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L'Europa stringe la cinghia, ma la crescita è ancora incerta

Pubblicato: 17 giu 2010 da Ferry Boat

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La Bce anche oggi è rimasta sospesa tra affermazioni vaghe e lapalissiane: la crescita c’è, ma è lenta e incerta, va meglio, ma non ancora bene. In effetti il termomentro delle borse indica elevata volatilità anche se la decisione dell’Unione europea di tenere conto nei parametri di conteggio del debito anche del debito privato è stata una mezza vittoria per l’Italia. Il Bel Paese mirava infatti all’introduzione di un vero e proprio parametro per questa grandezza da aggiungere a quelli assai più famigerati del deficit/Pil e del Debito pubblico/Pil e ha invece ottenuto un vago riferimento alla sostenibilità del debito.

Entrambi questi ratio - deficit/Pil e Debito Pil - che più amorevolemente un tempo erano chiamati criteri di convergenza, ci vedono sforare sulle indicazioni di Maastricht. Il rapporto del nostro deficit sul Pil dovrebbe essere del 3% ma lo abbiamo intorno al 5,2% (stime del Fondo monetario internazionale di maggio): secondo i calcoli del governo dovrebbe, però, rientrare con la nuova manovra in elaborazione da 24,9 miliardi di euro entro il biennio 2011-2012. Il dato attuale può sembrare disastroso visto che è quasi doppio rispetto al parametro che dovremmo rispettare, ma va considerato che paesi come la Gran Bretagna, la Spagna, la Grecia e l’Irlanda hanno tutte accumulato dei deficit superiori al 10% del Pil nel corso del 2009.

Nel caso del debito pubblico siamo messi ancora peggio con un 115,2% del Pil e previsioni in crescita per gli anni avvenire. La solidità che viene dalle attese di un avanzo primario per la fine dell’anno è relativa a paragone di un simile fardello (soprattutto visto che per definizione l’avanzo primario non tiene conto del pagamento degli interessi del debito), ma se oltre al debito pubblico si considera il debito privato all’improvviso tutto cambia e l’Italia diventa uno dei paesi più virtuosi: finisce infatti per essere la seconda d’Europa insieme alla Francia e poco dietro la Germania.

La presenza di una forte componente del risparmio privato nella nostra economia non è un fattore da sottovalutare come indicato anche dal riferimento alla sostenibilità del debito che l’Unione europea ha accettato nei propri documenti. Se la crisi delle banche internazionali ha colpito relativamente poco le nostre banche è dovuto in gran parte proprio alla solidità del risparmio privato. Grazie a esso solo due dei grandi gruppi finanziari italiani hanno dovuto fare ricorso ai Tremonti bond. Una recente analisi di Deutsche Bank, citata da MF, sostiene che le banche italiane corrono meno rischi di altre grazie al canale retail che potrebbe garantire la liquidità necessaria nel prossimo futuro. Circa il 60% della raccolta delle banche italiane proviene infatti dai depositi e il resto deriva dai bond. Fra i grandi gruppi Intesa, Unicredit e Ubi Banca hanno già un rapporto tra raccolta stabile e provvista superiore al 100% che Basilea 3 dovrebbe richiedere. Credem dovrebbe portarsi oltre il rapporti uno a uno entro l’anno mentre il Banco Popolare, Mps e Bpm sono viste ancora sotto questo (prospettato) parametro per almeno altri due anni.

Di certo le norme per la futura regolamentazione delle banche e del settore finanziario continuano a tenere sotto pressione i mercati e gli operatori. Indicatori come l’Euribor a 6 mesi passato in pochi mesi dallo 0,944% dei bottom di marzo all’attuale 1,006% o il Libor semestrale è passato dallo 0,8881% allo 0,9588 per cento evidenziano le tensioni sulla liquidità nel mercato interbancario e non è un caso che il comparto bancario europeo faccia pressione sui regolatori per un posticipo di Basilea 3 a condizioni più favorevoli dei mercati.

Nel frattempo ancora una volta il mercato obbligazionario fa da bussola di questa primavera dell’Unione Europea in crisi. Il centro della finanza europea non è mai stato così periferico, con il declassamento della Grecia da parte di Moody’s e il record degli spread spagnoli sul bund che giunge nel giorno in cui Zapatero vara una poco amata riforma del mondo del lavoro. A Madrid si decidono in questi giorni le quotazioni dell’euro, nel senso che le manovre di consolidamento delle cajas sono finanziate dalla liquidità fornita dall’Unione europea. A maggio dalla Bce sono arrivati fondi per 85,6 miliardi di euro pari a circa il 16,5% della liquidità erogata da Francoforte e un incremento del 15% sul dato di aprile.

In un contesto in cui saranno probabilmente cancellati migliaia di posti di lavoro e le condizioni ci coloro che manterranno un posto peggioreranno è doveroso però anche evidenziare che le cajas rappresentano solo una percentuale minoritaria del mercato bancario iberico e che altri gruppi come il Santander si dimostrano solidi e combattivi. Alla fine sicuramente nascerà un polo da circa 340 miliardi di euro di asset che potrà competere sul mercato ma avrà circa il 12% in meno delle filiali di oggi e quindi molti meno impiegati. D’altra il sistema bancario spagnolo è esposto per 445 miliardi di euro alla peggiore bolla immobiliare d’Europa e la crescita ieri a nuovi record dello spread tra i titoli di Stato iberici e tedeschi indica ancora una certa diffidenza dei mercati (favorita ieri dalle voci poi smentite su un fondo da 250 miliardi di euro preparato da vari enti internazionali).

Nel frattempo la Francia (deficit all’8% del Pil e debito/pil all’83,6%) ha dovuto stringere la cinghia con un innalzamento delle tasse e dell’età pensionabile e la Germania (5% e 73,2% i rapporti del deficit e del debito sul Pil) punta a racimolare più di 80 miliardi in quattro anni (con interventi tali da mettere in cattiva luce la stessa Angela Merkel).

Insomma i tagli alla spesa pubblica si diffondono nel Vecchio Continente e qualcuno ingenuamente si chiede perché i lavoratori di Pomigliano, di Caja Madrid o dell’economia britannica (che potrebbe pagare presto alla crisi circa 300 mila posti) debbano pagare le magagne di un sistema finanziario distorto e i salvataggi di banche poco trasparenti. Probabilmente Basilea 3 (ammesso che sia una risposta a questa domanda) si farà attendere ancora qualche anno. Per quel che riguarda invece la produttività sarebbe meglio che qualcuno chiarisse subito a governanti e imprenditori che con la Cina non c’è partita e che forse bisognerà cercare strumenti più sostenibili di crescita, anche perché la domanda, più della produzione, è la vera forza delle nostre economie occidentali.

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