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Europa ancora più divisa dopo la fuga in avanti della Merkel

Pubblicato: 08 giu 2010 da Ferry Boat

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L’approvazione, non senza inceppi, del fondo di salvataggio europeo da 750 miliardi di euro è arrivata in un altro momento di profonda crisi. Lo slittamento al 14 giugno dell’incontro fra il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy ha ancora una volta segnato un punto minimo nei rapporti fondamentali tra Berlino e Parigi, i due perni principali dell’Eurozona negli ultimi anni.

Ancora una volta la fuga tedesca in avanti, con un inedito piano di tagli alla spesa pubblica da 80 miliardi di euro in quattro anni, ha messo alle strette, le diplomazie europee. Sicuramente, dopo la sconfitta nel Nord Reno-Westfalia, il governo della Merkel sta cercando di riguadagnare consensi ai danni della coesione del Vecchio Continente. Prima la decisione unilaterale sulle vendite allo scoperto “naked”, ora una manovra di austerity indifferente alle esigenze di coordinazione di Bruxelles e con forti tagli alla spesa sociale e alla difesa tedesche, domani la tassazione sulle transazioni finanziarie varata a Berlino con o senza gli altri membri della comunità europea.

Parigi e tutto il Vecchio Continente rimangono indietro o comunque guardano altrove. Un ruolo di mediazione per l’Italia tra Germania e Francia si fa sempre più difficile, anche perché Berlino sembra disinteressata più che mai alle ottiche di sistema, le uniche necessarie a salvare l’Europa. I mercati, inevitabilmente, ne risentono.

Ieri lo spread tra Btp e Bund ha aggiornato il record a 176 punti base, quello tra il decennale spagnolo e quello tedesco ha toccato un nuovo massimo storico a 204 punti base. L’Ungheria, che in questi giorni fa tremare l’Europa con la scoperta di nuovi buchi di bilancio, ha annunciato tagli alla spesa pubblica importanti e anche i cds sui debiti sovrani dell’Europa periferica crescono.

L’euro scivola a 1,192 dollari portando le lancette della Comunità monetaria indietro di almeno un lustro: potrà fare bene alle esportazioni, ma la rapidità della caduta preoccupa anche gli economisti tedeschi.

In questo contesto i 440 miliardi di euro garantiti dai paesi europei e pronti a formare il fondo di diritto lussemburghese Efsf, non riescono a garantire un messaggio politico adeguato ai mercati internazionali. Il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker può anche lodare le manovre di Italia, Francia e Germania, ma se questa rinuncia a un’ottica europea per limare gli effetti di una crisi politica nazionale è chiaro che rischia di saltare tutta l’Eurozona.

L’Italia sta varando una dura manovra da 24,9 miliardi in due anni, la Francia ha congelato la spesa pubblica per un triennio e tagliato la pubblica amministrazione del 10% mentre la Spagna ha previsto una riduzione del 5% degli stipendi pubblici e altri interventi per circa 15 miliardi di euro. Il freddo contrasto tra politiche di rigore alla tedesca o di rilancio alla francese dovrà per forza di cose trovare un perno a Bruxelles. Il costo di ogni alternativa sarebbe non solo la fine dell’Euro, ma anche una crisi peggiore per tutti i paesi membri. Le banche europee già hanno in portafoglio 1,41 trilioni di euro di debito greco, spagnolo, portoghese, irlandese e italiano: un passo indietro significherebbe un terremoto anche per gli istituti tedeschi e inglesi.

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