Europa: l'elevata volatilità dei mercati richiede una trasparenza ancora maggiore

pubblicato: mercoledì 14 luglio 2010 da riva

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L’Unione europea cerca con molta fatica di tracciare un cammino verso la trasparenza e la costituzione di una stanza di monitoraggio finanziario di livello comunitario. Sia chiaro il livello di una autentica cabina di regia economica europea, prospettato più volte da molti osservatori nelle fasi più buie della crisi, appare molto lontano, tuttavia qualche passo in direzione della coordinazione è comunque innegabile. Difficile distinguere a una decina di giorni dagli attesi risultati degli stress test i tanto decantati provvedimenti in favore della trasparenza. Gli stress test sulle banche sono ancora vaghissimi e, nonostante diversi osservatori esterni si siano anche cimentati in scenari fatti in casa anche con notevole professionalità, dei criteri ufficiali, precisi e trasparenti latitano in sede Ue. Cosa si sa oggi degli stress test europei per esempio?

Si sa che coprono 91 banche e il 65% del settore bancario europeo. Si sa che, come nel caso dello stress test condotto dagli Stati Uniti su appena 19 istituzioni finanziarie, sono previsti due scenari macroeconomici. Nel caso delle prove europee, si sa che il primo scenario (quello “conservativo”) è basato su un’evoluzione del Pil, della disoccupazione, dell’inflazione e di altri macroindicatori in linea con le attese di Bruxelles. Nel secondo caso si presuppone invece una situazione assai meno rosea con una deviazione pari anche a tre punti percentuali in termini di Pil rispetto alle stime di oggi. In Germania saranno testate 14 banche tra le quali colossi come Deutsche bank o Commerzbank, ma anche le varie Landesbank che rischiano di impensierire gli osservatori. In Spagna finiranno sotto esame altri 27 istituti, mentre in Italia le banche testate saranno solo 5.

Nel caso degli Stati Uniti le caratteristiche del capitale primario, e del suo rapporto con gli asset ponderati per il rischio, ebbero un ruolo importante, ma non è ancora chiaro in Europa questo indicatore (core tier 1 e core tier 1 ratio) che peso avrà. Gli stress test pubblicheranno anche i dati relativi ai rischi di default di stati sovrani. Il metodo utilizzato non è stato, però, pubblicato nei dettagli particolari, anzi rimangono diverse aree di indeterminazione motivate anche da opposte visioni fra alcuni membri dell’Eurozona.

Di recente le autorità europee hanno anche evidenziato la necessità di una regolamentazione degli hedge fund, dei prodotti derivati, delle vendite allo scoperto dei credit default swap e sui sistemi di garanzia dei depositi bancari. Per quel che riguarda quest’ultima voce va ricordato l’aumento a 100 mila euro della copertura garantita ai correntisti Ue in caso di default della banca depositaria. I veti incrociati paralizzano però ancora il processo decisionale.

Ancora vivo anche il dibattito sulle modifiche eventuali al patto di stabilità e di crescita, ma è probabile che, a differenza degli stress test, tutte queste nuove regole vengano nel tardo autunno o anche oltre. Dopo i recenti terremoti del mercato dei credit default swap sui debiti sovrani, la Commissione sembra avere sottolineato (maggiormente) l’importanza di un riassetto di questo mercato finanziario. Né sarebbe stata accantonata la questione delle agenzie di rating per le quali è prevista una particolare autorizzazione e forse anche l’incentivo allo sviluppo di nuovi concorrenti nel comparto attualmente dominato da Standard& Poor’s, Moody’s e Fitch. E’ comunque palese che le nuove regole non diverranno efficaci quest’anno e forse neanche l’anno prossimo. Basilea impone infine un ulteriore coordinamento all’interno della selva di istituzioni che stanno affrontando il tema in contemporanea.

Il mercato, però, non attende e valuta su tempi assai più brevi di quelli della politica europea. Reagisce così ai rating delle agenzie, alle aste dei titoli del debito sovrano, persino ai rapporti tra la Bce e le varie banche centrali del Vecchio Continente. La situazione non è per niente stabile, anzi. Il successo della recente asta di bonos spagnoli, le prospettive di crescita del Fondo Monetario internazionale, l’implementazione dei piani previsti per Atene e i segnali di ripresa (sebbene timida) dell’economia reale hanno temporaneamente rafforzato quei barlumi di fiducia di cui il mercato ha un esasperato bisogno: è bastata però la notizia della notevole crescita delle esposizioni delle banche spagnole a giugno nei confronti della Bce per rimandare le perdite del Ftse Mib e dell’Ibex 35 sopra il punto percentuale. Qualche rallentamento dopo la crescita delle ultime sedute era comunque prevedibile, anche se ogni giorno di più pare chiaro che i mercati azionari in questo periodo sono quanto mai insidiosi e che il dibattito a Bruxelles e al G20 sulle nuove regole non è riuscito in tanti mesi a portare la necessaria trasparenza e stabilità nella comunità finanziaria. Ancora una volta, come mostra palesemente il confronto con gli Stati Uniti che in qualche maniera sono già molto avanti nella ricostruzione di un più sostenibile mercato finanziario, la divisione dell’Europa non può che apparire colpevole e controproducente insieme.

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