
E’ andata anche troppo bene. Gran parte del giornalismo anglosassone sintetizza così il risultato degli stress test europei sul sistema bancario del Vecchio Continente, eppure è palese che i criteri utilizzati per condurre queste prove sulle banche Ue non sono stati meno duri e completi di quelli condotti sulle banche statunitensi.
Non che manchino le criticità, senza dubbio, ma tutto sommato il lavoro svolto dagli esperti del Cebs (strettamente controllati dalla Bce e dalla Commissione) è stato accurato e coerente. Certo la mancanza dell’ipotesi di default di uno stato europeo può essere considerata un vulnus alla credibilità di questo esercizio. Va però ricordato che gli Stati Uniti nel loro stress test di successo hanno conteggiato solo 19 banche contro le nostre 91 e che non hanno certo incluso nel loro scenario l’ipotesi di fallimento di uno stato interno alla federazione (per esempio la California) che pure è allo stato delle cose non meno probabile di quella del fallimento di un membro della comunità europea.
Per garantire il mercato del debito sovrano Ue e l’appoggio alla liquidità delle nazioni dell’Europa periferica Bruxelles ha buttato in acqua un salvagente da ben 750 miliardi di euro che significa molto di più di quanto l’America abbia messo finora con il piano Paulson.
Se qualcuno poi volesse parlare della dipendenza delle banche europee dai finanziamenti della Bce (dipendenza peraltro in riduzione) si potrebbero ricordare i finanziamenti del programma americano Talf, non approvati dal Congresso Usa, ossia il sostegno diretto all’economia e a certi mercati che è stato una scelta senza dubbio assai meno forte di quella di consentire alla Bce un parziale intervento in favore delle banche con crisi di liquidità.
Se si passa alla Gran Bretagna, si può ricordare che il sistema bancario britannico esiste ancora solo perché il governo UK l’ha salvato con finanziamenti più o meno trasparenti e con l’aiuto di investitori stranieri. Gli haircut, ossia le previste riduzioni di valore del debito sovrano europeo nel caso di grave inasprimento delle condizioni economiche, non sono certamente paragonabili al default di uno Stato Sovrano, d’altra parte chi crede veramente che Stati Uniti e Gran Bretagna meritino un rating da tripla A?
Ovviamente simili dubbi non portano a niente di davvero costruttivo, ma almeno contestualizzano quanto rilevato. Il recente intervento della Cina nell’asta dei bonos ha rivelato un importante sostegno di Pechino all’euro e quindi fornito un paracadute potenziale in più. Le criticità sono emerse laddove tutti le cercavano, ossia in Spagna, Germania e Grecia. I capitali provenienti dagli aiuti di Stato sono stati inclusi nei requisiti patrimoniali del test: d’altra parte a che sarebbero serviti altrimenti? Se si conteggiano i capitali richiesti dalla tedesca Hypo Real Estate, dalla greca Ate e dalle 5 casse spagnole che non riuscirebbero a mantenere il tier 1 ratio sopra il 6% (in caso di grave crisi) si arriva alla cifra di 3,5 miliardi di euro di nuovo capitale richiesto: una cifra assai inferiore alle attese che spesso scontavano interventi ben superiori ai 30 miliardi di euro.
Fino a che punto questo risultato può davvero essere considerato una spia di un “soft test” e non un successo della finanza europea? La mina delle Landesbank non è esplosa, ma NordLB e PostBank si sono mostrate più fragili del previsto. Nessuno si nasconde certo che il sistema bancario tedesco è ancora debole (almeno in alcuni casi), nemmeno le autorità locali che, in qualche caso, stanno già correndo ai ripari. Idem per la Spagna che ha già avviato il processo di intervento nel mondo delle casse di risparmio iberiche spesso gravemente danneggiate dalla crisi immobiliare.
Quello che davvero hanno rivelato questi stress test è il forte legame tra l’economia reale e le banche europee. Irwin Stelzer, un esperto americano dell’Hudson Institute che ha pubblicato un articolo abbastanza critico sugli stress test Ue fra le pagine del Wall Street Journal, ha sottolineato che secondo Ubs e altri osservatori gli asset a rischio finanziati dalle banche spagnole non sarebbero solo il 5% ma si approssimerebbero al 14 per cento. Se è inoltre vero che il 70% dei debiti delle non quotate dell’Eurozona è stato contratto verso banche e non, come in America, sul mercato dei capitale, appare sempre più concreto il rischio che la debolezza della ripresa pesi anche sugli istituti di credito. I legami fra imprese e società da un lato e banche dall’altro raggiungono uno dei loro apici proprio nel Bel Paese dove le attività tradizionali, relativamente distanti dalla finanza internazionale, sono ancora la maggiore fonte di reddito delle banche. Questo significa in pratica un maggior legame col territorio e una maggiore ciclicità che però potrebbe tornare utile in vista di un miglioramento della congiuntura. Il prossimo importante appuntamento è quello di Basilea dove nuove regole saranno poste per tutti. La capacità di influenzare il dibattito sarà fondamentale per l’Italia che, per via di diverse sue peculiarità, rischia di trovare inadeguata e svantaggiosa la nuova veste normativa. Per questo le banche dovranno lottare ancora, per non scoprire, all’indomani di Basilea, che il modello di business che le ha salvate è diventato meno conveniente di quello delle banche meno “virtuose”.
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