L’indice Msci World si avvia a chiudere il mese di agosto con un calo del 3% circa, dopo essere salito a luglio dell’8,8% circa, la migliore performance mensile dall’agosto del 2009. Il ribasso e’ scaturito dal mancato superamento della resistenza chiave offerta in area 825 dal 50% di ritracciamento del ribasso dal top di meta’ aprile. Al tempo stesso ad agosto i future sul T-Bond Usa a 30 anni hanno guadagnato il 5% circa dopo aver terminato luglio in sostanziale parita’.
Ma esiste davvero il rischio di un sell off sull’azionario o la volata dei bond è solo un fuoco di paglia destinato a rientrare, senza anticipare quindi gravi difficoltà per l’azionario? Innanzitutto è corretto notare che fino a che i bond Usa non saranno sopra i massimi storici di fine 2008 il rialzo visto nell’ultimo anno potrebbe anche dimostrarsi di natura correttiva, o meglio la parte centrale di una fase correttiva complessa iniziata proprio con i massimi storici del dicembre 2008. Sarebbe la rottura di area 142 a consacrare la fase ascendente come una vera a propria tendenza di lungo termine.
E per quanto le implicazioni di un tale evento possano apparire al momento poco credibili (la rottura di area 142 aprirebbe la strada ad un target successivo fino in area 150 almeno, lato superiore del canale che sale dai minimi del 1984), in quanto è percezione diffusa che i rendimenti siano già compressi, non deve essere trascurato il fatto che il grafico del T-bond future ha oscillato per sei anni, dall’ottobre 2002 al novembre 2008, all’interno di una fascia laterale compresa tra i 103 ed i 123 punti circa, una lunghissima zona di accumulo che potrebbe dimostrarsi ora una enorme catapulta destinata a lanciare un trend rialzista altrettanto importante. In questa ottica il balzo fatto nel periodo tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 potrebbe dimostrarsi quindi solo il primo episodio di una serie.
Appare invece per il momento meno evidente il rischio di un calo pesante dell’azionario di quanto lo sia la possibilità di una crescita dell’obbligazionario. Lo S&p500 del resto si mantiene al di sopra sia del forte supporto orizzontale dei 1040/45 punti, minimi di febbraio, maggio e giugno, sia di quello offerto a 1010 dal 38,2% di ritracciamento del rialzo dai minimi di marzo 2009. Ed anche l’indicatore “momentum” calcolato a 250 sedute, un ottimo misuratore della forza e della velocità del trend di lungo periodo è ancora, seppure di poco, al di sopra della linea che separa una tendenza rialzista da una ribassista.
Il passaggio al di sotto di questa linea di demarcazione sarebbe tuttavia un segnale da non sottovalutare: l’ultima volta che il “momentum” a 250 sedute aveva inviato una indicazione ribassista era il gennaio 2008, mentre precedentemente, dal giugno 2003 al gennaio 2008, l’indicazione fornita era stata di rialzo, a conferma del fatto che i segnali inviati sono di solito effettivamente coincidenti con svolte importanti del trend. L’impressione è quindi che la borsa, accettando la semplificazione che quello che accade all’indice S&P500 è riflesso poi, con una buona approssimazione, nelle oscillazioni degli altri listini principali, si trovi di fronte ad un bivio cruciale.
La tenuta dei supporti critici indicati potrebbe mantenere aperta la speranza di essere stati in presenza, con il ribasso dal top di aprile 2010, di una correzione della salita dai minimi di marzo 2009 esaurita la quale la fase crescente può riprendere. Al contrario la violazione dei 1000 punti potrebbe rappresentare per lo S&P500 una vera e propria capitolazione, una indicazione chiara del fatto che i mercati sono ormai convinti che, nonostante tutte le rassicurazioni avute a livello ufficiale, il famigerato “double dip” è inevitabile.
Ed in caso di una recrudescenza della fase recessiva sarebbe poco probabile assistere solo ad una marginale estensione del ribasso per le azioni. Il rischio di un ritorno almeno a testare i minimi del 2009 sarebbe in quel caso infatti molto elevato. A preoccupare riguardo le possibilità di tenuta dell’azionario collabora l’andamento del cambio dello yen contro dollaro. L’andamento della curva del dollaro yen e quello dello S&P500 evidenziano notevoli similitudini, tanto che è possibile affermare che difficilmente la borsa Usa si apprezza quando il dollaro si deprezza contro yen. Ed il valore della moneta giapponese è ormai ai massimi rispetto a quella Usa da luglio del 1995, avendo recentemente violato il supporto offerto in area 84,90 (yen per dollaro) dai minimi del novembre 2009.
Difficilmente il dollaro riuscirà ad evitare di essere spinto fino a testare i minimi storici dell’aprile 1995 a 79,75 circa, e se la banca centrale giapponese non riuscirà a difendere efficacemente questo livello è probabile che il trend estenda al ribasso con un target in area 71/72 almeno, quota dove si colloca la base del canale ribassista che contiene l’andamento dei prezzi dai massimi del 1998. La violazione di area 80 da parte del grafico del dollaro yen sarebbe una ulteriore conferma di una fase non favorevole alle azioni, un ulteriore segnale che l’investitore, anche quello interessato solo al risultato di lungo termine del proprio portafoglio e che tende quindi a movimentarlo il meno possibile, dovrebbe non ignorare.