Bond, azioni e cambi, che condiziona chi nelle attuali fasi di mercato. Il peso della banche sul listino domestico

pubblicato: mercoledì 23 giugno 2010 da AleOne

L’andamento dello spread tra i bond governativi di un paese di quelli dell’Unione europea e quelli della Germania è divenuto ormai un indicatore anche della forza relativa tra i rispettivi indici azionari. Non solo le borse dei cosiddetti Pigs (in questo caso la i dell’acronimo indica l’Italia) soffrono rispetto a quella tedesca, anche un mercato sulla carta al di sopra di ogni sospetto come quello francese ha visto nelle ultime settimane peggiorare il suo rapporto di forza con il Dax di pari passo con l’ampliarsi dello spread esistente tra i titoli di stato dei due paesi, ormai ai massimi da più di una anno a questa parte (anche se ancora molto distante dai valori raggiunti dal debito dei paesi dell’area mediterranea e dal Portogallo).

I mercati interpretano l’andamento del premio richiesto agli investitori per detenere titoli di stato diversi da quelli tedeschi anche come una misura dell’appetibilità della borsa. Evidentemente la sensazione generale degli operatori è che il ribasso dei listini azionari sia ancora ben lontano dal completarsi: se così non fosse, se i mercati pensassero che ormai il peggio della crisi dei conti pubblici che ha colpito i paesi europei è alle spalle, cercherebbero occasioni per comprare quei listini che maggiormente hanno sofferto e che quindi, nel caso di un rimbalzo, avrebbero maggior spazio a disposizione per salire.

Se la speculazione si accanisce sui soggetti più deboli è perchè ritiene che i margini di guadagno per le strategie “short”, ovvero quelle che puntano al ribasso, siano ancora elevati. La classifica alla quale si arriva utilizzando lo spread esistente tra i decennali dei diversi paesi per scegliere su quali è meno rischioso investire, oltre alla Germania, mostra in prima posizione, di gran lunga, la Francia, seguita dall’Italia, dalla Spagna, dal Portogallo e dalla Grecia. Fino a che non vi saranno evidenti segnali di ripresa della fiducia da parte dei mercati sulla possibilità che i paesi europei possano uscire dalla crisi, eventuali scommesse a favore dei cosiddetti periferici, ad eccezione forse dell’Italia, saranno da evitare.

Il problema per chi volesse investire nel listino domestico non è tanto l’affidabilità del Paese, da più parti sono giunti i complimenti all’Italia per il modo in cui è stata gestita la crisi, e nemmeno le sue prospettive di crescita, il Pil del primo trimestre è risultato infatti, con il suo +0,5% nettamente superiore alla media di Eurolandia del +0,2%, il problema è il forte peso dei titoli bancari sul totale della borsa. Le manovre straordinarie adottate da tutti i principali paesi europei per mettere sotto controllo i conti pubblici rischiano di far fare un passo indietro ad una ripresa economica ancora incerta, un fatto questo che andrebbe a colpire pesantemente la redditività delle banche.

Nella classifica dei primi quaranta titoli di Piazza Affari per controvalore scambiato ci sono 8 banche, che insieme rappresentano poco meno di un terzo del totale degli scambi. E’ evidente che in una fase come quella attuale dove il comparto bancario è nuovamente sotto i riflettori a causa della temuta fragilità di alcuni dei suoi esponenti, questa nutrita rappresentanza del settore rischia di diventare una zavorra. E se gli istituti domestici erano relativamente poco esposti alla crisi della Grecia lo stesso non si può dire invece per i problemi denunciati di recente dall’Ungheria che ha ammesso di essere sull’orlo della bancarotta. Intesa Sanpaolo ad esempio controlla uno dei maggiori istituti di credito del paese, la Cib Bank mentre Unicredit è presente con Unicredit Bank Hungary. L’esposizione a livelli di prestiti delle due banche arriva a 13 miliardi di euro circa, una cifra rilevante anche se marginale rispetto all’intero portafoglio prestiti dei due gruppi.

Il recente rimbalzo del settoriale banche domestico, che ha visto le quotazioni salire dai minimi di quota 16644 nuovamente in area 20000 è per il momento troppo esiguo per poter parlare di un cambio di scenario: i massimi di aprile, a 24675 sono ancora lontanissimi e solo la rottura di area 21500 potrebbe far pensare ad un serio tentativo di recuperare quei livelli. Escludere la borsa italiana dalla lista dei possibili territori di caccia per la ricerca di azioni potenzialmente interessanti è quindi forse sbagliato, soprattutto tenendo presente la capacità di reazione mostrata nel primo trimestre dell’anno, meglio però puntare l’attenzione su titoli diversi dai bancari oppure farli entrare in portafoglio per quantità moderate.

Per avere una idea delle proporzioni che dovrebbero avere le diverse componenti del portafoglio per mantenerlo equilibrato in termini di rischio (senza considerare il problema della correlazioni) l’investitore può tenere presente che in questa fase la volatilità storica calcolata a tre mesi per Unicredit vale circa 60, quella relativa ad Eni, altro peso massimo del nostro listino, vale circa 30, ovvero la metà. Esiste poi un altro elemento che in questa fase condiziona fortemente l’andamento dei listini, ovvero il cambio. Fino a pochi mesi orsono erano in molti a scommettere sulla possibilità che l’euro soppiantasse il dollaro in alcune aree geografiche come moneta di riferimento per gli scambi internazionali. La moneta Usa sembrava destinata ad una fase di debolezza senza fine, tanto che si temeva anche per la possibilità da parte del Tesoro Usa di continuare a collocare con facilità le proprie emissioni.

Adesso è l’euro a non essere più gradito nei portafogli dei grandi investitori, con il risultato che le quotazioni del cambio euro dollaro hanno violato il forte supporto offerto a 1,23 circa dai minimi di ottobre 2008 e si candidano ora a proseguire nella fase ribassista fino almeno ad intercettare i minimi del novembre 2005 a 1,1650 circa. Da notare che a 1,21 circa si collocava il 50% di ritracciamento del rialzo dai minimi del 2000: la violazione di questa soglia rende difficile continuare a credere che il calo subito dall’euro dai massimi del 2008 a 1,60 circa sia solo una fase temporanea di correzione ed insinua invece il dubbio di essere di fronte ad una vera e propria tendenza, chi segue i mercati dei cambi sa infatti che i trend sono spesso pluriennali. E la strada dovrebbe percorrere la reazione dell’euro vista dai recenti minimi di quota 1,1880 per implicare un mutamento di scenario è molto lunga, solo oltre area 1,28 infatti un eventuale proseguimento del rimbalzo, portandosi al di sopra della linea che scende dai massimi di dicembre 2009, segnalerebbe l’intenzione di voler proseguire andando a correggere una buona porzione della discesa avviatasi da area 1,5140. Fino a quel momento scommettere contro il dollaro potrebbe dimostrarsi pericoloso. Insomma, anche se per il momento è prematuro dirlo, almeno fino a che i prezzi saranno al di sopra di area 1,11/12, altro supporto di grande rilievo, il rischio che la fase di apprezzamento della moneta Usa sia destinato a durare fino al raggiungimento della parità è elevato.

La semplice sovrapposizione dei grafici dell’Eurostoxx e dell’euro dollaro mostra una notevole similitudine tra le due curve, almeno a partire dal 2008. Se effettivamente il destino dell’euro è quello di continuare a deprezzarsi sarà difficile che allo stesso tempo la borsa possa vivere una fase di ripresa che vada oltre le semplici e temporanee correzioni. Nel caso dell’Eurostoxx poi anche il grafico non aiuta certo a sostenere una ipotesi rialzista. Tra gennaio ed aprile l’indice ha infatti disegnato un evidente doppio massimo in area 285, una figura ribassista che è stata completata a maggio con la violazione dei 247 punti.

L’obiettivo della configurazione, calcolato con il metodo della proiezione dell’ampiezza della figura stessa dal punto di conferma, si colloca sui 212 punti, una quota coincidente sia con i minimi di luglio 2009 sia con il 61,8% di ritracciamento del rialzo dai minimi del marzo 2009. Il rischio che fino in area 210 l’Eurostoxx ci possa arrivare, perdendo quindi ancora il 20% circa, è elevato. Sarebbero solo movimenti al di sopra dei 266/67 punti a permettere una revisione dello scenario che in quel caso, se non dichiaratamente rialzista, potrebbe iniziare ad contemplare la possibilità di vedere almeno testati i massimi dello scorso aprile.

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