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Banche italiane? Si potrebbe anche tornare ai fondamentali

Pubblicato: 30 giu 2010 da Ferry Boat

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L’ultimo report di Credit Suisse ha ribadito la solidità del sistema finanziario italiano e delle nostre banche. La forza del nostro sistema creditizio è basata, come noto, sul risparmio privato (non certo sul risparmio pubblico che, come altrettanto noto, latita da decenni), ma i nostri titoli bancari sono stati pesantemente influenzati dalla reviviscenza della crisi dell’Eurozona dettata un po’ da nuove speculazioni sui cds greci, spagnoli e italiani e un po’ dai timori sulla liquidità delle banche europee.

Il termine speculazione sui cds non è usato impropriamente in quanto, come noto, il mercato dei credit default swap sul debito sovrano è quanto meno poco trasparente e troppo concentrato nelle mani di pochi ossia è facilmente manipolabile dai suoi principali operatori (le grandi banche Usa come JP Morgan e Morgan Stanley). In realtà il panico diffusosi ieri sui principali mercati e i ribassi ancora assai consistenti dei mercati si sono dimostrati immotivati dopo l’asta della Bce di oggi che piazzando soltanto 131,9 miliardi di euro contro attese tra i 250 e i 300 miliardi di euro. Il mercato temeva, infatti, una corsa al finanziamento della Banca centrale europea in vista della scadenza di domani del maxiprestito da 442 miliardi di euro spalmato dalla Bce sul sistema creditizio nel giugno del 2009.

Le scarse adesioni mostrano invece una situazione di liquidità sufficiente, nonostante la Bce di oggi non sia più quella di un anno fa e concorra a tenere a galla il sistema creditizio spagnolo (ma solo in parte) e i bond dell’Europa periferica per evitare crisi sistemiche dell’Eurozona.

Di nuovo c’è relativamente poco in realtà, almeno per la banche italiane che in termini di liquidità e probabilmente anche di multipli sembrano molto avvantaggiate rispetto ai concorrenti. In effetti dopo Nomura, Deutsche Bank, Citigroup e l’ultimo report di ieri di Credit Suisse sembra ormai assodato che molti dei nostri istituti di credito siano troppo poco valorizzati in Borsa. Anche perché non solo la patrimonializzazione delle nostre più grandi banche sembra più che adeguata in questo periodo, almeno a confronto con altre banche europee, ma anche perché il risparmio privato di cui sopra rappresenta un canale di raccolta formidabile e probabilmente senza eguali in Europa. Il recente warning di Cardia sulla crescita dei bond bancari nel mercato del risparmio nazionale in fondo, e in negativo, lo conferma.

Si arriva così al report di ieri del Credit Suisse che, sulla falsa riga di quanto già affermato da altre banche d’affari, sottolinea che i rischi di liquidità o di funding delle nostre banche appaiono ancora una volta assai ingiustificati. Forse potrà soffrire la loro redditività nei prossimi mesi per via della crisi prima e di eventuali restrizioni agli obblighi patrimoniali di Basilea, ma la solidità dei nostri istituti non sembra comunque in dubbio.

La conferma più recente è nell’acquisto del 4,99% di Unicredit da parte del fondo Aabar che, anche se Flavio Tosi, che in quanto sindaco di Verona è azionista indiretto con il 4,98% della banca di piazza Cordusio, la pensa diversamente. L’ingresso di un nuovo azionista di lungo termine è senz’altro un segnale di fiducia tanto che il titolo del gruppo è cresciuto in occasione di quell’evento anche in controtendenza a un mercato in ribasso.

Certo la Stampa anticipa oggi che le Monte dei Paschi, Intesa e la stessa Unicredit potrebbero avere bisogno di altri 25 miliardi di euro in due anni nel caso di grave deterioramento delle condizioni finanziarie, ma in uno scenario di questo tipo probabilmente Oltralpe si vedrebbero ammanchi ben peggiori. Per dati ufficiali bisognerà comunque attendere i risultati del test della Banca d’Italia atteso per la prima metà di luglio.

Sullo stress test si era comunque detto ottimista lo stesso Alessandro Profumo fino a poco tempo fa. Secondo i tecnici di Credit Suisse la forte presenza di Unicredit nel mercato tedesco le dovrebbe consentire di avvantaggiarsi dell’attesa ripresa della locomotiva d’Europa. La presenza in Austria, in Polonia e in Turchia dovrebbe fornire altri spunti positivi nell’immediato futuro. Questo però non significa che i pericoli siano ormai alle spalle. L’ultimo report di Mediobanca infatti capovolge le prospettive ed evidenzia come una rinnovata attenzione al settore corporate e investment banking dei principali gruppi italiani in realtà rischi di esporli alle incertezze dell’economia reale.

Le due prospettive in fondo non collidono, ma pensare che da mesi Confindustria chiede più credito alle imprese fa un po’ sorridere quando poi si leggono questi rapporti.

Che i bassi tassi d’interesse comprimano il margine correlato delle banche e quindi una delle fondamentali voci di guadagno dei gruppi bancari è più che ovvio. D’altra parte fa parte della mission degli istituti investire nelle imprese e nei capitali privati generando l’eterno commercio tra rendimento e rischio. Per Mediobanca (che oltretutto ha in Unicredit il suo maggiore azionista) proprio la scarsa crescita in Germania e la rischiosità degli asset italiani di Unicredit potrebbero penalizzare in futuro la crescita. Per Credit Suisse insomma investire nelle aziende tedesche è un’occasione, per Mediobanca un rischio. In fondo, però, come detto un prestito è un rischio e il rendimento ne è il corrispettivo dunque niente di strano.

Oltretutto con un core tier 1 ratio all’8,5% e un Net Stable Funding Ratio al 91% la solidità dell’istituto non dovrebbe essere in pericolo. La stessa Credit Suisse calcola uno sconto del 19% sul settore in base al multiplo del P/TBV (Price/Tangible Book Value) che si attesta a 0,9. L’internazionalità di Unicredit e la solidità e qualità del suo patrimonio e della sua raccolta dovrebbero insomma permetterle approfittare della ripresa, anche se questa tarda più del previsto.

Il titolo sembra aver scontato troppo la crisi in corso, la sua “italianità” e le attese su Basilea III nel corso degli ultimi mesi, almeno rispetto al settore bancario europeo. Un discorso simile vale per Intesa Sanpaolo: sebbene le sue attenzioni al corporate siano più recenti, la crescita dell’investment banking non può che far piacere, anche se in merito va detto che la quotazione di Fideuram potrebbe aprire la porta a nuovi scenari. Secondo Mediobanca le nuove mire contrastano con l’identità storica del gruppo, ma c’è da dire che Intesa è diventata non tanto recentemente un gruppo di dimensioni europee e che se si candida a banca di sistema inevitabilmente smette di fare soltanto mutui.

Che infine Mps non sia adeguatamente capitalizzata non è una novità, la redditività e risultati del gruppo mostrano però una certa forza, così come il suo riposizionamento sul mercato dopo la conquista di Antonveneta.

In fondo scommettere su questi tre gruppi significa solo nel primo caso scommettere sull’Europa in generale e negli altri due casi è piuttosto uno scommettere sull’Italia soltanto. Solo che adesso queste banche puntano anche su finanza e impresa come non facevano in passato e queste banche, come tutte le altre grandi del mondo, subiscono gli effetti di un costo del denaro compresso dalla politica espansiva delle banche centrali. Forse guadagneranno ancora meno del passato (come teme anche uno dei vertici del BdS del gruppo Unicredit) ma non sembrano per il momento a rischi default. Forse dunque è tempo di tornare ai loro fondamentali per vedere quanto valgono o non valgono in Borsa rispetto alle colleghe europee.

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