
Un ipotetico diario di bordo della crisi in corso dovrebbe annotare che il vento si è fermato. Come il vento intorno alla nave del marinaio di Coleridge la ripresa e la crisi sembrano a un punto di sofferta riflessione in attesa di eventi poderosi. Qualche mese fa un analista preoccupatissimo ci diceva: “Se scoppia anche la bolla sull’obbligazionario, siamo fritti, possiamo chiudere tutto e tornare a casa”. In effetti la testa di ariete della crisi Greca e il suo relativamente rapido contagio dell’Europa periferica hanno prostrato le economie sulle due sponde dell’Atlantico in maniera a tratti drammatica.
Se i mercati azionari crollano di nuovo, ma viene meno anche la fiducia nel debito sovrano delle nazioni che guidano l’economia mondiale cosa dovremmo fare tutti noi dei nostri risparmi? Se la crisi è ancora una volta una crisi di fiducia, ben venga ogni concreto segnale di trasparenza. Il paracadute europeo da 750 miliardi di euro ha allontanato le ipotesi di default nell’Europa periferica, ma non lo ha del tutto cancellato: il rischio rimbalza ancora tra banche e debiti sovrani appesantendo i listini azionari.
Gli stress test delle banche europee saranno un’ottima occasione per fare un altro po’ di chiarezza, ma le istanze che emergono in queste settimane sono ancora numerose. Discutere ancora di solidità delle banche non ha senso, se non si mette in primo piano la ripresa economica. Ieri il disastroso dato delle vendite di nuove case negli Stati Uniti (-32,7% sul mese precedente, con il peggior calo mensile dal 1963 ma spiegabile con la fine degli incentivi a fine aprile) ha proiettato ancora ombre scure su Washington, neanche l’aumento inatteso delle scorte di greggio è stato un buon segnale: complessivamente è sicuramente vero, come dice il numero uno della Federal Reserve Ben Bernanke, che la crisi europea è il maggiore fattore di rischio dell’economia globale, ma le fragilità del mondo anglosassone non sono di certo da sottovalutare.
L’indebolimento dell’euro che in molti vedono come una costante dei prossimi anni (insieme ai bassi tassi d’interesse Usa) dovrebbe incoraggiare ancora la ripresa, ma il timore che la politica di austerità decisa da Berlino e strenuamente difesa da Angela Merkel freni la ripresa echeggia ai quattro angoli del globo e sembra candidarsi a vero protagonista dei prossimi incontri del G20 di Toronto.
George Soros, l’uomo che nel ’92 fece crollare la lira e la sterlina con le sue manovre speculative, ha affermato che la Germania su questo punto è isolata a livello mondiale. Tuttavia pare difficile negare l’importanza della sostenibilità del debito in Europa e nel mondo. In questo senso il dibattito recentissimo tra Martin Wolf e Roberto Alesina inquadra perfettamente il dilemma che assilla governi ed economisti: il taglio della spesa pubblica varato in Europa non rischia di soffocare la crescita con i suoi effetti recessivi?
Secondo il docente italiano di Harvard le statistiche degli scorsi decenni dimostrano che un intervento sulla spesa pubblica è spesso accompagnato nell’immediato da una crescita. Con il vantaggio – viene da aggiungere – di un controllo delle spinte inflattive che un incremento delle tasse non consentirebbe. Secondo Wolf invece la spesa pubblica è ancora fondamentale per sostenere la crescita, soprattutto adesso che l’economia stenta nonostante tassi d’interesse sui minimi.
Nel microcosmo italiano, un laboratorio per molti verso assai peculiare, le stime appena pubblicate dal Centro studi di Confindustria sembrano tagliare la testa al toro: cresceremo più del previsto (+1,6% invece che +1,3% nel 2011) nonostante le pressioni restrittive della nuova manovra di risanamento dei conti pubblici. Forse non resta che incrociare le dita e sperare che i paletti normativi che il G20 e Basilea dovranno puntellare sostengano davvero il trampolino di lancio della ripresa.
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