rischio che le cose peggiorino ancora prima di tornare a migliorare, almeno per i listini, è credibile?

Se fino a poche settimane orsono, fino ad inizio aprile, le incertezze evidenziate dai principali indici azionari facevano pensare più ad una fase di temporanea correzione, un modo per trovare il giusto tasso di crescita dopo la sfuriata rialzista del 2009, adesso si profila all’orizzonte uno scenario completamente diverso. Il rischio che sia il rimbalzo visto nel 2009 a dimostrarsi solo una correzione del precedente lungo ribasso, quello iniziato nel 2007, si sta facendo sempre più pressante mano a mano che si avvicinano i livelli al di sotto dei quali chi studia i grafici sarebbe costretto a tornare ribassista anche per il lungo periodo.

Uno scenario di questo tipo al momento non è forse credibile, potrebbe tuttavia diventarlo se effettivamente la situazione dei paesi più fragili dell’Unione Europea dovesse peggiorare. Il fallimento, poi evitato dal commissariamento della Banca di Spagna, della Cajasur, e la fusione decisa in gran velocità da altre quattro banche spagnole alimentano le preoccupazioni sul comparto bancario e fanno temere ai mercati l’inizio di una nuova stagione di costosi salvataggi, salvataggi che potrebbero dare il colpo di grazia alle finanze disastrate di alcuni paesi dell’Unione.

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