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La crescita Usa stenta ma le borse potrebbero lo stesso salire

Pubblicato: 20 set 2010 da AleOne

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Federal Reserve e Fondo monetario internazionale sembrano essere d’accordo sul fatto che le precedenti previsioni relative alla crescita economica degli Stati Uniti per il 2010, e probabilmente anche per il 2011, erano eccessivamente ottimistiche. Secondo il Fmi, rispetto alle stime ufficiali di luglio che vedevano il gigante Usa crescere del 3,3% nel 2010 e del 2,9% nel 2011, un risultato più realistico alla luce dei recenti dati economici è nell’ordine di un +2,9% quest’anno e del 2,5% nel prossimo.

Analogamente, in base a quanto emerge dall’ultimo Beige Book, il rapporto trimestrale sullo stato dell’economia statunitense pubblicato ad inizio settembre dalla Fed, la crescita nel corso dell’estate si è sviluppata ad un ritmo moderato, inferiore a quello dei tre mesi precedenti. La fine delle agevolazioni fiscali per il settore immobiliare ne ha provocato una brusca contrazione che ha inciso sul progresso dell’intera economia. Lo stesso presidente Obama, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, ha descritto la ripresa dell’economia a stelle e strisce come dolorosamente e penosamente lenta.

Il peggioramento delle prospettive per l’economia Usa non dovrebbe, secondo gli esperti del Fmi, avere un impatto significativo sulla congiuntura mondiale, il Pil per il 2010 ed il 2011 è infatti atteso in crescita rispettivamente del 4,6% e del 4,3% adesso così come nella precedente stima di luglio. A pareggiare i conti penserebbero il Giappone, che nel 2010 dovrebbe crescere del 2,9% (+0,5% rispetto alle attese precedenti), l’area euro, attesa in crescita dell’1,1% invece che dell’1%, il Regno Unito, il cui Pil potrebbe aumentare dell’1,6% invece che dell’1,2%. Invariate invece le attese per i paesi in via di sviluppo che evidenziano una vitalità molto superiore a quella media mondiale, la Cina, con il suo +10,5% nel 2010 e +9,6% nel 2011, e l’India, che dovrebbe vedere una crescita del 9,4% nell’anno in corso e dell’8,4% nel prossimo.

Anche se a livello globale le prospettive non sono mutate, il potenziale rallentamento Usa non può non essere considerato preoccupante, tanto che lo stesso Fondo monetario parlando dello stato dell’economia lo descrive come fragile e paventa elevati rischi al ribasso, legati principalmente agli elevati livelli di disoccupazione (9,6% negli Usa, più del 10% in media nell’area euro) che potrebbero condizionare negativamente i consumi. Un esempio che illustra in modo efficace i rischio di avvitamento dovuti ad una caduta dei consumi vengono dal recente dato sulle esportazioni tedesche a luglio, in calo dell’1,5% su base mensile dopo due mesi di crescita.

La locomotiva tedesca corre, il Pil della Germania e’ cresciuto nel secondo trimestre del 2,2%, e su base annuale l’export continua a mostrare una tendenza positiva con un +18,7%, ma il dato sull’export di luglio mostra che la luce dei freni si è accesa. E’ troppo presto per dire se si sia trattato solo un di un rallentamento temporaneo, come dice il governatore della banca centrale tedesca Weber, oppure se i timori del Fmi sulla crescita fragile siano destinati ad avverarsi.

Le borse a dire il vero non hanno reagito male ai mutamenti di target per l’andamento futuro del Pil, questo forse perchè ormai da un po’ di tempo i dati in uscita dipingono un quadro meno entusiasmante rispetto a quello della prima parte dell’anno e quindi il processo di adattamento delle aspettative non è stato brusco. Anzi, è possibile che i mercati abbiano immaginato un evolversi drammatico della situazione, un ritorno verso la recessione, il “double dip” del quale molti hanno evocato l’avvento, che invece forse non ci sarà.

Dopo essere stati bombardati dalla descrizione di scenari pesantemente negativi, l’aver scoperto che le revisioni per la crescita del Pil per i prossimi mesi sono in definitiva marginali, nulle come abbiano visto per l’economia globale, gli operatori si devono essere detti “tutto qui?”. Ecco quindi che letture di dati macro meno peggiori del previsto, i cosiddetti “less bad data”, anche se non positive in termini assoluti, hanno permesso ai listini di recuperare, seppure solo marginalmente, forza.

Paradossalmente quindi, anche se con modalità già viste altre volte in passato, è possibile che in concomitanza con una constatazione di peggioramento delle prospettive economiche la borsa metta a segno un rialzo.

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