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Indesit: proteste contro il nuovo piano, ma la congiuntura è difficile

Pubblicato: 08 lug 2010 da Ferry Boat

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Il Piano Italia di Indesit decide una profonda ristrutturazione della produzione italiana. Non senza una decisa opposizione dei sindacati con cui le trattative sono ancora in corso. Ieri ad Albacina, in provincia di Ancona, circa 200 operai hanno protestato davanti a uno stabilimento e domani è previsto un altro sciopero a Fabriano. Si tratta di due stabilimenti che non rischiano la chiusura, anzi, ma che si oppongono al recente Piano Italia del gruppo un po’ come quando Mirafiori sciopera contro gli accordi per Pomigliano. Il Piano Italia di Indesit in realtà progetta un investimento da 120 milioni di euro in tre anni nel Bel Paese e punta a potenziare Fabriano (la sede in Provincia di Ancona della società) e Teverola (Caserta). Sul resto però manca visibilità e, come detto, le trattative con i sindacati sono ancora in corso.

Lo sanno i circa 800 lavoratori di Refrantolo in provincia di Treviso e gli ancor più numerosi dipendenti di Brembate (Bergamo): due stabilimenti destinati dal management alla chiusura. Eppure Brembate si occupa di una produzione di alta gamma e quindi dovrebbe difendere quella nicchia di mercato nel quale le pmi italiane dicono di eccellere e poter competere sui mercati globali. Le pressioni del mercato sul settore degli elettrodomestici appaiono però assai potenti. Il fatturato di Indesit è passato da circa 3,4 miliardi a 2,6 miliardi di euro in tre anni e quindi la società, a causa della crisi generale dei consumi e del comparto degli elettrodomestici, ha bruciato 800 milioni di euro di giro d’affari. Le stime per il settore degli elettrodomestici, a livello globale, indicano che difficilmente si tornerà ai livelli pre-crisi nel prossimo triennio.

Lo stabilimento di None (in provincia di Torino), salvato negli anni addietro grazie a un deciso intervento della politica, ora registra un investimento di 10 milioni di euro, ma anche una cassa integrazione a rotazione prevista per due anni complessivi dagli ultimi accordi. Per il dopo bisognerà attendere l’evoluzione del mercato e delle trattative fra le parti sociali.

In generale si potrebbe ricordare che la produzione di tutta la Indesit, un colosso globale degli elettrodomestici che ha fatto la storia dell’industria italiana avviene per il 40% in Italia contro il 15-17% della vendita di prodotti Indesit nel Bel Paese. In altre parole, a differenza di molti altri gruppi, la società di Fabriano produce in Italia più di quanto da noi non venda.

I rapporti con la politica sono però altalenanti. Autentici scontri con successivi riavvicinamenti si sono avuti in passato sul caso di None e alla Lega ha creato qualche imbarazzo la presenza di 430 addetti dell’impianto di Brembate (che rischia di essere chiuso) all’incontro di Pontida dello scorso 20 giugno. Ai lavoratori di Indesit non andava che gli investimenti fossero spostati a Caserta o a Fabriano mentre l’impianto a una trentina chilometri da Pontida rischiava di chiudere.

In realtà il governo ha varato degli incentivi per il settore degli elettrodomestici che, tra le quotate, vanta diversi gruppi come De’Longhi ed Elica. Nel caso di Indesit, però, le somme ottenute sono comunque minime nell’economia di un gruppo delle sue dimensioni e i meccanismi di incentivazione si sono dimostrati in passato troppo complessi.

Oltretutto guardare solo all’Italia per un colosso globale da 2,5-3 miliardi di euro come Indesit è piuttosto riduttivo. Di certo da tempo gli impianti europei del gruppo hanno subito un ridimensionamento. Indesit ha chiuso impianti in Cina, in Portogallo, in Francia: in Gran Bretagna ha tagliato tre stabilimenti riducendo a una fabbrica (e ai servizi al cliente molto importanti sul suolo britannico) la propria presenza nel Regno Unito. In compenso la Polonia, la Russia e la Turchia diventano sempre più strategiche. Forse qualche spunto verrà dalla debolezza dell’euro, sicuramente i prossimi anni saranno decisivi un po’ per tutti i produttori di elettrodomestici.

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