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Borse, i rialzi di settembre potrebbero avere un seguito. A patto che il dollaro non riprenda a salire

Pubblicato: 04 ott 2010 da AleOne

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Il rialzo messo a segno dall’indice Dow Jones Industrial a settembre non solo è da considerare, su base mensile, molto elevato (se si esclude il risultato del luglio 2009 per ritrovare un saldo positivo di questa entità è necessario risalire all’ottobre 2002) ma è anche un fatto statisticamente raro: solamente per altre cinque volte nella storia dell’indice il nono mese dell’anno ha messo a segno rialzi di questa portata.

Ma come mai gli investitori hanno deciso di comprare azioni proprio in un mese che normalmente li vede abbastanza freddi sulla borsa?

La spiegazione ha probabilmente a che fare con l’adattamento delle aspettative degli investitori stessi: nel corso dell’estate il mercato si era ormai rassegnato ad assistere negli Usa ad una nuova fase recessiva accompagnata da una deflazione, mentre i recenti dati economici, seppure non univocamente positivi, permettono di considerare remoto il rischio di una ricaduta.

Le principali banche Usa poi, a due anni dal fallimento della Lehman Brothers, sono tornate a macinare utili (nel secondo trimestre del 2010 il comparto bancario ha fatto registrare il livello di utili più alto dal terzo trimestre 2007, quello precedente al crac di Lehman) e il mercato delle fusioni ed acquisizioni è in fermento, soprattutto nei settori tecnologico e farmaceutico, sia negli Usa sia in Europa (come spesso succede dopo una crisi le valutazioni delle aziende sono relativamente basse e per chi ha disponibilità e il momento giusto per fare shopping), entrambi fattori che favoriscono un ritorno di interesse sull’azionario.

Anche il comportamento del dollaro, cedente contro euro dal 10 settembre, sembra favorire la creazione di condizioni favorevoli ad una ulteriore crescita delle borse. La Federal Reserve ha annunciato a più riprese di essere pronta a supportare la ripresa economica ed a contrastare la disoccupazione, favorendo quindi lo svilupparsi di un maggiore appetito per il rischio e di conseguenza stimolando la domanda di valute ad alto rendimento come l’euro (ma anche ad esempio il dollaro australiano). La debolezza del dollaro nei confronti dell’euro può essere quindi interpretata in questa fase, fino a che il differenziale dei tassi attuale ed atteso tra le due monete sarà elevato, come una misura della predisposizione al rischio degli investitori, di conseguenza un grafico del cambio euro dollaro crescente implica buone prospettive anche per le borse.

Certo, per il momento il rialzo dell’euro è ancora da considerare una semplice correzione dopo la lunga fase cedente subita dalla moneta unica dai massimi di novembre 2009 in area 1,5150, tuttavia si stanno avvicinando a grandi passi i livelli oltre i quali l’ascesa dai minimi di giugno potrebbe assumere i tratti di una tendenza autonoma, destinata a durare.

Le quotazioni del resto sono già tornate al di sopra della media mobile a 200 sedute, passante in area 1,32, e basterebbe ora che una spallata a quota 1,3750, 61,8% di ritracciamento del ribasso dai massimi del 2009, avesse successo per prospettare movimenti verso quota 1,43 ed eventualmente il ritorno a 1,5150.

La fase di recupero dell’euro degli ultimi mesi sul testa spalle rialzista disegnato a partire dai minimi di maggio in prossimità del 50% di ritracciamento del rialzo dai minimi del 2000 e potrebbe quindi in modo del tutto lecito rappresentare l’inizio di una fase favorevole alla moneta unica di lunga durata, simile a quella che nel 2009 ha fatto da controcanto al rialzo delle borse (tra marzo 2009 e novembre 2009 l’euro è passato da 1,245 a 1,515 circa, per avviare poi una discesa che ha anticipato di alcuni mesi quella degli indici azionari).

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